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  • Giovedì 22 ottobre 2026

Parlare per convincere, e per farsi convincere

Nella prefazione a "Il potere della retorica" di Clément Viktorovitch, Luca Sofri riflette sui limiti e sulle opportunità dell'oratoria italiana

Il chiosco nei pressi dello Speakers' Corner di Hyde Park (Getty Images)
Il chiosco nei pressi dello Speakers' Corner di Hyde Park (Getty Images)
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Clément Viktorovitch è un commentatore politico francese di 42 anni, molto impegnato nella divulgazione sulle opportunità dell’oratoria e della retorica, e sull’importanza della conoscenza popolare della retorica per poter comprendere e valutare i messaggi politici nelle democrazie. Il suo lavoro sui social network e su YouTube lo ha reso molto seguito anche da generazioni piuttosto giovani, e di questi argomenti si è occupato il suo primo libro, Il potere della retorica, pubblicato in Italia in questi giorni da Sellerio, con la seguente prefazione di Luca Sofri, peraltro direttore editoriale del Post.

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Nei libri di scuola italiani del secolo scorso, quando si arrivava all’Inghilterra le illustrazioni mostravano solitamente la cabina telefonica rossa, l’autobus a due piani e il podio dello speakers’ corner di Hyde Park. Lo spazio al limitare del parco, destinato a chiunque voglia tenere discorsi (e che si dice abbia ospitato tra i tanti Karl Marx, Vladimir Lenin e George Orwell), fu definito in questo ruolo da una legge del parlamento britannico del 1872. Come molte informazioni curiose accolte in quel periodo ospitale delle nostre memorie, l’immagine sul libro e l’aneddoto attecchivano, e nelle successive visite londinesi la curiosità di andare a vedere questo angolo di niente, sperando di trovarci qualcuno arrampicato su una scaletta, come nelle foto, sarebbe stata tra le maggiori.

Perché quella cosa lì, l’abitudine alla programmata e organizzata eloquenza dedicata a convincere qualcuno delle nostre ragioni, in Italia non ce l’abbiamo mai avuta. Malgrado esista ovviamente una lunga storia di comizi politici e di discorsi parlamentari (oggi piuttosto avvizzita), al capitolo sull’Italia dei libri scolastici britannici immagino si trovino probabilmente persone che parlano per strada gesticolando molto. Ogni popolo ha coltivato i suoi talenti, e il nostro non ha mai investito tanto sulla confezione studiata del discorso e sulla pianificazione degli argomenti esposti. Sull’effetto che fanno. Tendiamo a esporre disordinatamente e improvvisando, con tutta la duttilità dell’improvvisazione: creando risultati a volte efficaci, altre volte divertenti, ma assai meno deliberati e meno corrispondenti a criteri stabiliti e progettuali (e anche in questo contrapponendoci alla spettacolare capacità britannica di mettere in scena dialoghi e «botta e risposta» parlamentari che sembrano sempre accuratamente pianificati, degni di palcoscenici e repliche teatrali). In Italia abbiamo quella cosa della sregolatezza e, qualche volta, meno spesso di quanto ci raccontiamo, del genio.

La traduzione italiana del libro di Clément Viktorovitch ha il merito di introdurre qualche regola in queste consuetudini, o almeno di farci capire che regole segue chi sceglie di seguirle. Non è un manuale di retorica, anche se può essere usato come tale: è più in generale un modo per farci osservare, e ascoltare, cose che non osserviamo e ascoltiamo abbastanza quando qualcuno ci parla e prova a convincerci di qualcosa. In questi tempi diventati straordinariamente competitivi, individualmente competitivi, la breve ricostruzione storica iniziale delle riflessioni intorno alla retorica è preziosa per conservare la consapevolezza che qualunque nostro discorso, anche quello che ci renda più fieri della sua arguzia e efficacia, può essere decostruito e letto «ai raggi ics» di un’analisi che saprà riconoscere i nostri pensieri. E a farci abbassare un po’ la cresta del saperla lunga: le nostre intenzioni possono essere quasi sempre individuate, per quanto le mimetizziamo (c’è nel libro una preziosa insistenza sui rischi di adottare gli stratagemmi retorici più trasparenti).

Per questo, e per sua stessa premessa, Il potere della retorica è ancora più una guida per imparare ad ascoltare che per imparare a parlare, e spesso diventa uno strumento di difesa dalla retorica, pur celebrandone le qualità e le attrattive. Le ragioni di una nostra minore inclinazione – di noi italiani – all’organizzazione consapevole del discorso sono forse legate a una storia condivisa più recente rispetto ad altri paesi con cui ci paragoniamo, o a una certa diffidenza storica per l’autorità (e per l’autorevolezza, più di recente), aggravata dal tragicomico esempio di oratoria enfatica che prese la scena un secolo fa dal balcone di Palazzo Venezia o da certi trattori. Ma sarebbe utile – tra le tante cose che sarebbe utile costruire e organizzare un po’ meglio, in questo paese autocompiaciuto del suo disordine – cominciare a investire un po’ in un’altra direzione, e nella formazione all’oratoria strutturata, brillante e convincente: alla retorica, dove nella retorica Viktorovitch inserisce anche – per il loro contributo nell’essere convincenti o no – identità, posture, biografie, degli oratori.

In Italia gli stessi luoghi che più quotidianamente ne ospitano l’esercizio – le aule parlamentari – vedono di rado esprimersi capacità di esposizione «a braccio» o almeno senza dei fogli da cui leggere (se la gran parte del dibattito politico giornalistico italiano è occupata da volatili polemiche sulle pretese «gaffe» o sventate sciocchezze dette da questo o quello, è anche per la scarsa attenzione e consapevolezza nei confronti di quel che diciamo e dell’effetto che fa). Per non dire delle posticce e ingenue esibizioni a cui assistono nella quasi totalità dei casi i dipendenti che partecipano alle convention aziendali, aspettando il momento del buffet. Un lavoro di formazione scolastica che almeno introduca la riflessione sulle possibilità della retorica e sulle sue alternative sarebbe auspicabile, se la nostra scuola si disponesse a qualche maggiore innovazione.

Per esempio suggerendo per tempo di emanciparsi dalle frasi fatte e posticce, dalle metafore preconfezionate, il cui uso è quasi sempre del tutto sterile (si ricorda il ministro di un recente governo che si rivolse ai francesi indicando la loro democrazia come «millenaria», perché gli suonava elogiativo e solenne). E cercando di dare a eventuali insegnamenti, come fa anche il libro di Viktorovitch, un’impostazione meno prevaricatrice rispetto alle celebrate impostazioni delle attività scolastiche statunitensi: quelle che addestrano gli studenti alle capacità di debate con lo stesso approccio competitivo che in quel paese si applica a molte cose, e che hanno creato persino dei campionati, di dibattito. Tutto apparentemente dedicato all’obiettivo di vincere, più che di convincere, sconfiggere più che unire, e che non sembra prendere in considerazione un aspetto fondamentale – ancora di più di questi tempi – dello studio della retorica: la comprensione e la considerazione degli argomenti altrui non solo per smontarli, ma per registrarne le possibili ragioni ed eventualmente persino per esserne convinti.