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  • Giovedì 1 ottobre 2026

Al largo della Somalia sono tornati i pirati

Dopo anni di relativa calma, nel 2026 gli attacchi alle navi sono molto aumentati: c'entra la guerra in Medio Oriente, ma non solo

Un pirata somalo davanti al relitto di una nave a Hobyo, in Somalia, nel 2012 (AP/Farah Abdi Warsameh)
Un pirata somalo davanti al relitto di una nave a Hobyo, in Somalia, nel 2012 (AP/Farah Abdi Warsameh)
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Negli ultimi mesi al largo delle coste della Somalia gli atti di pirateria sono stati frequenti come non succedeva da oltre dieci anni. Dall’inizio del 2026 ci sono stati almeno 17 attacchi di pirati alle navi commerciali. Hanno anche sequestrato diverse navi – secondo la BBC almeno sei – prendendo in ostaggio il carico e l’equipaggio, per chiedere un riscatto. Hanno anche ucciso cinque marinai che erano a bordo della petroliera Honour 25, sequestrata ad aprile e liberata il 29 settembre dalla polizia marittima del Puntland, lo stato più a nord-est della Somalia.

Secondo il diritto internazionale la pirateria è un atto illegale di violenza, depredazione o detenzione compiuto per fini privati contro navi, generalmente in alto mare, e contro le persone e i beni a bordo. In Somalia è un problema da decenni, ed era diventato particolarmente grave tra il 2005 e il 2012. In quel periodo, secondo la Banca Mondiale, furono sequestrate 149 navi: più di 3.700 marinai vennero presi in ostaggio, e ogni anno venivano pagati in media 50 milioni di dollari in riscatti dalle compagnie navali di tutto il mondo.

Per contrastare i pirati nella regione erano state attivate grandi missioni militari internazionali. Una è guidata dall’Unione Europea, e vi partecipano anche militari italiani; una è guidata dagli Stati Uniti. Avevano funzionato, e dopo il 2013 la pirateria era praticamente scomparsa. Gli attacchi sono ripresi sporadicamente a partire dal 2023, ma è nei mesi scorsi che il loro ritmo è diventato insolito e preoccupante.

Ci sono diverse ragioni che spiegano perché gli attacchi dei pirati somali si sono intensificati di recente, e hanno a che vedere soprattutto con la guerra in Medio Oriente e l’instabilità della Somalia.

Dopo l’inizio dei bombardamenti di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, a fine febbraio, diversi governi stranieri hanno spostato risorse e navi che prima erano destinate alla prevenzione degli attacchi da parte dei pirati verso altre zone, più vicine alla guerra. Una è lo stretto di Hormuz, che l’Iran ha bloccato come mezzo di pressione; l’altra è il mar Rosso, dove la milizia degli Houthi, che governa parte dello Yemen ed è sostenuta dall’Iran, ha aumentato gli attacchi contro le navi saudite e minaccia la libertà di navigazione nello stretto di Bab el Mandeb.

Alcune persone su una spiaggia del Puntland, in Somalia, il 6 marzo 2017 (AP Photo/Ben Curtis)

Alcune persone su una spiaggia del Puntland, in Somalia, il 6 marzo 2017 (AP Photo/Ben Curtis)

La guerra ha avuto anche altri due effetti: ha spinto molte navi su rotte più vicine alle coste della Somalia, esponendole agli attacchi dei pirati; e ha fatto aumentare di parecchio il prezzo del petrolio. Questo significa che è diventato più attraente sequestrare le navi petrolifere, come la Honour 25, perché il valore del loro carico è aumentato e quindi è possibile chiedere un riscatto più alto.

I pirati hanno strumenti molto migliori rispetto al passato. Di solito i gruppi erano male armati e attaccavano soltanto navi che passavano vicino alla costa. Ora invece hanno armi pesanti e telefoni satellitari, e riescono ad attaccare navi che transitano anche al largo, nell’oceano Indiano. Le autorità somale hanno sostenuto che questi miglioramenti sarebbero il risultato della cooperazione dei pirati proprio con gli Houthi, che in questo modo stanno cercando di aumentare la loro influenza nell’area.

Una barca della guardia costiera del Puntland, nel 2023 (AP Photo/Jackson Njehia)

Una barca della polizia marittima del Puntland, nel 2023 (AP Photo/Jackson Njehia)

La Somalia è uno dei paesi più poveri al mondo, e il governo centrale fatica a imporre la propria autorità. La guardia costiera e la marina sono piccole, male equipaggiate e non riescono a pattugliare le coste in modo efficace. Anche le navi a disposizione del governo regionale del Puntland, molto esposto alla pirateria, sono insufficienti per offrire protezione alle navi in transito. Il governo poi negli ultimi anni ha dovuto impiegare le proprie forze di sicurezza per altri obiettivi, in particolare per combattere organizzazioni terroristiche come lo Stato Islamico e al-Shabaab, che controllano parti del suo territorio.

Un altro fattore che spiega l’aumento dei casi di pirateria è il peggioramento della situazione economica in Somalia. I pirati di solito provengono dalle comunità di pescatori sulla costa, che oltre a essere molto povere subiscono l’impatto dei grandi pescherecci provenienti da paesi stranieri (in particolare la Cina) che vengono a pescare in modo invasivo nelle acque somale, approfittando proprio del fatto che la Somalia non ha i mezzi per allontanarli.

Negli ultimi anni in Somalia i prezzi del cibo, dei fertilizzanti e del carburante sono aumentati moltissimo, con effetti disastrosi per la popolazione. La decisione del presidente statunitense Donald Trump di tagliare i fondi per la cooperazione internazionale ha peggiorato ulteriormente le cose. Quando era presidente Joe Biden (2021-2025) gli Stati Uniti erano il principale donatore straniero della Somalia, e nel 2024 l’avevano sostenuta con più di un miliardo di dollari in cooperazione (anche militare) e aiuti umanitari. Dopo i tagli decisi da Trump la maggior parte dei programmi è stata chiusa, e anche gli aiuti umanitari si sono ridotti parecchio, contribuendo all’aumento dell’instabilità.