In Italia lavorano migliaia di medici stranieri di cui si sa poco o nulla

Le regioni dovrebbero controllare la validità delle loro lauree e quali competenze hanno, ma quasi nessuna lo fa

di Isaia Invernizzi

Un’immagine di repertorio di una sala operatoria, usata a scopo illustrativo (Sam Edwards/Getty Images)
Un’immagine di repertorio di una sala operatoria, usata a scopo illustrativo (Sam Edwards/Getty Images)
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Dal marzo del 2020 in Italia medici e infermieri che hanno studiato fuori dall’Unione Europea possono lavorare senza farsi riconoscere la laurea dal ministero della Salute, come invece imporrebbe la legge, e soprattutto senza iscriversi all’Ordine dei medici. Le due deroghe erano state pensate per far fronte all’emergenza coronavirus, ma negli ultimi anni sono state prorogate più volte e resteranno in vigore fino al 2029, quasi sette anni dopo la fine dell’epidemia. Grazie a questa misura sono arrivati in Italia migliaia di sanitari, di cui però si sa poco: i controlli sulle lauree e sui loro studi sono affidati alle regioni, molte delle quali non controllano nulla.

Negli ultimi anni nemmeno la federazione nazionale degli Ordini dei medici (Fnomceo) è riuscita a ricostruire quanti medici stranieri siano iscritti negli elenchi delle deroghe, gestiti dalle regioni. Per farlo, il Post ha presentato 21 richieste di accesso civico a ciascuna delle 21 tra regioni e province autonome, e ne è venuta fuori una situazione molto frammentata: in Piemonte si sono iscritti 3.020 tra medici e infermieri, in Liguria 1.679, mentre nelle altre regioni che hanno risposto i numeri sono più bassi. In Toscana sono soltanto 192, in Sicilia 121, in Puglia 115, in Lombardia, che ha più del doppio degli abitanti del Piemonte, sono 63.

In tutta Italia i professionisti sanitari stranieri iscritti in deroga sono 5.228, ma il conto è parziale: alcune regioni come il Lazio dicono di non aver mai creato un elenco regionale, mentre altre come l’Emilia-Romagna e la Campania non hanno risposto alla richiesta di accesso civico.

Prima del marzo del 2020, chi aveva studiato medicina fuori dall’Unione Europea doveva chiedere il riconoscimento del titolo di studio al ministero della Salute, che poteva così valutarlo e confrontarlo con il percorso di studi italiano. Era una procedura lunga, anche perché spesso il ministero chiedeva di sostenere esami aggiuntivi. In tutto poteva servire fino a un anno e mezzo. Una volta ottenuto il riconoscimento, medici e infermieri dovevano superare un esame di lingua italiana davanti a una commissione. Infine, dovevano iscriversi all’Ordine.

Le regole cambiarono il 17 marzo del 2020, quando il governo di Giuseppe Conte approvò il decreto “Cura Italia” per affrontare il Covid. In quel periodo gli ospedali erano sotto pressione, mancava molto personale, e il governo permise alle aziende sanitarie di assumere professionisti dall’estero nel giro di pochi giorni, senza aspettare il riconoscimento del ministero e tutto il resto. «Il paese aveva bisogno di una mano, capivamo la gravità del momento», ha detto Filippo Anelli, il presidente della federazione nazionale degli Ordini.

Due anni dopo, la deroga fu estesa per accogliere medici e infermieri scappati dopo l’invasione russa in Ucraina, e negli anni successivi fu prorogata più volte fino alla legge di bilancio approvata lo scorso anno, che ha fissato il ritorno delle vecchie regole solo al 2029, per far fronte alla mancanza di personale.

Medici e infermieri stranieri che lavorano grazie alle deroghe devono essere iscritti in elenchi gestiti dalle regioni, non negli albi degli Ordini dei medici. La differenza è notevole: oltre che superare la verifica dei titoli di studio e avere un’assicurazione, per iscriversi all’albo bisogna giurare sul codice deontologico e rispettarlo, altrimenti si può andare incontro a provvedimenti disciplinari. Nulla di tutto ciò vale per chi lavora in deroga. Secondo Giovanni Leoni, presidente dell’Ordine dei medici della provincia di Venezia, questa disparità ha creato un paradosso: un medico italiano può essere sanzionato per una violazione, mentre un collega con titolo estero che fa la stessa cosa no.

Il decreto Cura Italia affidò i controlli sulle lauree alle regioni, senza però stabilire procedure comuni. Un nuovo tentativo di imporre controlli uguali per tutti, fatto nel 2024, si è fermato nella conferenza Stato-regioni. Oggi la maggior parte delle regioni si limita a controllare che i documenti siano formalmente in ordine, ma non fa verifiche approfondite per capire se siano autentici o per verificare le competenze di medici e infermieri stranieri.

Al Post risulta che soltanto il Veneto e la Puglia abbiano istituito una commissione di esperti per valutare le competenze, la Lombardia invece ha delegato i controlli alle strutture sanitarie. In Piemonte, la mancanza di controlli approfonditi spiega almeno in parte l’alto numero di iscritti nell’elenco regionale rispetto al resto d’Italia. L’assessore regionale alla Sanità, Federico Riboldi, ha detto che le deroghe sono necessarie per garantire la continuità dei servizi, visto che negli ospedali manca il personale.

Anche l’Associazione medici di origine straniera in Italia (Amsi) chiede da tempo di superare il decreto Cura Italia. Foad Aodi, il presidente, sostiene che sia un grave errore mantenere le deroghe così a lungo, perché nel 2029 ci sarà il rischio di chiedere a migliaia di sanitari di mettersi in regola, o più probabilmente si dovrà fare una sanatoria, creando disparità. «Nel 2020 senza l’aiuto dei medici stranieri molti servizi sanitari sarebbero stati interrotti. Bisogna sanare questa situazione, servono regole uguali in tutte le regioni», dice Aodi.

Un caso particolare riguarda gli odontoiatri, compresi nelle deroghe nonostante non ci fosse un particolare bisogno di loro durante l’emergenza coronavirus e nonostante lavorino per la quasi totalità in strutture private. La federazione nazionale degli Ordini ha chiesto più volte al ministero della Salute di escludere gli odontoiatri dalle deroghe, invano. «Sono stati tutti assunti in studi privati, senza nessuna garanzia di tutela per i pazienti perché nessuno controlla nulla», dice Andrea Senna, presidente della commissione albo odontoiatri (CAO) nazionale. «È una deroga che non ha mai avuto senso per gli odontoiatri».

Proprio in uno studio dentistico, a Torino, nel marzo 2025 è stato trovato un uomo italiano che aveva ottenuto l’iscrizione all’elenco regionale presentando una laurea ottenuta nel Regno Unito da un istituto non autorizzato. L’uomo è stato condannato per aver presentato attestazioni false e per aver esercitato abusivamente la professione sanitaria.

Alcuni Ordini hanno provato a chiedere più controlli alle regioni. L’Ordine di Milano ha fatto un ricorso al tribunale amministrativo, che gli ha dato ragione: secondo i giudici, la regione non può limitarsi a controllare che i documenti siano formalmente in regola, ma deve verificare che le lauree siano autentiche, che medici e infermieri abbiano competenze e che conoscano l’italiano.

In Veneto l’Ordine aveva presentato un ricorso simile, poi ritirato dopo un accordo con la regione. L’accordo prevede l’istituzione di una commissione di medici chiamata a valutare i titoli. Leoni, il presidente dell’Ordine di Venezia, dice che finora la commissione non ha esaminato nessuna richiesta perché serve prima un confronto con il ministero della Salute. Nel frattempo dieci medici sudamericani hanno risposto al bando della regione, alle prese con una carenza di medici di pronto soccorso e anestesisti.