Com’è fare “Dylan Dog” oggi

E come è cambiato uno dei più apprezzati fumetti italiani, che compie quarant'anni e non è mai stato così circondato da altre storie horror

(Sergio Bonelli Editore)
(Sergio Bonelli Editore)
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Dal 2023, ogni giorno, Barbara Baraldi si occupa di seguire tutti i passaggi necessari a mettere insieme nuovi numeri di Dylan Dog: supervisionare la parte creativa, scegliere gli sceneggiatori e i disegnatori da abbinare a ogni storia, definire le uscite insieme all’editore. Baraldi è solo la quarta curatrice nella storia della popolare serie a fumetti horror creata da Tiziano Sclavi, il cui primo numero uscì quarant’anni fa.

Di tutte le mansioni che svolge, la valutazione dei cosiddetti “soggetti” è quella che porta via più tempo. Sono riassunti in cui gli sceneggiatori espongono sinteticamente la storia che hanno in mente: devono contenere l’inizio, lo sviluppo e la conclusione. E teoricamente dovrebbero essere molto brevi, per rendere il lavoro più agile: «nel mio mondo ideale sono di tre righe», dice Baraldi.

Nella pratica però succede raramente, visto che si tende ad abbondare con i dettagli. A volte troppo: a Baraldi è capitato di riceverne anche di sei pagine. «Anche i soggetti più prolissi potrebbero contenere dei buoni spunti, ma sono convinta che un’idea che funziona si possa raccontare anche in mille caratteri».

Le proposte che Baraldi riceve ogni giorno sono moltissime, anche per via delle dimensioni ristrette del mercato. Bonelli è infatti una delle poche società in tutto il mondo, non solo italiane, che possono consentire a chi scrive fumetti di vivere di serialità. Collaborare con una delle sue testate è un traguardo molto ambito dagli sceneggiatori, e di conseguenza la sua casella email è perennemente intasata.

Una riedizione del primo numero di Dylan Dog, “L’alba dei morti viventi”

Scrivere un buon soggetto è un’operazione complicata e richiede un certo mestiere, specialmente nel caso di una testata longeva e “identitaria” come Dylan Dog. Il personaggio è strettamente legato alla sensibilità di Tiziano Sclavi, che lo delineò in base ad alcuni suoi interessi personali come la fantascienza, la musica classica, il cinema horror e l’enigmistica.

A caratterizzarlo è anche l’alterità tra il mestiere che svolge (un investigatore privato che si occupa di casi paranormali, spesso spaventosi) e la sua personalità.

Dylan Dog è un uomo sensibile e gentile più o meno con chiunque, si innamora facilmente, ha un rapporto empatico con le donne e gli animali, e opinioni progressiste su ogni argomento. Non parte mai dal presupposto che le persone su cui indaga siano davvero cattive, anzi; e non ha nessun vizio: è astemio, vegetariano e non fuma. Decostruisce insomma lo stereotipo del detective cinico e tutto d’un pezzo, tipico di molti romanzi noir.

Sclavi ha creato anche l’ambientazione londinese e i principali comprimari come l’ispettore Bloch, lo scienziato pazzo Xabaras e l’assistente Groucho, un sosia di Groucho Marx che sommerge tutti i suoi interlocutori di battute posticce. E, pur avendo diradato moltissimo le sue apparizioni pubbliche, è ancora coinvolto nel processo creativo: dopo la prima scrematura di Baraldi, la scelta finale sui soggetti spetta a lui.

La prima tavola di Memorie dall’invisibile, una delle storie più amate dai lettori di Dylan Dog

Una volta che il soggetto viene approvato bisogna scrivere la sceneggiatura, scegliere il disegnatore più adatto per illustrarla e seguire la realizzazione dell’albo integralmente, tavola per tavola (nel caso di Dylan Dog sono 94). Le tempistiche dipendono da molti fattori: può capitare per esempio che una trama venga cambiata in corsa perché emerge uno spunto più interessante, e che si debba ricominciare da capo; oppure che alcune sequenze disegnate non funzionino come previsto e vadano ripensate o rifatte.

Di norma tra l’approvazione di un soggetto e l’uscita di un albo trascorre circa un anno, ma può capitare che una storia debba uscire entro tempi più brevi per particolari esigenze, per esempio quando è basata su un gancio d’attualità che rischia di invecchiare se pubblicato troppo tardi.

Una parte importante del lavoro di Baraldi consiste nel rapportarsi con professionisti dall’esperienza e dagli approcci più diversi. I più giovani tendono a comunicare soprattutto via email, mentre gli autori con una carriera più lunga prediligono un rapporto diretto. Claudio Chiaverotti, uno degli storici sceneggiatori di Dylan Dog, preferisce per esempio discutere ogni passaggio al telefono.

Le copertine vanno concluse tre mesi prima dell’uscita in edicola perché pubblicate in anteprima su Preview, la rivista con cui Bonelli anticipa le sue uscite ai lettori. Bisogna poi gestire una serie di pubblicazioni che non fanno parte della serie regolare, quella che esce ogni mese in edicola. Come lo Speciale Dylan Dog, un albo annuale con una foliazione un po’ più estesa e un’autonomia narrativa propria, e il Color Fest, un’uscita trimestrale e a colori dedicata a storie più sperimentali.

Oltre a curare le storie degli altri, Baraldi ne scrive molte di suo pugno. Collabora con Dylan Dog dal 2012, e già prima di diventare curatrice era una delle sceneggiatrici più apprezzate della serie. Le storie che contengono gli snodi narrativi principali le scrive lei, e da tre anni a questa parte ha molto meno tempo per farlo: «dal lunedì al venerdì il mio impegno è totalmente dedicato al lavoro altrui, le mie sceneggiature le scrivo nei fine settimana. È una missione a tempo pieno, 7 giorni su 7».

Barbara Baraldi

Baraldi dice che, per poter anche soltanto sperare di scrivere per Dylan Dog, si deve conoscere il «canone di Sclavi» a menadito, perché i lettori hanno costruito una specie di culto attorno alle sue storie più famose. Tra queste ci sono Memorie dall’invisibile, Golconda!, Johnny Freak e Caccia alle streghe, diventate il termine di paragone per il lavoro di qualsiasi sceneggiatore.

Tra i cosiddetti “dylaniati” (come si autodefiniscono i fan della serie) prevale poi un sentimento nostalgico per i primi cento numeri di Dylan Dog, che furono scritti principalmente da Sclavi e da Chiaverotti. I fan più attempati ne esaltano spesso la qualità e li considerano narrativamente impareggiabili: a volte perché lo pensano per davvero, altre un po’ per partito preso. «Nella comunità di Dylan Dog “i primi cento numeri” sono un tormentone, un meme ante litteram», dice Baraldi.

Per un curatore, confrontarsi con un pubblico così esigente e poco incline alle novità può essere scoraggiante. Per esempio lo spirito riformista di Roberto Recchioni, che ha preceduto Baraldi nel ruolo, fu accolto in modi contrastanti. Nei suoi dieci anni di gestione accantonò alcuni personaggi storici, introdusse nuovi antagonisti e privilegiò la continuità narrativa “orizzontale” (storie sviluppate su più numeri) in una serie che fino ad allora era stata composta quasi esclusivamente da albi autoconclusivi. Questi cambiamenti svecchiarono un po’ il personaggio e avvicinarono nuovi lettori, ma furono mal digeriti dai fan più affezionati.

Baraldi ha recuperato temi e atmosfere più vicine ai fumetti di Sclavi, pur evitando approcci eccessivamente nostalgici. Ha chiesto ai suoi collaboratori di ridurre al minimo la riproposizione dei personaggi dei primi numeri della serie, per evitare «l’effetto fan service paraculo» e incentivarli a svilupparne di nuovi. E sta provando ad adattare il personaggio alla contemporaneità: pochi mesi dopo la nomina a curatrice fece uscire per esempio un’apprezzata trilogia dedicata alle opportunità e ai rischi dell’intelligenza artificiale.

La copertina del numero 446 di Dylan Dog, “L’altro lato dello specchio”

Uno dei metodi più gettonati dagli sceneggiatori per farsi venire in mente nuove idee era prendere spunto dalle nuove uscite cinematografiche, soprattutto di genere horror, e rielaborarle in modo originale. Era così vent’anni fa ed è così ancora oggi, con un’offerta di contenuti grandemente aumentata. Per chi fa fumetti da un lato è uno svantaggio, dato che devono competere con una quantità spropositata di prodotti audiovisivi.

Dall’altro però «è una manna dal cielo», dice Baraldi. «In quanto sceneggiatori, parte della nostra “formazione continua” consiste nell’andare spessissimo al cinema, guardare serie tv e leggere quotidiani e romanzi di ogni genere. E non abbiamo mai avuto un accesso così ampio a storie di ogni tipo, che oggi provengono da fonti che un tempo non esistevano: pensiamo alle backrooms e ai creepypasta».

Guardare e leggere storie horror è un ottimo metodo, anche perché fin dai primi numeri Dylan Dog è sempre stato un fumetto citazionista. L’importante, spiega Baraldi, è «evitare di limitarsi a scimmiottare idee altrui». Anche Sclavi usava le citazioni per capovolgere gli archetipi dei film in chiave psicanalitica o filosofica. È il caso dello speciale La casa degli uomini perduti, dove una casa apparentemente infestata si rivela alla fine l’unico luogo sano di un villaggio impazzito.

Secondo Baraldi le storie migliori sono quelle che applicano fin da subito il principio dello “show, don’t tell” (“mostra, non descrivere”): e cioè quelle che, invece di esplicitare a parole concetti, emozioni o informazioni, lasciano che siano la messa in scena e le immagini a comunicarli. È una caratteristica tipica delle storie degli sceneggiatori più apprezzati di Dylan Dog, come Sclavi, Chiaverotti, Luigi Mignacco o Giuseppe Ferrandino.

Del resto, aggiunge, «è quello che ha sempre fatto il grande horror: pensiamo a George Romero che utilizza il centro commerciale per fare una critica meravigliosa al consumismo o, più di recente, a Obsession di Curry Barker, che racconta la sopraffazione di genere con uno spunto horror apparentemente banale».

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