La Corte penale internazionale era sotto attacco da tempo
Prima di sanzionare tutta l'istituzione gli Stati Uniti avevano penalizzato i singoli giudici, ed era bastato per fare grossi danni
- Condividi
- X
- Regala il Post

Le sanzioni imposte venerdì dagli Stati Uniti contro la Corte penale internazionale sono soltanto l’ultimo passaggio di una serie di gravi attacchi che vanno avanti da quando Donald Trump è tornato alla presidenza degli Stati Uniti. L’obiettivo, come ha detto in più di un’occasione il segretario di Stato Marco Rubio, è di «smantellare» la Corte, che è il principale tribunale internazionale che si occupa di giudicare crimini di guerra.
Prima delle sanzioni di venerdì – che riguardano l’intera istituzione – gli Stati Uniti avevano sanzionato vari giudici della Corte, e già queste misure ne avevano rallentato i lavori. Fra disagi piccoli e grandi – i giudici colpiti da sanzioni non possono più usare i propri account Google o Amazon, per esempio – c’è chi dubita della sua capacità di continuare a operare da qui ai prossimi 3 anni.
Ci sono sempre state tensioni tra la Corte penale internazionale e gli Stati Uniti, che non ne hanno mai fatto parte né mai riconosciuto la giurisdizione. C’entra una corrente di pensiero molto consolidata nella politica statunitense secondo cui gli Stati Uniti sarebbero un paese troppo eccezionale per sottomettersi all’autorità della Corte (lo stesso pensano anche Cina e Russia). Ma questa è la prima volta che un’amministrazione statunitense attacca la Corte in maniera così diretta.
Già nel 2020 Trump aveva imposto sanzioni all’allora procuratrice capo Fatou Bensouda per un’indagine su possibili crimini di guerra commessi dal personale statunitense in Afghanistan. I rapporti sono ulteriormente peggiorati dopo che nel 2024 la Corte aveva emesso un mandato d’arresto per crimini di guerra contro Benjamin Netanyahu, primo ministro israeliano e stretto alleato di Trump, per via della condotta dell’esercito israeliano durante l’invasione della Striscia di Gaza.
Il primo provvedimento di Trump contro la Corte è arrivato il 6 febbraio 2025 e ha colpito il procuratore capo della Corte, Karim Khan, coinvolto nelle indagini sul personale statunitense in Afghanistan e promotore della richiesta contro Netanyahu.
Da allora nove giudici, dei 18 che compongono la Corte, sono stati inseriti nella lista degli Specially Designated Nationals (SDN), il registro che raccoglie persone ed entità colpite dalle più alte sanzioni economiche da parte degli Stati Uniti; è lo stesso nel quale sono presenti anche il presidente russo Vladimir Putin e i leader di al Qaida. Le persone inserite nella lista non possono più entrare negli Stati Uniti né usare servizi finanziari e commerciali forniti da aziende statunitensi, per esempio quelle che gestiscono i pagamenti elettronici. Non possono più avere una carta di credito VISA a proprio nome, per esempio, o prenotare un volo con American Airlines.
La giudice canadese Kimberly Prost, colpita dalle sanzioni nell’agosto del 2025, ha raccontato in un’intervista alla radio statunitense NPR di aver perso da un giorno all’altro l’accesso a diversi servizi che facevano parte della sua vita quotidiana, dalle carte di credito agli account cloud. «Sono tornata a casa e Alexa non mi parlava più», ha detto, spiegando che per via delle sanzioni di Trump le era stato cancellato l’account associato al popolare assistente vocale di Amazon.
Gli ordini esecutivi di Trump vietano soltanto alle aziende americane di fornire fondi, beni o servizi alle persone sanzionate. Tuttavia, per timore di danneggiare i propri affari negli Stati Uniti, molte aziende non americane scelgono di interrompere i rapporti con i sanzionati. È quanto accaduto, per esempio, con l’azienda francese AXA, che ha interrotto la sua collaborazione con la Corte. AXA, in sostanza, si è rifiutata di stipulare contratti di assicurazione con i dipendenti della Corte.
Queste prime sanzioni contro singoli giudici, oltre a provocare grossi problemi alle persone coinvolte, hanno avuto effetti paralizzanti sul lavoro della Corte.
Numerose indagini, tra cui quella sui crimini attribuiti all’ex presidente sudanese Omar al Bashir, accusato anche di genocidio, sono state rallentate. Fornitori esterni e ong hanno interrotto la propria collaborazione per timore delle conseguenze delle sanzioni, mentre diversi dipendenti hanno dato le dimissioni, frustrati dalla situazione. Un funzionario della Corte sentito da Associated Press nel 2025 in forma anonima non sapeva se la Corte sarebbe esistita ancora nel 2029 (il secondo mandato di Trump finirà ufficialmente a gennaio di quell’anno).
Dopo che venerdì l’intera istituzione è stata sanzionata, le cose potrebbero peggiorare rapidamente. Le sanzioni rischiano di ostacolare attività come l’acquisto di servizi informatici e assicurativi, o lo svolgimento di normali operazioni come il pagamento degli stipendi e dei fornitori di cui la Corte ha bisogno per funzionare.
In una dichiarazione congiunta, i ministri degli Esteri di Canada, Danimarca, Germania, Francia, Italia, Giappone, Paesi Bassi e Regno Unito si sono detti contrari alla decisione degli Stati Uniti, e hanno ribadito il loro sostegno alla Corte, dicendosi preoccupati dell’impatto che le sanzioni avranno sul lavoro del tribunale. Anche la Commissione europea ha definito «profondamente deplorevoli» le sanzioni, offrendo il proprio appoggio. Non è detto che basti.



