Quando Emma Bonino si fece arrestare per il diritto all’aborto
Nel 1975 rivendicò pubblicamente di aver aiutato alcune donne ad abortire, per sfidare la legge che criminalizzava l'interruzione di gravidanza
di Giulia Siviero
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Il 15 giugno del 1975 davanti al seggio di Bra, in provincia di Cuneo, era chiaro un po’ a tutti che qualcosa stava per accadere. Erano presenti gli inviati dei grandi giornali e delle agenzie di stampa, i fotografi e poi un centinaio di membri del Partito Radicale, di femministe e di attiviste del CISA, il Centro Informazione per la Sterilizzazione e l’Aborto dove si praticavano le interruzioni di gravidanza. In quel momento in Italia, in base al codice penale fascista conosciuto come codice Rocco, l’aborto era considerato un delitto «contro l’integrità e la sanità della stirpe»: un atto diretto contro lo Stato, dunque, punito con pene gravissime, così come il procurato aborto e l’istigazione.
Intorno alle 10 del mattino al seggio arrivò Emma Bonino. Aveva 27 anni. Dopo aver consegnato il proprio documento entrò nella cabina per votare e non appena uscita si rivolse al presidente: «Presidente, sono colpita da un mandato di arresto, mi consegno a lei», disse. Per qualche minuto non accadde nulla e quando il presidente invitò Bonino a uscire, ad attenderla c’era un brigadiere. Bonino venne fermata in base a un mandato di arresto emesso mesi prima, accompagnata in caserma, poi da lì nel carcere di Cuneo e infine in quello di Firenze, dove il reato era stato commesso.

Articolo della Stampa Sera del 16 giugno 1975
La decisione di Bonino di farsi arrestare faceva parte di una strategia più ampia portata avanti in quegli anni dai Radicali e dai collettivi femministi: rivendicare pubblicamente di aver trasgredito la legge attraverso le autodenunce per aborto e in questo modo svelare l’ipocrisia dello Stato, mettendolo davanti alla paradossale situazione di non essere in grado di applicare quella legge che tante, troppe, dicevano ora di aver violato.
Tra gli anni Sessanta e Settanta, prima che tribunali e partiti si facessero carico (chi meglio, chi peggio) della questione degli aborti, accadde che le singole donne cominciarono a parlare della loro interruzione di gravidanza clandestina proprio mentre la praticavano, componendo un racconto diffuso, collettivo e comune in grado di aprire uno spazio di realtà tra i divieti imposti dalla legge e la sua quotidiana violazione. ma furono le femministe a trasformare il tema in una faccenda politica. Affiancando alle testimonianze delle donne sui loro aborti le autodenunce pubbliche per procurato aborto.
Una delle prime e più celebri autodenunce fu il “Manifesto delle 343” scritto da Simone de Beauvoir e pubblicato in prima pagina su Le Nouvel Observateur il 5 aprile del 1971. In Germania, due mesi più tardi, l’idea fu ripresa dalla rivista Stern.
– Leggi anche: “Dichiaro di aver abortito”
In Italia la pratica dell’autodenuncia iniziò, a livello personale, con il discorso fatto da Matilde Maciocia durante una manifestazione per l’abrogazione del reato di aborto in piazza Navona, a Roma, il 24 novembre del 1971:
«Mi chiamo Matilde Maciocia. (…) Avevo vent’anni e una bambina di pochi mesi, mio marito frequentava ancora l’università e non lavorava; il peso della famiglia era tutto sulle mie spalle, quando restai di nuovo incinta. È logico che in tali condizioni non potessi mettere al mondo un altro figlio».
Matilde Maciocia raccontò davanti a tutte la brutalità della mammana a cui si era rivolta (così venivano chiamate le donne che aiutavano ad abortire clandestinamente), l’intervento che le provocò un’infezione all’utero, che la portò alla sterilità e poi alla depressione. E raccontò la violenza dei medici dell’ospedale che per ben due volte le praticarono un raschiamento da sveglia, senza anestesia: la prima volta «come sono soliti fare quando sospettano che l’aborto è procurato» e la seconda volta perché non aveva abbastanza soldi per pagare l’anestesia.
Il suo discorso si concluse con una rivendicazione politica:
«Le migliaia di donne vittime di un sistema che impone loro di accettare la maternità ad ogni costo, calpestando il diritto della donna di scegliere come e quando essere madre, debbono trovare il coraggio di ribellarsi a leggi così ingiuste. Mi appello a esse perché rompano il muro di omertà che circonda l’aborto clandestino».
Quello stesso anno il Movimento di Liberazione della Donna (MLD), nato all’interno del Partito Radicale e a esso federato, allegò l’appello di Maciocia a un modulo per l’autodenuncia da compilare e rispedire. Nel modulo si affermava che la legge «clericale, ipocrita e fascista» contro l’aborto esisteva «solo per essere violata».
A partire da lì le autodenunce si moltiplicarono. Parallelamente, le femministe dell’MLD e i Radicali decisero di affiancare gli aborti di massa alla strategia della provocazione realizzata con le autodenunce.
Alla fine del 1973, a Milano, Emma Bonino insieme ad Adele Faccio, ex staffetta partigiana, e ad altre militanti legate al Partito Radicale fondò il CISA (Centro Informazione per la Sterilizzazione e l’Aborto), che l’anno dopo aprì un ambulatorio a Firenze. Nei centri si praticavano le interruzioni di gravidanza con il metodo dell’aspirazione e l’obiettivo era sì fornire un servizio, ma anche trasgredire pubblicamente la legge e spingere le istituzioni a trovare una soluzione agli aborti clandestini.

Emma Bonino a una manifestazione femminista nel 1975 (ARCHIVIO ANSA)
Il 9 gennaio del 1975 la polizia fece irruzione al CISA di Firenze arrestando il ginecologo che vi lavorava, Giorgio Conciani, e portando in questura tutte le donne che si trovavano all’interno della clinica. Venne arrestato anche il segretario dei Radicali Gianfranco Spadaccia, che si dichiarò corresponsabile.
Due settimane dopo, il 26 gennaio del 1975, al teatro Adriano di Roma, durante una conferenza internazionale sull’aborto venne arrestata anche Adele Faccio appena dopo aver dichiarato che soltanto le donne avevano il diritto di scegliere se abortire o no. L’accusa nei suoi confronti era di associazione a delinquere aggravata, procurato aborto pluriaggravato e continuato.
Due mesi dopo la procura di Firenze emise un simile mandato di arresto anche contro Bonino. Come raccontò al tempo l’Espresso, la polizia fece irruzione in casa della madre di Bonino, cercandola «perfino sotto il letto e nell’armadio», ma senza riuscire a trovarla, e facendo poi passare il suo arresto in secondo piano: rendendo di nuovo evidente che nel paese non esisteva una legge tanto disattesa quanto quella che puniva l’aborto o chi lo praticava clandestinamente.
A fronte di questa evidenza, l’MLD e i Radicali minacciarono di denunciare esplicitamente le procure per omissione di azione penale, mettendo sotto accusa i giudici per non aver dato seguito agli esposti. La volontà di Bonino di farsi arrestare aveva lo stesso obiettivo.
Quel giorno, poco prima di presentarsi al seggio, Bonino raccontò a una stazione radio indipendente perché aveva deciso di costituirsi:
«Per il momento non hanno più bisogno di me. C’era da rimettere in piedi la rete di assistenza del CISA, entrata in crisi dopo l’arresto della Faccio, e questo è stato fatto. Abbiamo messo in funzione cinque centri in Italia, poi abbiamo preso accordi con cliniche jugoslave, svizzere e inglesi per portarvi ad abortire gruppi di donne. È perfino strano che in questi quattro mesi di latitanza, nonostante che nelle ultime settimane abbia preso ben poche precauzioni, non mi abbiano arrestato. Ho fatto centinaia di telefonate dal centro CISA di Milano, in via di Porta Vigentina, il telefono è sotto controllo, eppure non si è presentato nessuno ad esibirmi il mandato di arresto. Sembrava quasi che le autorità se ne fossero dimenticate. Proprio per costringerle ad applicare questa legge anticostituzionale, ho deciso di costituirmi».
La sua detenzione durò pochi giorni: venne rimessa in libertà provvisoria in attesa di giudizio, ma nel 1976, mentre il procedimento era in corso, fu eletta alla Camera con il Partito Radicale ottenendo l’immunità. Due anni dopo, e come risultato di una serie di lunghe e faticose mediazioni al ribasso, il Parlamento italiano approvò la Legge 194, concedendo – ad alcune precise condizioni – l’interruzione volontaria di gravidanza.



