L’AI e Virginia Woolf
«La prima cosa che ho pensato è che mi rifiuto di essere verificata e certificata da una macchina ingrassata dalle parole mie e di altri da anni»
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Stamattina ho letto sul Corriere della Sera della diserzione di Paolo Giordano dall’AI, del suo disconnettere dalla rete il computer sul quale scrive, del manoscritto cartaceo che verrà consegnato prima all’agente e poi all’editore, del tenere le sue parole fuori da quell’internet che tutto mangia e tutto mischia e mi sono chiesta perché non mi è venuto in mente di disconnettere il computer sul quale scrivo, sul quale sto alacremente e allegramente lavorando alle lettere di Virginia Woolf.
E mentre cercavo di impostare una risposta, parziale, ho pensato.
La prima cosa che ho pensato è che mi rifiuto di essere verificata e certificata da una macchina ingrassata dalle parole mie e di altri da anni. Mi rifiuto, in poche parole, di accettare che la cronologia delle mie parole sia stabilita da una macchina. So benissimo, non essendo riuscita, a maggio di due anni fa, o forse dello scorso anno, a impedire alla AI di consultare – dunque di conservare e utilizzare – i miei post Instagram o Facebook, che qualcuno potrebbe dirmi domani che ciò che ho scritto oggi, e il modo in cui l’ho scritto, è AI. Ma è, al contrario, l’AI che viene da me, anzi da tutti noi.
L’unica cosa che faccio programmaticamente, ma è per ischerzo, forse per dispetto, è lasciare i refusi. Sì, lascio i refusi, non rileggo. Fino a qualche anno fa, lo facevo per ricordarmi che i social non sono giornali e non sono case editrici: non c’è una redazione che rilegge e corregge, c’è una persona sola, astigmatica, con le dita su uno schermo. Adesso lo faccio perché se l’AI ha sempre ragione – è l’AI che decide se un testo è umano o AI – e gli esseri umani no, si sbagliano, attribuiscono umanità a ciò che ha scritto una macchina, per esempio, allora gli errori, come ho sempre pensato, sono la prova ontologica dell’esistenza. E anche dell’intelligenza, la nostra, l’unica che conosciamo, la capacità di risolvere problemi governata da un cervello in un corpo e non la capacità di risolvere problemi di un cervello senza corpo.
La seconda cosa che ho pensato è che l’originalità è un mito falso, mia nonna che era abile con i ferri lo sapeva bene. Osservava i suoi centrini, valutava i centrini delle ragazze che lavoravano con lei e che erano fatti degli stessi punti, delle stesse maglie, delle stesse forme, ma non erano affatto il suo stesso centrino, gli somigliavano. C’era qualcosa, oltre il primo sguardo, che poteva essere colto solo con sapienza e attenzione. Una proporzione frattale, nel punto singolo e nell’intero centrino, che mia nonna era capace di ottenere e le altre – quelle altre, ovviamente: non tutte le altre ricamatrici del mondo – no. Allora l’originalità, ho imparato, è un “come”, e non un “cosa”. E il come dipende dal corpo, dall’umore di un momento, dalla tenacia di lavorare sulle proprie parole di risacca, dall’immaginazione di riuscire a farlo anche quando si è stanchi e si è scoraggiati dal consegnare libri in un mondo umano che non vuole leggere. Le macchine sì, le macchine leggono per scrivere, come abbiamo fatto noi per la maggior parte della storia umana.
Non ho mai fatto una domanda all’AI perché ho letto Marx da troppo giovane e forse l’ho frainteso. Penso che sono stata educata con le risorse umane (i professori) ed economiche (la gratuità dell’istruzione) della Repubblica italiana, penso dunque che non voglio collaborare ad allenare con le mie domande e le mie interazioni una macchina che produce risorse che né vengono distribuite né tornano alla Repubblica italiana che le ha investite.
Nonostante questa regola, e nonostante mi sia abituata nelle ricerche su Google a non guardare la parte alta con le risposte di Gemini, ieri, mentre traducevo una lettera di Virginia Woolf, ancora inedita in italiano, ho pensato che una certa frase somigliava a un verso. Io non ho orecchio per la poesia, ma so che Woolf cita a memoria pezzi di poesie, commedie e tragedie e li usa per dire ciò che vuole. Immaginate un’AI del 1932 che passa al setaccio l’opera di Woolf e rileva che è 22 per cento Shakespeare (come la maggior parte della letteratura inglese), 12 per cento Coleridge, 7 per cento Wordsworth e 37 per cento carteggi inglesi e così via. Questo è il cosa. Il come è Virginia Woolf e solo lei.
Ho scritto 1932, perché la lettera in cui leggo e mi insospettisco è del 1932. Ricopio il verso nella stringa di Google e lancio la ricerca. Nonostante non voglia, mi cade l’occhio sulla risposta di Gemini, che attribuisce il verso a una poesia di Robert Lowell del 1946. Mi viene da ridere, poi penso che sarà qualcosa di Charlotte Brontë (11 per cento) e che ci penso un’altra volta. O ci penseranno i revisori dell’Einaudi quando consegnerò il testo.
Dopo la riflessione di Paolo Giordano – col quale capita di parlare di AI e scrittura e tante altre cose, siamo lettori accaniti e abbiamo un certo riverbero di percorso di studi – ho pensato che come testimonianza di proprietà intellettuale potrò, nel caso, portare i miei diari e le mie agende sperando in una datazione affidabile al carbonio 14.





















