Cosa vuol dire “Naza”
Il titolo del documentario premiato a Venezia è anche un acronimo militare che l'esercito israeliano usa per riferirsi ai civili uccisi a Gaza
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Alla mostra del Cinema di Venezia il documentario NAZA dei registi israeliani Rachel Szor e Yuval Abraham ha vinto il Premio speciale della giuria. La parola “Naza” è un acronimo militare: in ebraico significa nezek agavi, ossia “danno collaterale”. È un termine che l’esercito israeliano usa per indicare i palestinesi che ritiene accettabile uccidere pur di eliminare un miliziano di Hamas: più il miliziano è importante, più alto sarà il “danno collaterale” ammesso, ossia il numero di civili che l’esercito stima possano essere uccisi. Il numero rimane interno all’esercito e non corrisponde necessariamente al numero effettivo di persone uccise, che possono essere di più o di meno.
Il documentario è basato su interviste a 24 funzionari militari e membri dell’intelligence israeliana, rimasti anonimi, e sul materiale raccolto in varie inchieste scritte da Abraham e pubblicate sulla rivista israelo-palestinese +972. Mostra come l’esercito israeliano selezioni gli obiettivi da colpire nella Striscia di Gaza e stimi in anticipo quanti civili potrebbero essere uccisi negli attacchi.
L’esercito israeliano ha negato l’esistenza di questa stima, di cui però hanno parlato decine di fonti militari e di intelligence rimaste anonime e intervistate dai due registi.
Non è una cosa che fa solo Israele: ogni governo soppesa in modo più o meno cinico vantaggi e conseguenze di un’operazione militare o di intelligence, specialmente durante una guerra. Secondo le testimonianze delle fonti però negli ultimi tre anni l’esercito israeliano lo ha fatto con un’estensione e una sistematicità che hanno pochi precedenti. Nei ragionamenti militari il concetto di “naza” ha sostituito quello di vittime civili, hanno detto le fonti, e questo ha contribuito enormemente alla loro disumanizzazione.

Una veglia funebre nella Striscia di Gaza, 11 settembre 2026 (AP Photo/Jehad Alshrafi)
Dall’inizio della guerra nella Striscia, a ottobre del 2023, l’esercito israeliano ha ucciso più di 73mila persone palestinesi, per la maggior parte civili. I bombardamenti avvengono ancora oggi, nonostante il cessate il fuoco in vigore da ottobre del 2025.
Le fonti di Abraham e Szor hanno riferito che il numero di persone palestinesi uccise è stato così alto anche perché la tolleranza dell’esercito israeliano al numero di vittime collaterali si è alzata molto dopo l’attacco di Hamas in Israele del 7 ottobre del 2023, in cui i miliziani del gruppo uccisero circa 1.200 persone israeliane. Da quel momento, per Israele è diventato sempre più accettabile uccidere decine di palestinesi per eliminare un singolo membro di Hamas.
Fonti militari hanno riferito che se prima l’esercito tentava di limitare le vittime civili, per esempio avvertendo la popolazione prima di un attacco, dall’inizio della guerra sono iniziate a circolare internamente delle cifre precise: 15, 20, 100 persone civili per ogni membro di Hamas ucciso. Nel documentario una fonte militare parla di un episodio in cui è stato autorizzato un bombardamento per cui l’esercito aveva messo in conto 500 “naza”, ossia riteneva accettabile uccidere 500 civili.
I militari e funzionari intervistati hanno detto che a guidare gli ordini dall’alto sembrava più una dinamica di «vendetta» che l’obiettivo di ripristinare la sicurezza per Israele. Come detto, l’esercito nega che esista un concetto di “naza” e non è possibile sapere per ciascun attacco quanti civili l’esercito abbia messo in conto di uccidere e quanti ne abbia effettivamente uccisi.
A questo si è aggiunta l’automatizzazione del processo.
Fin dall’inizio della guerra le liste delle persone da uccidere sono state compilate da Lavender, un sistema di intelligenza artificiale usato per identificare potenziali collaboratori, membri operativi, funzionari di basso, medio e alto rango di Hamas. Solo nelle prime settimane Lavender ne ha identificati 37mila (nella Striscia abitano circa due milioni di persone).

Il funerale di un bambino di 10 anni, ucciso in un attacco israeliano sulla Striscia di Gaza, 14 luglio 2026 (AP Photo/Abdel Kareem Hana)
Lavender si basa sulle moltissime informazioni che l’intelligence israeliana raccoglie monitorando ogni aspetto della vita nella Striscia, e assegna un punteggio da 1 a 100 a ciascun abitante per indicare quanto è probabile che faccia parte di Hamas.
In un libro pubblicato da un ex comandante dell’esercito sotto pseudonimo si legge che tra i criteri che potevano far alzare il punteggio ci sono caratteristiche estremamente vaghe: far parte di un gruppo WhatsApp che include un miliziano noto, cambiare telefono ogni pochi mesi e cambiare spesso indirizzo: una cosa comune in un territorio di 40 chilometri quadrati che è continuamente sotto assedio o sotto attacco. Era considerato un fattore anche lavorare per il ministero della Sicurezza della Striscia, gestito da Hamas (che governa la Striscia da vent’anni).
L’uso di Lavender ha fatto aumentare considerevolmente il numero di persone ritenute obiettivi da colpire, tra cui sono finiti molti civili. Secondo le fonti l’unico passaggio umano tra l’individuazione di un obiettivo e un bombardamento era un controllo di «20 secondi», che serviva principalmente a escludere eventuali donne (che normalmente non militano nel gruppo). L’esercito ha fatto pieno affidamento su Lavender, nonostante sapesse che ha un tasso di errore del 10 per cento.
I militari e funzionari intervistati hanno raccontato anche che a un certo punto è stata sdoganata la possibilità di colpire gli obiettivi quando si trovano nelle loro case, perché è più facile colpire un edificio residenziale rispetto a una struttura militare (specialmente se questa, come spesso nel caso di Hamas, si trova sottoterra). In questo modo moltissime persone – miliziani, o presunti tali – sono stati uccisi insieme a membri della loro famiglia. In alcuni casi il bombardamento è stato autorizzato ancora prima di assicurarsi che la persona considerata un obiettivo fosse effettivamente in casa.

Un uomo piange sul corpo di un parente ucciso in un attacco israeliano sulla Striscia di Gaza, novembre 2023 (AP Photo/Hatem Ali)
Una fonte militare ha riconosciuto che questa strategia non è lungimirante. «Nel breve termine siamo più al sicuro, perché abbiamo inflitto un colpo duro ad Hamas. Ma credo che a lungo andare saremo meno sicuri. Prevedo che tutte le famiglie in lutto a Gaza – praticamente tutte – aumenteranno la motivazione ad aderire ad Hamas tra 10 anni. E per Hamas sarà molto più facile reclutarle», ha detto a +972.
Come prevedibile, il governo israeliano non ha accolto bene il documentario. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha detto: «Stiamo combattendo l’incitamento all’antisemitismo in tutto il mondo, ma quando proviene dall’interno è intollerabile». Domenica il ministro della Sicurezza Itamar Ben Gvir aveva descritto i due autori di NAZA come «una disgrazia e una vergogna per l’intero popolo israeliano», e lunedì il ministro della Cultura Miki Zohar ha chiesto l’avvio di una procedura per valutare una revoca della loro cittadinanza e avviare un’indagine sulle loro fonti. «Chi agisce contro Israele durante una guerra deve sapere che ciò avrà un prezzo» ha detto.
Szor ha raccontato al quotidiano britannico Guardian (che ha prodotto il documentario) di essersi dovuta confrontare con la rabbia e il disprezzo di alcuni familiari e persone a lei vicine. Abraham ha detto che gruppi di estrema destra hanno attaccato la casa di sua madre. Erano entrambi già noti per aver collaborato alla realizzazione del film palestinese sulle violenze dei coloni in Cisgiordania, No Other Land, che vinse l’Oscar nel 2025.
Le fonti intervistate sono state protette in modo scrupoloso: in NAZA sono mostrate solo sagome in controluce, che non sono quelle degli intervistati, e i disegni che fanno su carta per mostrare ciò che spiegano sono offuscati per nascondere la calligrafia.
– Leggi anche: Il ministro della Cultura israeliano ha chiesto di revocare la cittadinanza ai registi di NAZA



