L’ex ILVA di Taranto dovrà chiudere entro la fine di ottobre
La Corte d’appello di Milano ha respinto la richiesta dell’azienda di sospendere la chiusura dell’area a caldo
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La Corte d’appello di Milano ha respinto la richiesta di Acciaierie d’Italia, la società proprietaria dell’ex ILVA di Taranto, di sospendere la chiusura dell’area a caldo dello stabilimento, decisa dalla stessa Corte alla fine di luglio. Significa di fatto che l’ex ILVA dovrà chiudere entro il 28 ottobre come stabilito dalla Corte, perché senza l’area a caldo, che è la parte più importante dell’intero impianto ma è anche molto inquinante, non può produrre niente.
È una decisione che rischia di rendere quasi impossibile la vendita da parte dello Stato italiano – che gestisce gli impianti in amministrazione straordinaria – e che con ogni probabilità avrà conseguenze negative sulle migliaia di persone che lavorano negli stabilimenti dell’ex ILVA e nelle imprese dell’indotto, cioè quella che forniscono l’azienda o lavorano in appalto.
Venerdì mattina la Corte ha sostanzialmente confermato la sua decisione, dicendo che tra il diritto a esercitare un’attività d’impresa e quello alla salute delle persone, deve prevalere quest’ultimo. I sindacati FIM, FIOM e UILM hanno già chiesto l’intervento del governo per evitare che i lavoratori finiscano tutti in cassa integrazione o licenziati. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha commentato dicendo che esiste già un “tavolo” sull’ILVA, cioè un gruppo di lavoro che si incontra stabilmente per discuterne, e che sarà riconvocato a breve.
L’ex ILVA è l’impianto siderurgico più grande d’Italia e il governo sta cercando da tempo di venderla. Le molte decisioni giudiziarie che ne hanno ordinato la chiusura per il suo impatto ambientale (la prima fu del 2012), il commissariamento e la prospettiva della vendita hanno innescato una crisi industriale e occupazionale che va avanti da anni, tra proteste di lavoratori, interventi dei governi e tentativi di trovare un nuovo proprietario.
Nell’area a caldo le materie prime vengono fuse negli altiforni e trasformate nell’acciaio che poi viene trasportato e lavorato negli stabilimenti nel Nord Italia. Gli altiforni dell’ex ILVA sono quattro di cui solo uno attivo: l’ANSA scrive che le operazioni di spegnimento dovranno iniziare il 16 settembre per essere completate entro la fine di ottobre. L’area a caldo è anche la parte più costosa e problematica, perché molto inquinante.
A fine luglio la Corte d’appello aveva disposto la sospensione delle attività dell’area a caldo entro 90 giorni, quindi entro la fine di ottobre. Il provvedimento stabilisce che l’area a caldo deve restare ferma finché l’azienda non avrà rimosso tutto l’amianto e trovato il modo di portare l’emissione di polveri sottili entro i livelli di sicurezza. Sono di per sé interventi costosi per l’eventuale acquirente dell’ex ILVA di Taranto, che si troverebbe anche a comprare un impianto chiuso dal tribunale.
Allo stesso tempo la decisione della chiusura dell’area a caldo ha aggravato la crisi occupazionale, mettendo a rischio i posti di lavoro degli operai impiegati negli altiforni, e a cascata di quelli che lavorano negli altri stabilimenti e dei lavoratori delle aziende dell’indotto. Il 4 settembre era stato annunciato il licenziamento collettivo di 2.500 di loro, che la settimana dopo era stato sospeso in attesa di questa decisione della Corte: ora l’Aigi, l’associazione che le rappresenta, ha fatto sapere che le procedure riprenderanno.



