La Lombardia non riesce a disfarsi dei tablet usati nel referendum del 2017
Costarono 23 milioni di euro e dovevano essere un investimento, ma già all'epoca erano poco utilizzabili (perché non sono veri tablet)
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Nel 2017 la Regione Lombardia investì circa 23 milioni di euro per comprare oltre 24mila dispositivi – simili a tablet, ma non veri tablet – per consentire il voto elettronico al referendum consultivo per l’autonomia che si tenne il 22 ottobre di quell’anno. Ci furono molte polemiche per il costo, che l’ex presidente regionale Roberto Maroni tentò di smorzare dicendo che i dispositivi sarebbero poi stati dati alle scuole come strumenti didattici. Secondo Maroni insomma l’acquisto andava considerato un investimento.
Nove anni dopo la Regione ha ancora quasi 8.800 di quei tablet, e non riesce a darli a nessuno. Il motivo principale è che, a detta della stessa Regione, sono dispositivi ormai vecchi e poco maneggevoli, basati su sistemi operativi superati e pertanto difficilmente utilizzabili.
I dispositivi, chiamati anche voting machine, furono progettati appositamente per le procedure elettorali da una società chiamata Smartmatic. Anche se sono chiamati tablet, in realtà sono dispositivi dalla forma inconsueta e scomoda: è concava e non si adatta granché a zaini e borse. Il loro sistema operativo è Ubuntu, un sistema open source basato su Linux che pur essendo piuttosto diffuso è difficilmente compatibile con i software Microsoft usati in molte scuole italiane.
I piani della Regione prevedevano di assegnare alle scuole che ne avrebbero fatto richiesta circa 20mila dispositivi e di tenere gli altri quattromila per eventuali altre consultazioni referendarie. La Regione li ha poi dati in comodato d’uso per cinque anni a scuole, associazioni ed enti con finalità didattiche e sociali.
Molte scuole li hanno in effetti ricevuti, ma diversi dirigenti scolastici nel 2018 avevano raccontato di varie difficoltà nell’utilizzarli: a causa del peso, dell’incompatibilità con alcuni programmi scolastici, della scomodità dei touchscreen e della mancanza di spazi in cui metterli.
Una volta trascorsi i cinque anni, la maggior parte dei dispositivi sono rimasti nelle scuole (a cui sono stati assegnati definitivamente poi a inizio 2025), ma diverse di loro hanno detto di volerli restituire. In quel periodo non è chiaro come e quanto siano stati usati. La Regione Lombardia fa sapere che da una ricognizione fatta con tutti gli affidatari dei dispositivi era risultato che le scuole volevano restituirne 8.323. A questi andavano aggiunti altre 628 voting machine che la regione aveva ancora nei suoi magazzini, per un totale di circa novemila.
Alla fine del 2025 la Regione ha quindi pubblicato una manifestazione d’interesse per regalare i novemila tablet rimasti a chi avesse fatto domanda e fosse stato disponibile ad andarseli a prendere. Se li era aggiudicati quasi tutti un unico soggetto, che però alla fine non li ha più ritirati. È finita che a inizio settembre l’assegnazione è decaduta: 230 sono stati dati ad altri richiedenti, i rimanenti 8.770 sono rimasti alla Regione.
Martedì, durante un question time, il vicepresidente del Consiglio regionale Emilio Del Bono, del Partito Democratico, ha chiesto cosa intendesse fare la Regione di questi dispositivi. Del Bono ha parlato di uno spreco di risorse pubbliche e ha insistito sulla necessità di sapere dove esattamente fossero finiti tutti gli altri tablet. «Peraltro non è chiaro che uso ne sia stato fatto dal 2023 a oggi», dice riferendosi all’anno in cui le scuole avrebbero dovuto restituire i tablet, dopo cinque anni di comodato d’uso.
Il sottosegretario con delega a Controlli, patrimonio e digitalizzazione, Ruggero Invernizzi, ha risposto dicendo che la Regione ha provato a promuovere il recupero dei tablet ma che si tratta di «dispostivi elettronici ormai desueti e non più in grado di operare» e che «di conseguenza i dispositivi residui non sono più utilizzabili».



