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  • Venerdì 2 ottobre 2026

La Nakba dei palestinesi, vista da due poeti

Un noto incontro tra Mahmud Darwish e Helit Yeshurun, raccontato nell'ultimo libro di Anna Momigliano

Un murale di Mahmoud Darwish a Tunisi (AP Photo/Mosa'ab Elshamy)
Un murale di Mahmoud Darwish a Tunisi (AP Photo/Mosa'ab Elshamy)
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Quando si parla di Israele e Palestina, la storia ha un ruolo fondamentale. Il dibattito è complicato da interpretazioni spesso contrapposte degli stessi eventi, ideologie, faziosità. Anna Momigliano è una giornalista del Corriere della Sera e l’autrice di Voi avete creato il nostro esilio. La questione coloniale in Israele e Palestina (Garzanti), che si occupa della storia di Israele e della Palestina cercando di affrontare una delle questioni più controverse: l’applicazione del concetto di colonialismo alla nascita dello stato di Israele.

Nel libro Momigliano racconta gli scontri militari e le guerre che hanno interessato la nascita di Israele, e soprattutto la Nakba (catastrofe in arabo), cioè la cacciata dei palestinesi dalle loro terre. Qui sotto pubblichiamo un estratto in cui la Nakba è descritta dalla voce di uno dei maggiori poeti palestinesi e da quella di una delle maggiori poete israeliane, che si incontrarono nel 1996.

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Lo scambio più onesto sulla Nakba, tuttavia, è avvenuto non fra storici ma fra poeti. Ed è straziante. Nel 1996 Helit Yeshurun – figlia del più noto Avot Yeshurun, uno dei padri della poesia ebraica contemporanea – si recò ad Amman per incontrare e intervistare il grande poeta palestinese Mahmud Darwish. Darwish era un rientrato della Nakba: nato in Galilea nel 1941, era fuggito con la famiglia in Libano nel 1948, per poi rientrare, clandestinamente, l’anno successivo. Visse per due decenni in Israele: conosceva il paese dall’interno, parlava ebraico fluentemente e militò nel Partito comunista israeliano. Tra le sue poesie più celebri ce n’è una dedicata a una donna ebrea il cui primo verso recita: «Tra Rita e i miei occhi un fucile» (Rita e il fucile). Il suo amore di gioventù era infatti una ragazza israeliana, ma a tenerli separati c’era un ostacolo insormontabile: la guerra.

Quando Yeshurun incontra Darwish in Giordania la storia, con le dovute differenze, si ripete: è come se tra il grande poeta palestinese e una donna ebrea ci fosse, ancora una volta, un fucile. Solo che questa volta il «fucile», il confine che non può essere superato, è la Nakba. Nella loro lunghissima intervista, carica di una tensione vivida e di rispetto reciproco e pubblicata in Italia in un libro, il tema è appena accennato, eppure lascia intendere forse più di quanto vorrebbe raccontare. A un certo punto Darwish dice: «Voi avete creato il nostro esilio, non siamo stati noi a creare il vostro». E Yeshurun replica: «Quella fu una necessità storica».

Davanti a tale affermazione, che riconduce la cacciata dei palestinesi a una «necessità» dal punto di vista israeliano, Darwish non obietta – o forse sceglie di non rispondere – e porta il discorso sulla questione dell’esilio, che secondo lui riguarda i palestinesi molto più degli ebrei: «Non sono così sicuro che le nuove generazioni di ebrei che si trovano in Europa o in America siano consapevoli di vivere in esilio». E ancora: «Per il palestinese la patria non è un ricordo, non è una questione intellettuale. Ogni palestinese è testimone della rottura». Yeshurun sa quello che sta dicendo: quel «necessità storica» non è una svista né un modo per minimizzare l’accaduto, e non contiene cinismo. Sa che quella «necessità» ha avuto un costo umano, e quel costo umano è seduto di fronte a lei, dall’altra parte del tavolo. E Darwish sa che lei sa, quindi non replica. Si limita a testimoniare sé stesso, come a dire: «Tu sai quello che avete fatto. Io sono quello che avete fatto».

Non c’è modo di dirlo con grazia, quindi lo diremo in maniera brutale: quello che Israele ha fatto tra il 1947 e il 1948 si chiama pulizia etnica. Un’espulsione di massa che ha cambiato radicalmente la composizione demografica della popolazione. Anche in questo c’è ben poco di eccezionale. È capitato spesso, nel corso della storia, che gli stati – specialmente gli stati nazionali, che inseguivano l’idea di una qualche omogeneità «di lingua, d’altare, di memorie, di sangue e di cor», per dirla col Manzoni – nascessero da una violenza di questo tipo. È quello che è accaduto in Turchia, nata come repubblica moderna nel 1923, che in quello stesso anno espulse oltre un milione di greci dall’Anatolia e che poco prima aveva sterminato gli armeni e i greci del Ponto.

Ma forse il paragone più calzante resta quello della partizione tra India e Pakistan e delle violenze comunitarie che sradicarono milioni di musulmani dall’India e milioni di indù dal Pakistan. Il fatto che eventi di questo tipo non siano eccezionali non li rende meno gravi, e anzi potrebbe – dovrebbe – suscitare una riflessione più ampia sulla violenza intrinseca degli stati nazionali, del «particolarismo che sconfigge l’universale», come scriveva Tariq Ali. Vale la pena di notare, inoltre, che la pulizia etnica nella penisola indiana avvenne in un contesto di decolonizzazione simile a quello della Palestina, mentre il nazionalismo turco, un processo storico che incluse evidenti casi di pulizia etnica, nacque anche in chiave anticoloniale, come reazione al tentativo da parte delle potenze europee di spartirsi l’Anatolia dopo il collasso dell’impero ottomano. Il particolarismo che sconfigge l’universale, anche nel più atroce dei modi, è insomma perfettamente compatibile con la lotta anticoloniale.

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