Storie di architetture audaci e problemi imprevisti
Da villa Savoye al “Walkie talkie” di Londra, diversi progetti ambiziosi e costosi sono poi diventati famosi per i motivi sbagliati
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La quantità di cose che possono andare imprevedibilmente storte nella costruzione di una casa, di un ponte, di un museo o di qualsiasi altra opera architettonica o di ingegneria civile è incalcolabile. A volte vanno storte in un senso letterale: la torre di Pisa, per citare la più famosa, ma pure quella della Garisenda a Bologna o il campanile della chiesa di Suurhusen, in Germania.
Più spesso, nella storia dell’architettura, le cose sono andate storte in un senso metaforico e in modo altrettanto spettacolare: progetti ambiziosi ed eccezionalmente costosi hanno portato alla realizzazione di opere poi diventate note per clamorosi difetti strutturali o problemi di sicurezza, di efficienza o di funzionalità.
Rientra in questo campionato, ma solo in parte, una delle abitazioni più conosciute e studiate del Novecento: villa Savoye a Poissy, vicino a Parigi, considerata il capolavoro del Movimento Moderno, lo stile architettonico internazionale emerso tra le due guerre mondiali e basato sul ricorso a forme rigide e strettamente funzionali. Tra specialisti e appassionati di architettura è un caso noto anche come progetto problematico, peraltro piuttosto notevole, data la reputazione del progettista: l’architetto svizzero naturalizzato francese Le Corbusier, tra i fondatori dell’architettura contemporanea.
A commissionargli quel lavoro erano stati nel 1928 un facoltoso assicuratore francese e la moglie, Pierre ed Eugénie Savoye, che volevano una casa luminosa, pratica e confortevole in una loro tenuta di circa 70mila metri quadrati tra le colline di Poissy. Si racconta che l’idea di contattare Le Corbusier fosse venuta a lei dopo aver visto su una rivista le foto di villa Church a Ville-d’Avray, vicino a Parigi, il genere di villa cittadina moderna e funzionale che aveva reso Le Corbusier celebre nel mondo fin dai primi anni Venti.

Una sala di un’altra villa, villa La Roche, progettata e costruita tra il 1923 e il 1925 da Le Corbusier e Pierre Jeanneret, a Parigi, il 26 agosto 2025 (Mohammed Badra/Epa)
Sorpresi dal primo preventivo di spesa, secondo loro eccessiva, i Savoye gli avevano chiesto di ridurre i costi, e lui aveva eliminato dal progetto un intero piano della casa e un alloggio indipendente per l’autista. Non aveva però rinunciato ai suoi princìpi fondamentali, esposti nel suo libro del 1923 Verso una architettura: i pilastri, il tetto a terrazza, la pianta e la facciata libere (una scelta possibile per l’assenza strutturale di muri portanti), e la finestra a nastro. Ed è per questo che villa Savoye, dal 2016 patrimonio mondiale Unesco, è da sempre considerata l’espressione più chiara e compiuta dello stile del suo progettista: un capolavoro, appunto.
Non fu esattamente un capolavoro dal punto di vista di chi avrebbe dovuto abitarla, però. Fin dai primi mesi dopo la conclusione dei lavori, nel 1931, i Savoye segnalarono diversi difetti di costruzione. In alcune lettere a Le Corbusier la signora Savoye si lamentò delle continue infiltrazioni d’acqua piovana attraverso il soffitto e i lucernari nell’atrio, nelle stanze e nella rampa di collegamento tra piano terra e primo piano, e gli chiese di intervenire per «rendere urgentemente abitabile questa casa». Le stesse infiltrazioni avevano causato macchie e crepe anche lungo le bianchissime superfici esterne dell’edificio, che per ragioni estetiche non aveva né tubi pluviali né davanzali.
La casa era inoltre molto fredda, perché serramenti e infissi delle finestre a nastro non la isolavano abbastanza, e l’impianto di riscaldamento si guastava spesso. I Savoye e il loro figlio Roger continuarono a usare la villa fino al 1940, perlopiù nei giorni di sole, e poi la abbandonarono. Saccheggiata e occupata durante la Seconda guerra mondiale, la villa rischiò di essere demolita alla fine degli anni Cinquanta, dopo l’esproprio del terreno su cui sorge da parte del comune di Poissy, ma una lunga campagna del Congresso internazionale di architettura moderna lo impedì.
I numerosi interventi di restauro, alcuni negli anni Sessanta e altri negli anni Ottanta e Novanta, inclusero riparazioni strutturali e superficiali delle facciate e del tetto. E oggi la villa è gestita dal Centre des monuments nationaux ed è visitabile. Come successo in molti altri casi di difetti e inefficienze dell’opera finita, nonostante grandi ambizioni e accuratezze nel progetto, la responsabilità dei problemi di villa Savoye fu attribuita non al progetto in sé né ai princìpi modernisti che incarnava, ma a tecniche di costruzione inadeguate e a scarsa durevolezza dei materiali impiegati dalle ditte esecutrici dei lavori.

Villa Savoye, a Poissy, il 21 marzo 1959 (AP)
Diversamente dal caso di villa Savoye, nella storia recente è capitato che il racconto dei difetti funzionali o costruttivi di un’opera architettonica prevalesse di gran lunga su qualsiasi eventuale apprezzamento estetico. E valutazioni e giudizi tendevano a essere tanto più severi quanto più ambizioso e costoso era stato il progetto. Lo fu moltissimo, per esempio, quello del famoso architetto spagnolo Santiago Calatrava per costruire un’opera di architettura moderna a Venezia: un ponte in vetro e acciaio sul Canal Grande.
Per i lavori, cominciati nel 2003 e conclusi nel 2008, erano state inizialmente stimate una spesa complessiva di 6,7 milioni di euro e una durata di un anno e mezzo. La ditta vincitrice della gara d’appalto notò da subito diversi difetti nel progetto: in particolare, considerò insufficiente la quantità di ferro prevista per lo scheletro inferiore e il calcolo delle fondamenta, che da 5mila metri cubi passarono a 10mila. Anche i costi quasi raddoppiarono, passando da 6,7 a 11,3 milioni di euro.
Una prima inchiesta sulla costruzione del ponte concluse che l’aumento delle spese non era attribuibile a errori di progettazione, ma alla complessità dei lavori e a come vari problemi si erano evoluti nel tempo. Nel 2019, ribaltando in parte la sentenza di primo grado, la Corte dei conti condannò in appello Calatrava a pagare un risarcimento di 78mila euro al comune di Venezia, per «gravi negligenze» di progettazione che avevano contribuito all’aumento dei costi. Ma i problemi e i difetti del ponte rimasero: su tutti, l’assenza di rampe per le persone con disabilità, a cui si era tentato di rimediare installando nel 2013 una cabinovia poi dismessa dopo poco tempo, perché lenta, instabile e troppo calda d’estate.

La cabinovia sul ponte di Calatrava a Venezia, il 22 maggio 2020 (Ansa)
L’altro grande problema del ponte è il principale materiale di cui sono fatti i gradini, il vetro, che li rende scivolosi e pericolosi quando sono bagnati, cosa che in una laguna capita piuttosto spesso. Come capita spesso, in questo caso, che qualcuno scivoli, cada e poi chieda un risarcimento al comune: sono state più di un centinaio le cause per questo motivo. Il vetro rende inoltre molto costosa la manutenzione ordinaria dei gradini, che si usurano e si scheggiano facilmente a causa del passaggio di trolley e carretti per il trasporto dei bagagli. Per tutti questi motivi, a maggio l’amministrazione comunale ha avviato una fase di sperimentazione per sostituire i gradini di vetro con gradini fatti di un materiale anti scivolo.
Il vetro, soprattutto quello a specchio, è stato spesso un materiale problematico in diverse opere famose diventate oggetto di studio per i loro difetti ingegneristici e per l’aumento imprevisto dei costi di realizzazione. Un caso celebre è la Torre John Hancock a Boston, un’opera minimalista progettata alla fine degli anni Sessanta dagli architetti statunitensi Henry N. Cobb e Ieoh Ming Pei, di origini cinesi e più noto come I.M. Pei, autore tra le altre cose della piramide del Louvre di Parigi.
Già durante i lavori di costruzione del grattacielo, alto 240 metri, alcuni degli enormi pannelli di vetro blu riflettente che avrebbero dovuto ricoprirlo completamente cominciarono a staccarsi dalle facciate e a precipitare in strada. Erano grandi 1,2 x 3,4 metri e pesanti circa 230 chilogrammi l’uno. Quelli venuti giù furono sostituiti temporaneamente con dei pannelli di compensato, e questo conferì all’edificio l’aspetto piuttosto sgraziato di una scacchiera irregolare di legno e vetro, e il soprannome Plywood Palace (“palazzo di compensato”).

Alcuni operai sostituiscono i vetri rotti e staccati della Torre John Hancock con pannelli di compensato, a Boston, il 7 giugno 1973 (Bill Chaplis/AP)
Da un’analisi sulle cause del distacco dei pannelli emerse che il problema era nella progettazione del vetrocamera delle finestre (l’isolamento tra le lastre di cui sono composte). L’espansione e la contrazione dell’aria tra il pannello interno e quello esterno causavano oscillazioni e sollecitazioni termiche che i materiali utilizzati non erano in grado di assorbire. Alla fine, gli oltre 10mila pannelli del grattacielo – inaugurato solo nel 1976 – furono sostituiti con pannelli di vetro temperato formati da un solo strato. Quelli ancora integri furono donati a gruppi di artisti e scultori come base per le loro opere.
I vetri a specchio causarono problemi spettacolari e imprevisti anche durante la costruzione di un altro grattacielo citato spesso in questo tipo di raccolte: il “Walkie talkie” di Londra, soprannominato così per la sua forma, che ricorda vagamente una ricetrasmittente o la cornetta di un citofono. Progettato dall’architetto uruguaiano Rafael Viñoly, si trova al 20 di Fenchurch Street e fu inaugurato nel 2014. Ha una forma particolare, che si allarga progressivamente in corrispondenza dei piani più alti e rende concava la facciata principale, a sud.
Anche questo grattacielo, durante i lavori, si guadagnò un nomignolo alternativo: walkie scorchie (“cocente”). In molti segnalarono infatti che nelle ore centrali della giornata i vetri a specchio riflettevano in modo anomalo i raggi solari sulla strada: la facciata principale funzionava come una specie di sistema di specchi ustori, gli specchi parabolici che concentrano i raggi del sole in un solo punto. Questo rendeva più alte le temperature per strada, causando disagi ai pedoni e persino danni all’asfalto, alle attività commerciali e alla carrozzeria delle macchine parcheggiate (il proprietario di una Jaguar fu risarcito dalla ditta costruttrice).

Alcuni pedoni osservano la facciata principale del grattacielo 20 Fenchurch Street, noto come “Walkie talkie”, mentre riflette la luce del sole, a Londra, il 4 settembre 2013 (Facundo Arrizabalaga/Epa)
Il problema fu risolto con un’impalcatura permanente, installata ai piani più alti del lato sud del grattacielo per riparare la strada sottostante dal riflesso dei raggi solari. Un problema simile era emerso peraltro in un’altra torre progettata anni prima da Viñoly: l’hotel Vdara a Las Vegas, un palazzone di 57 piani con la pianta a forma di mezzaluna, aperto nel 2009.
Anche in questo caso, la facciata sud è concava: clienti e personale dell’hotel segnalarono fin da subito che i raggi solari riflessi, un effetto da loro soprannominato “raggio della morte Vdara”, rendevano insopportabilmente calda l’area della piscina all’esterno dell’ingresso. Per risolvere il problema la facciata del grattacielo fu ricoperta con una pellicola antiriflesso.
A parte il sole, anche il vento ha scombinato i piani di diversi progettisti e ingegneri, specialmente quelli che tra Ottocento e Novecento scoprirono quanto fosse difficile prevedere gli effetti delle raffiche di vento sulla stabilità dei ponti. Ma altre volte il vento è stato un fattore del tutto trascurato anche nella progettazione di grandi edifici e in tempi recenti, come nel caso del Bridgewater Place a Leeds, un grattacielo progettato dallo studio internazionale Aedas e inaugurato nel 2007.

Il Bridgewater Place dall’incrocio tra Victoria Road e New Lane, a Leeds, West Yorkshire, il 3 aprile 2010 (Wikimedia)
Spesso criticato per le sue caratteristiche estetiche, diventò famoso soprattutto perché a causa della sua forma e della sua posizione convogliava e accelerava i venti provenienti da ovest, creando a volte in una strada vicina (New Lane) condizioni paragonabili a quelle all’interno di un piccolo uragano. Dopo alcuni incidenti che avevano fatto qualche ferito, una raffica di vento molto forte nel 2011 fece ribaltare un camion causando la morte di un pedone.
Per mitigare il fenomeno il Consiglio comunale approvò nel 2014 un piano completato solo nel 2018, i cui costi furono sostenuti dal gruppo proprietario del Bridgewater Place. Il piano portò alla costruzione di una tettoia, di alcuni schermi antivento sul lato ovest del grattacielo e di tre “deflettori” per ridurre le turbolenze lungo la via interessata dal problema.
In altri casi, più limitati, il vento è stato invece un fattore sopravvalutato. L’esempio più citato è lo Strata SE1, nel quartiere Elephant and Castle a Londra: è un grattacielo di circa 150 metri, progettato dallo studio londinese BFLS e inaugurato nel 2010, famoso per la presenza di tre enormi turbine eoliche installate sul tetto. Furono messe in funzione solo per pochi mesi, prima di essere disattivate.
Le turbine avrebbero dovuto generare energia sufficiente per il fabbisogno nelle aree comuni dell’edificio, ma i residenti dissero che le pale si muovevano a malapena, e quando si muovevano producevano vibrazioni e rumori insopportabili negli appartamenti ai piani più alti. Già durante i lavori di costruzione, un centro di ricerca britannico sull’edilizia aveva segnalato che i venti negli ambienti urbani non erano abbastanza forti per gli impianti eolici, e quando lo erano erano comunque depotenziati per effetto dell’interferenza degli edifici.

Il grattacielo Strata SE1, a Londra, il 5 dicembre 2011 (Dan Kitwood/Getty Images)



