Perché nei supermercati italiani si trovano meno insalate e pomodori

È un fatto nuovo per l'Italia, ma che potrebbe diventare più frequente

di Francesco Gaeta

(ANSA/MOURAD BALTI TOUATI)
(ANSA/MOURAD BALTI TOUATI)
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Da alcune settimane nei supermercati italiani è più difficile trovare insalate e pomodori. Esselunga ha avvertito i clienti che «si stanno verificando temporanee variazioni o riduzioni nella disponibilità di alcuni prodotti». Coop ha fatto lo stesso per le insalate miste e quelle di una sola varietà, la cui disponibilità nelle prime due settimane di settembre è diminuita del 19 per cento rispetto al 2025.

È un fatto inedito per l’Italia, ma che si vede già da un po’ in altri paesi, e si deve alle temperature sopra la media stagionale che ci sono state a luglio e agosto. Non riguarda però ogni tipo di verdura: carote, zucchine, patate e cipolle non hanno problemi di scorte, e anche per la frutta il 2026 è stato un anno abbondante.

Le carenze si concentrano appunto sulle insalate, tra le verdure che più soffrono le variazioni di temperature, e in parte sui pomodori. Le ondate di calore, dicono i distributori, hanno ritardato i cicli di coltivazione di tutte le varietà, che normalmente oscillano tra tre e sei settimane, e hanno abbassato le rese nei campi e nelle serre, facendo salire la quota dello scarto, cioè il prodotto non idoneo alla vendita.

Il problema è confermato dai produttori di ortofrutta e riguarda tutta l’Italia. Dalla metà di luglio OrtoRomi, organizzazione di produttori che coltiva circa 800 ettari e possiede 200 serre dal Sud al Nord, ha avuto cali di resa significativi: tra il 15 e il 20% rispetto al 2025 per le insalate coltivate in serra come rucola e lattughino e fino al 25% per le insalate da campo aperto, cioè lattuga, iceberg, riccia, scarola, radicchio. Bonduelle, l’azienda che produce il 15% della verdura che arriva nei supermercati, riferisce perdite che per alcune varietà arrivano anche al 40% rispetto allo scorso anno. Secondo Federico Odella, l’amministratore delegato di Bonduelle Italia, si tratta di «un fatto eccezionale, ma da qui in avanti è destinato a non rimanere isolato».

L’aumento delle temperature e la diminuzione delle precipitazioni stanno infatti modificando in modo strutturale la resa di molti tipi di ortaggi. È una tendenza che dura da alcuni anni, anche se solo di recente è visibile sugli scaffali (e sui prezzi). Antonio Salvatore, che presiede l’organizzazione dei produttori di ortofrutta italiani (si chiama Unaproa), riassume la tendenza in questo modo: «Dieci anni fa si seminava 100 e si raccoglieva 95, oggi la percentuale si è abbassata a 80». I cali di produzione sono rilevati anche dall’Istat: tra il 2019 e il 2023 la produzione di insalata è scesa del 10,5%, e così quella di carote (-11,5%) e peperoni (-9%).

Il vero problema di questi ultimi anni non è una carenza permanente di prodotto ma l’incertezza dei raccolti, dovuta alla maggiore frequenza di eventi climatici estremi. L’anno scorso le gelate tardive di aprile hanno rovinato gran parte della frutta, quest’anno le ondate di calore una dietro l’altra hanno danneggiato la verdura. È un andamento che Claudio Mazzini, che in Coop segue il settore ortofrutta, definisce «stocastico»: vorrebbe dire probabilistico ma in questo caso forse è meglio tradurre con imprevedibile.

Un’altra espressione ricorrente tra gli esperti è «effetto frusta»: con produzioni sempre più esposte al cambiamento climatico, anche variazioni relativamente contenute dell’offerta producono conseguenze ampie su prezzi e consumi. Se c’è il 15 o il 20 per cento in meno di un certo prodotto, i prezzi possono salire rapidamente e, allo stesso modo, gli aumenti dei prezzi possono portare a un calo inatteso dei consumi, che può lasciare molta merce invenduta.

Per ora gli effetti di quanto è avvenuto in estate non sono stati evidenti. Ad agosto il calo dell’offerta di verdura e in particolare di insalata e pomodori non si è tradotto in un aumento rilevante dei prezzi per chi acquista. Ma già da queste settimane e nelle prossime le cose potrebbero cambiare: nei mercati all’ingrosso, quelli da cui si riforniscono i negozi al dettaglio, stanno cominciando a vedersi rincari forti. Secondo le rilevazioni della Borsa merci telematica italiana (BMTI), l’istituto nazionale che monitora l’andamento dei prezzi all’ingrosso dei beni agricoli, la lattuga cappuccio costa in questi giorni quasi l’80% in più rispetto all’anno scorso, i pomodori ciliegini oltre il 60%, i “cuore di bue” circa il doppio, il radicchio rosso quasi il triplo.

I prezzi all’ingrosso funzionano come una sorta di anticipatore dei prezzi al dettaglio. Per questo i ricercatori della BMTI si aspettano che una parte di questi rincari si trasferisca a breve anche nei prezzi pagati dai consumatori.

I rimedi sono di due tipi. Il primo, a valle, riguarda la grande distribuzione organizzata, che può assorbire una parte degli aumenti per evitare cali della domanda. Ma la soluzione più efficace sul lungo periodo è a monte, tra i produttori, e consiste nello stabilizzare l’offerta di ortofrutta attraverso investimenti che possano mitigare l’impatto del fattore climatico. Massimo Marino di DSS+ Consulting, una società che aiuta le imprese a valutare i rischi climatici, distingue tra «interventi immediati e adattamenti strutturali».

Tra i primi ci sono reti antigrandine, serre più alte e ombreggiate, piccoli invasi per trattenere l’acqua. Tra i secondi tecniche di agricoltura più avanzate dal punto di vista tecnologico, che migliorano la capacità del terreno di conservare l’acqua, e l’adozione di varietà più resistenti al caldo o alla siccità. Quando possibile, c’è anche l’opzione di spostare parte delle coltivazioni verso aree con microclimi più favorevoli. Bonduelle, per esempio, sta usando sensori di umidità nei campi incrociandone i dati con quelli delle stazioni meteorologiche per mappare nuove zone di produzione più resistenti alle variazioni climatiche da utilizzare nei prossimi dieci o vent’anni.

Come in altri paesi, anche in Italia il cambiamento climatico sta favorendo la nascita di una nuova agricoltura predittiva, che incrocia sensori, dati meteorologici, immagini satellitari e caratteristiche dei terreni per stimare in anticipo come cambieranno le condizioni di coltivazione.

Angelica De Vito, che lavora su modelli climatici applicati alle imprese agricole, racconta il caso di una grande azienda italiana produttrice di pomodori che per due anni consecutivi aveva accumulato circa 2 milioni di euro di perdite a causa prima di alluvioni e poi di ondate di calore. Dice De Vito: «Il modello utilizzato ha combinato dati climatici storici, disponibilità idrica, caratteristiche del suolo e rese dell’azienda per capire quali aree sarebbero diventate progressivamente più calde e siccitose, quali varietà di pomodoro avrebbero resistito meglio e come modificare tempi di semina, irrigazione e approvvigionamenti». Secondo De Vito, nel primo anno di applicazione del modello l’azienda non ha avuto perdite operative dovute a quegli eventi.

Considerare il rischio climatico come un fattore di decisioni industriali è però un’abitudine ancora poco diffusa: l’agricoltura italiana è praticata da imprese a conduzione familiare (secondo l’Istat sono il 93,5%), con piccole superfici e un’età media dei coltivatori molto alta. Rispetto a Spagna, Francia e Germania è un sistema meno industrializzato e ancora poco incline a fare investimenti che hanno ritorni non immediati o non ancora percepiti come indispensabili.