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  • Giovedì 1 ottobre 2026

I migranti espulsi dagli Stati Uniti verso paesi di cui non sanno nulla

Come l'Eswatini, la Liberia o il Sud Sudan: è un modo con cui l'amministrazione Trump elude le norme sui rimpatri

Forze di polizia intorno a un aereo statunitense usato per le espulsioni, a dicembre del 2025 (AP Photo/Cristian Hernandez)
Forze di polizia intorno a un aereo statunitense usato per le espulsioni, a dicembre del 2025 (AP Photo/Cristian Hernandez)
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Dall’inizio del secondo mandato di Donald Trump gli Stati Uniti hanno espulso più di 25mila persone verso i cosiddetti “paesi terzi”, cioè diversi da quelli di origine delle persone coinvolte. La maggior parte di loro è finita in Messico, alcune migliaia in paesi del Sudamerica, centinaia in 14 diversi paesi africani.

Significa che persone migranti originarie di paesi sudamericani, asiatici o caraibici sono state messe su voli diretti in paesi come Liberia, Repubblica Democratica del Congo o Eswatini: hanno scoperto la destinazione del trasferimento solo quando erano già partiti, e si sono ritrovati poi in paesi con cui non avevano alcun legame e di cui a volte non conoscevano nemmeno l’esistenza. In certi casi sono stati trattenuti in strutture detentive, in altri hanno vissuto in condizioni degradanti. Le uniche opzioni a disposizione erano accettare un’ulteriore espulsione verso i propri paesi di origine, da cui in alcuni casi erano fuggiti perché in pericolo, oppure restare in una sorta di limbo diplomatico, a migliaia di chilometri dalle loro famiglie.

Martedì la Corte Suprema statunitense ha autorizzato l’amministrazione Trump a riprendere queste espulsioni verso paesi terzi: erano state sospese per la sentenza di una Corte d’appello federale di Boston. La Corte Suprema non ha ancora analizzato nel merito il ricorso del governo, ma ha annullato la sospensione fino a quando non darà un responso.

Un aereo usato per le espulsioni all’aeroporto internazionale di Seattle (AP Photo/Lindsey Wasson)

Queste espulsioni sono uno degli strumenti del più ampio programma sulle politiche migratorie portato avanti da Trump e dal suo consigliere per la sicurezza interna, Stephen Miller, che lo ha pianificato e messo in atto. Le oltre 25mila espulsioni verso “paesi terzi” sono solo una piccola parte del totale: il dipartimento di Sicurezza nazionale dice di averne fatte 985mila in tutto, da gennaio del 2025.

Viene scelto un “paese terzo” quando i paesi di origine non accettano i rimpatri dei propri cittadini o, più di frequente, quando le persone che l’amministrazione vuole espellere hanno una tutela legale, in base a una legge federale, che le protegge dalla possibilità di essere rimpatriate nei paesi d’origine, dove rischiano di subire persecuzioni.

L’amministrazione Trump ha quindi fatto accordi con più di 30 paesi, che hanno accettato di ricevere persone di nazionalità diverse espulse dagli Stati Uniti. In 28 casi questi accordi si sono già concretizzati con voli di espulsione, secondo i dati di Third-Country Deportation Watch, un sito gestito dalle organizzazioni umanitarie Refugees International e Human Rights First. Quattordici sono nazioni africane, fra cui alcune dove la povertà è diffusa, l’instabilità politica consistente e i diritti civili e democratici non garantiti. I dettagli di questi accordi non sono pubblici.

Secondo documenti ufficiali che ha ottenuto il Washington Post, l’amministrazione statunitense ha pagato almeno 410 milioni di dollari per fare questi accordi: oltre 80 sono andati in pagamenti diretti in denaro, altri in sovvenzioni a organizzazioni come l’Organizzazione internazionale per le migrazioni o l’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati. Le organizzazioni non vengono coinvolte negli accordi, ma i finanziamenti vengono richiesti dai paesi che riceveranno i migranti. Gli Stati Uniti negli ultimi due anni hanno eliminato la maggior parte dei finanziamenti diretti alle agenzie internazionali, ma garantiscono questi altri fondi, se sono una condizione all’interno degli accordi per i migranti.

Oltre ai pagamenti in denaro, l’amministrazione statunitense ha molti altri mezzi di pressione per convincere paesi esteri ad accettare gli accordi: le minacce di dazi, sanzioni e restrizioni ai visti, oppure le promesse di aiuti finanziari, investimenti e ampliamenti della durata dei visti. Le richieste statunitensi ai paesi riceventi sono molto limitate: ufficialmente gli Stati Uniti valutano se esistono garanzie che i migranti non verranno nuovamente espulsi o torturati, in realtà non ci sono verifiche serie e l’amministrazione statunitense smette di occuparsi delle persone espulse appena la responsabilità ricade sugli altri paesi.

Trump ha detto più volte che gli stranieri espulsi sono «il peggio del peggio», sostenendo che fossero tutti stati condannati per reati gravi. Non è così: una parte consistente di loro non ha precedenti penali o condanne in corso, alcuni vivevano da decenni negli Stati Uniti, seppur senza documenti regolari.

Una piazza di Yaoundé, in Camerun, uno degli stati che accolgono persone espulse dagli Stati Uniti (AP Photo / Welba Yamo Pascal)

Le persone migranti portate in paesi africani sono circa 300: qualcuno ha raccontato ai media internazionali come avvengono le espulsioni. Dopo essere state arrestate, perlopiù dall’ICE (l’agenzia federale per il controllo delle frontiere e dell’immigrazione), passano quasi sempre vari mesi in strutture detentive statunitensi. Vengono spostate di continuo in diverse carceri del paese, anche in aereo. Alcune hanno raccontato di essere stati imbarcati su voli intercontinentali convinti che si trattasse di un altro trasferimento interno, altre di essere state costrette a salire con la forza. Dicono di aver passato anche 15 ore di viaggio con manette e catene ai piedi, e di aver scoperto solo sul volo, o all’arrivo, la destinazione finale.

Le condizioni in cui vengono accolte cambiano da paese a paese. In Ghana o Sud Sudan per esempio vengono trattenute in centri detentivi. Invece le 16 persone che ad agosto sono state portate in Liberia sono tuttora ospitate in un albergo a Marshall, a una cinquantina di chilometri dalla capitale Monrovia (sono in maggioranza sudamericani). La Liberia dà loro libertà di movimento e dice che possono lasciare il paese per andarsene: si trovano però in un luogo a loro totalmente sconosciuto e non sicuro.

In Guinea Equatoriale il presidente autoritario Teodoro Obiang Nguema Mbasogo ha trasformato l’Hotel Bamy, di proprietà della sua famiglia, in una struttura detentiva per gli stranieri provenienti dagli Stati Uniti.

L’hotel Bamy di Malabo, in Guinea Equatoriale, il 22 aprile 2026 (AP Photo/Monika Pronczuk)

Alcuni dei migranti espulsi verso “paesi terzi” hanno detto in interviste o procedimenti legali di essere stati picchiati da guardie armate, tenuti in condizioni degradanti, privati del cibo e della possibilità di contattare la famiglia o i propri avvocati.

Nella gran parte dei casi i paesi africani che ricevono le persone espulse le espellono a loro volta verso i paesi di origine, nonostante i pericoli che questo può comportare per la loro sicurezza. È un processo noto come “catena di respingimenti”, che viola i diritti delle persone e aggira i divieti federali statunitensi. A volte le espulsioni vengono fatte con la forza o sequestrando passaporti e telefoni. Altri governi non esercitano violenze o pressioni, ma confidano che settimane di un soggiorno in condizioni critiche, in un paese che non conoscono e in cui non hanno legami, convincano le persone che tornare a casa sia l’opzione meno traumatica.

Ci sono paesi, come la Sierra Leone, che si definiscono espressamente come “paesi di transito”: all’arrivo nella capitale Freetown viene consegnato alle persone espulse un documento che spiega che il soggiorno in Sierra Leone è autorizzato solo «nel tempo necessario per organizzare i trasferimenti verso il paese di origine».

Chi non viene trasferito forzatamente non ha molte altre opzioni, se non attendere in questa sorta di limbo e cercare di rientrare negli Stati Uniti attraverso un ricorso legale: ma avviare un procedimento a livello internazionale non è facile e l’attesa in un paese lontano può essere molto lunga.

La condizione dei migranti sudamericani in Africa non è unica: i voli dagli Stati Uniti verso la Costa Rica hanno trasportato persone provenienti da Cina, Russia, Iran, Afghanistan e Vietnam. Anche loro hanno dovuto decidere se accettare un rimpatrio, rimanere nel paese con un permesso temporaneo per motivi umanitari (di un anno) o chiedere asilo.