Il governo potrà spendere 29 miliardi in più per energia e difesa, ma non dice come

Cos'è lo scostamento di bilancio e perché questa volta è stato spiegato in modo molto vago

Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti durante la discussione sul Documento programmatico di finanza pubblica alla Camera dei deputati, il 13 ottobre 2026 (Roberto Monaldo/LaPresse)
Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti durante la discussione sul Documento programmatico di finanza pubblica alla Camera dei deputati, il 13 ottobre 2026 (Roberto Monaldo/LaPresse)
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Alle 9 di martedì mattina, quando il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti riferiva alla Camera sullo stato dei conti pubblici, in aula c’erano cinque deputati di maggioranza e due soli del suo partito, la Lega. Del resto, tanti parlamentari arrivano a Roma con treni e aerei della mattina di martedì, in mancanza di urgenze: e in più siamo verso la fine della legislatura, un periodo di abituale disimpegno rispetto all’attività parlamentare. La cosa ha dato fastidio a Giorgetti, ma ha allarmato anche il resto del governo: martedì infatti era previsto anche il voto sullo scostamento di bilancio, un passaggio molto delicato.

Lo scostamento è lo strumento a cui il governo ricorre quando, di fronte a circostanze eccezionali, si trova costretto a indebitarsi più di quanto era stato stabilito nell’ultima legge di bilancio e concordato con la Commissione Europea: prima di procedere però deve ottenere una specifica autorizzazione dalle camere, che devono votare a maggioranza assoluta. Non basta dunque la semplice maggioranza dei presenti; serve che voti a favore dello scostamento la maggioranza degli aventi diritto, quindi – nel caso della Camera – almeno 201 deputati (sui 400 complessivi).

Non è un requisito banale. Il 27 aprile del 2023, durante un voto sullo scostamento di bilancio, il governo andò sotto, come si dice in gergo: votarono infatti a favore solo 195 deputati e la richiesta di procedere a maggiore deficit fu respinta. Giorgia Meloni, impegnata in quelle ore a Londra per una missione istituzionale, fu enormemente irritata; il Consiglio dei ministri fu costretto a riunirsi d’urgenza per modificare in modo irrilevante il testo, così da riproporlo il giorno dopo alla Camera, dove fu approvato. Stavolta è andato tutto liscio: con 219 voti favorevoli, la Camera ha autorizzato la richiesta di scostamento. Poco dopo, la richiesta è stata approvata anche dal Senato.

In questo modo il governo potrà ricorrere alla Clausola di salvaguardia nazionale (o NEC, National Escape Clause): uno strumento messo a disposizione dall’Unione Europea affinché i singoli Stati membri possano indebitarsi in maniera straordinaria, fino all’1,5 per cento del proprio prodotto interno lordo (PIL), per finanziare misure strutturali sull’energia e sulla difesa tra il 2025 e il 2028. Il governo potrà così spendere, in deficit, circa 28,8 miliardi di euro in più nei prossimi due anni.

Lo 0,6 per cento del PIL (14,4 miliardi) verrà destinato all’energia, metà nel 2027 e l’altra metà nel 2028; altrettanto, o poco meno, andrà alla difesa, con la stessa ripartizione nel biennio.

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni con la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen, a Roma, il 10 luglio 2025 (Mauro Scrobogna/LaPresse)

Questo è ciò che si sa dello scostamento: è un po’ poco, oggettivamente. Di solito il governo, nel chiedere lo scostamento, spiega più o meno nel dettaglio al parlamento per cosa vuole utilizzare quell’indebitamento straordinario. Stavolta, invece, le misure che intende finanziare nei prossimi due anni con quei quasi 29 miliardi non si conoscono.

Nella specifica Relazione inviata al parlamento, si citano in modo del tutto vago le possibili voci di spesa; lo stesso Giorgetti, criticato dalle opposizioni su questo aspetto, ha in parte confermato che c’è ancora molta incertezza, anche perché molte delle misure sono ancora oggetto di un negoziato con la Commissione Europea, ma ha a suo modo rivendicato la bontà del metodo seguito dal governo.

Per quel che riguarda la difesa, gli impegni sono del tutto indecifrabili. La Relazione dice che la spesa per il comparto militare potrà aumentare «fino a un massimo dello 0,3 per cento del PIL» nel 2027 e altrettanto nel 2028, lasciando intendere che dunque si potrebbe anche spendere un po’ meno. «Gli interventi riguarderanno sia la componente corrente, con riferimento in particolare al personale, all’esercizio e alle esigenze operative», quindi tutto ciò che è ordinario, «sia la componente in conto capitale, finalizzata alla realizzazione e al rifinanziamento di programmi di investimento pluriennali». È difficile farsi un’idea concreta di cosa sarà fatto, insomma.

Anche sull’energia ci si attendeva qualche indicazione in più. L’argomento è così vasto che nelle «misure in favore di famiglie, studenti, imprese, pubbliche amministrazioni e al settore delle infrastrutture», come indicato nella Relazione, potrebbe rientrare un po’ di tutto. In realtà, però, ci sono dei vincoli europei da rispettare, ed è proprio intorno a questo che ruota l’incertezza del governo.

Accogliendo una richiesta avanzata per primo dal governo di Meloni, la Commissione Europea ha acconsentito che si includessero nella NEC anche misure per l’emergenza energetica, oltreché quelle per la difesa, a patto però che si tratti di investimenti strutturali, e non dunque misure estemporanee o bonus di corto respiro. Giorgetti, nei suoi interventi in parlamento tra lunedì e martedì, ha parlato sbrigativamente di misure pensate per la sicurezza e la transizione energetica, per rafforzare e ammodernare le infrastrutture e gli impianti energetici negli ospedali e negli uffici pubblici; interventi per promuovere l’autonomia energetica delle imprese e il trasporto locale per gli studenti.

Ma ha poi spiegato che il suo obiettivo è quello di convincere la Commissione della necessità di rivedere le sue regole, autorizzando anche misure di breve durata. Secondo Giorgetti la clausola dovrebbe «essere in qualche modo, specialmente almeno nella fase iniziale e acuta della crisi, anche volta a dare sostegno, in modo selettivo e temporaneo, a famiglie e imprese».

L’impressione è insomma che si stia cercando di ottenere dalla Commissione un’autorizzazione a spendere per ridurre il costo delle bollette, per tagliare le accise sui carburanti, o altre misure simili; più o meno utili per contenere gli effetti della crisi energetica, ma di certo preziose per il governo con l’approssimarsi della campagna elettorale in vista delle elezioni politiche del 2027.

La deputata del PD Maria Cecilia Guerra nell’aula della Camera, il 13 ottobre 2026 (Roberto Monaldo/LaPresse)

Un altro sospetto sollevato dalle opposizioni, e in particolare dalla deputata del PD Maria Cecilia Guerra, è che la vaghezza generale adottata dal governo in questa fase serva anche a nascondere un dato politicamente imbarazzante, e cioè quello del fiscal drag.

È una sorta di tassa occulta, per così dire: quando i prezzi e i salari crescono per via dell’inflazione, una parte delle persone finisce col pagare più tasse per effetto del funzionamento degli scaglioni dell’Irpef, senza effettivamente godere di quell’aumento di stipendio in termini di potere d’acquisto. Questo determina varie distorsioni, e in particolare garantisce allo Stato maggiori entrate fiscali, quindi più risorse da spendere.

Finora il governo ha beneficiato di questo drenaggio fiscale, ma ha saputo reimmettere quelle maggiori entrate con misure pensate per ridurre le tasse o garantire agevolazioni ai contribuenti, evitando dunque che il fiscal drag pesasse davvero in modo significativo sulle persone. Ma con l’approssimarsi della legge di bilancio, il tema è tornato centrale.

Il PD ha chiesto più volte in questi mesi un calcolo esatto del fiscal drag previsto per questo e per i prossimi anni. Lunedì, al termine dell’audizione di Giorgetti, i funzionari della Ragioneria generale dello Stato hanno fornito una stima in via riservata. Sono 4,4 miliardi nel 2026; 3,4 miliardi nel 2027; 2,4 e 2,8 ulteriori miliardi per il 2028 e per il 2029. Sono stime più alte di quelle finora circolate, e potranno fornire al governo uno spazio di manovra utile per finanziare alcune delle misure da inserire nella legge di bilancio.