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Che cosa fu l’11 settembre 2001

La cronaca del giorno in cui successe l'impensabile negli Stati Uniti e cambiò il mondo, 25 anni fa

di Emanuele Menietti

Il fumo dalla Torre Nord del World Trade Center già colpita mentre il volo 175 di United Airlines colpisce la Torre Sud, New York, Stati Uniti, 11 settembre 2001 (AP Photo/Chao Soi Cheong)
Il fumo dalla Torre Nord del World Trade Center già colpita mentre il volo 175 di United Airlines colpisce la Torre Sud, New York, Stati Uniti, 11 settembre 2001 (AP Photo/Chao Soi Cheong)
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Centodue minuti dopo l’impatto del primo aereo contro la Torre Nord, delle Torri Gemelle non rimaneva altro che macerie e una gigantesca nube di polvere sopra Manhattan. Due dei grattacieli più famosi di New York erano scomparsi dal suo skyline e migliaia di persone erano morte. A trecento chilometri di distanza, vicino a Washington, il Pentagono era in fiamme mentre in un campo della Pennsylvania il fumo avvolgeva i rottami di un aereo da poco precipitato.

Era l’11 settembre del 2001 e gli Stati Uniti avevano subìto il più grave attentato terroristico nella loro storia.

Quegli attacchi coordinati avrebbero condizionato la politica statunitense e internazionale dei decenni successivi fino ai giorni nostri. Provocarono guerre, un aumento dei poteri di sorveglianza dei governi sulla popolazione e furono la causa di lutti per migliaia di persone. Ma per capire che cosa avvenne dopo, occorre tornare a quelle ore di 25 anni fa, quando le televisioni di tutto il mondo mostrarono in diretta gli attentati e i loro effetti distruttivi.

La mattina dell’11 settembre 2001 il cielo era limpido sopra New York. Si preannunciava una bella giornata di fine estate, dopo che un temporale aveva lasciato una piacevole aria fresca. Era un martedì e milioni di persone si preparavano a un giorno lavorativo come tanti in città. Molte di loro erano in viaggio per raggiungere il World Trade Center (WTC), il complesso di alti edifici nella parte sud dell’isola di Manhattan e famoso soprattutto per le Torri Gemelle.

Erano alte poco più di 400 metri e quando erano state inaugurate nel 1973 erano gli edifici più alti del mondo. Erano uno dei simboli della potenza economica degli Stati Uniti e ospitavano uffici, ristoranti, bar, aree commerciali e attrazioni per turisti. Nessuno immaginava che di lì a poco due aerei di linea le avrebbero trafitte e distrutte.

Le Torri Gemelle a New York, Stati Uniti, 1 marzo 2000 (AP Photo/Mark Lennihan)

Uno dei due voli era partito poco prima delle otto (ora di New York, le 14 in Italia) dall’aeroporto di Boston diretto verso Los Angeles. Era il volo 11 di American Airlines e tra le 81 persone che si erano imbarcate, oltre alle 11 dell’equipaggio, c’erano cinque componenti di al Qaida, l’organizzazione terroristica guidata da Osama bin Laden. Il suo obiettivo dichiarato era colpire gli Stati Uniti e i loro alleati e porre fine alla presenza militare e all’influenza politica occidentale nei paesi musulmani.

Un quarto d’ora dopo, sempre da Boston era partito il volo 175 di United Airlines, diretto verso Los Angeles. Oltre ai nove membri dell’equipaggio, a bordo c’erano 56 passeggeri tra i quali cinque terroristi di al Qaida. Nei mesi precedenti alcuni di loro, come i dirottatori degli altri voli, avevano seguito corsi per pilotare gli aerei negli Stati Uniti.

Alle 8:19 un’assistente del volo 11 si mise in contatto con American Airlines per segnalare un’emergenza a bordo: due persone avevano preso il controllo dell’aereo con la violenza ed era in corso un dirottamento. Nel frattempo dall’aeroporto di Washington, D.C. era decollato il volo 77 diretto a Los Angeles, con 64 persone a bordo, compresi altri cinque terroristi di al Qaida. Infine, mezz’ora dopo era decollato il volo 93 di United Airlines da Newark (New Jersey) diretto a San Francisco, con 44 persone a bordo, quattro delle quali erano terroristi.

In quel momento, due Boeing 767 e due Boeing 757 con a bordo una manciata di dirottatori ciascuno, quasi tutti sauditi, erano in volo sopra gli Stati Uniti. L’obiettivo di al Qaida era di farli precipitare su alcuni degli edifici più simbolici del paese, che ne rappresentavano la forza economica, politica e militare.

A Manhattan erano quasi le nove del mattino e gli uffici della Torre Nord del World Trade Center iniziavano a riempirsi di impiegati. Dalle finestre del grattacielo, alcuni notarono in lontananza un aereo di linea che volava a bassa quota in direzione di New York. Era basso all’orizzonte, ma gli aeroporti cittadini erano relativamente vicini e poteva succedere che alcuni aerei facessero manovre nelle vicinanze. Il volo 11 puntava però verso il grattacielo e non dava segno di correggere la propria rotta.

Alle 8:46 si schiantò contro la Torre Nord mentre viaggiava a oltre 700 chilometri orari con circa 38mila litri di carburante. L’impatto produsse una forte esplosione e una grande breccia tra il 93esimo e il 99esimo piano del grattacielo. Le 92 persone a bordo morirono nell’impatto così come altre decine di persone che si trovavano in quei piani all’interno dell’edificio. Che un aereo si schiantasse contro il World Trade Center sembrava così assurdo che si pensò subito a un incidente.

CNN fu tra le prime televisioni a dare la notizia alle 8:49 parlando quasi da subito di un grande aereo passeggeri, mentre altre emittenti iniziarono le proprie trasmissioni parlando di un piccolo aereo a motore. Venticinque anni fa non c’erano i social network e non c’erano gli smartphone per come li conosciamo oggi, quindi in quei momenti le uniche immagini disponibili in diretta erano quelle della televisione.

George W. Bush, il presidente Repubblicano in carica da poco meno di un anno, stava per partecipare a un evento in una scuola elementare in Florida. Karl Rove, uno dei suoi più fidati assistenti, gli diede la notizia parlando di un incidente al WTC con un aereo di dimensioni contenute. In attesa di nuove informazioni, Bush diede ordine di fornire l’assistenza necessaria del governo alla città di New York e proseguì con il suo evento.

Bush si sedette tra i bambini per assistere a una breve lezione di lettura, inconsapevole che di lì a poco sarebbe stata registrata dalle telecamere presenti una delle scene più memorabili di quella giornata. Erano le 9:05 e Andrew Card, il capo di gabinetto della Casa Bianca, si avvicinò al presidente per sussurrargli all’orecchio che circa due minuti prima un secondo aereo aveva colpito la Torre Sud e che gli Stati Uniti erano sotto attacco. Bush reagì cercando di rimanere impassibile, in seguito disse per non spaventare i bambini e dare al tempo stesso l’idea di un leader in controllo.

I minuti successivi furono comunque surreali: mentre erano in corso attacchi terroristici coordinati, il presidente ascoltava dai bambini la storia di The Pet Goat, un racconto su una capra da compagnia.

Intanto a New York entrambe le Torri Gemelle erano in fiamme. L’aereo che si era schiantato contro la Torre Sud era quello del volo United 175. Le 65 persone a bordo erano morte durante l’impatto che era avvenuto tra il 77esimo e l’85esimo piano.

Il secondo impatto rese evidente che il primo non era stato un incidente, ma anche in questo caso sembrava così incredibile che potesse succedere una cosa del genere che diverse televisioni faticarono a descrivere ciò che era evidente dalle immagini. Il giornalista di CNN in diretta da New York impiegò per esempio qualche minuto prima di realizzare che era stata colpita anche la Torre Sud.

Persone osservano il fumo dalle due Torri Gemelle, New York, Stati Uniti, 11 settembre 2001 (AP Photo/Amy Sancetta)

In buona parte del mondo le principali televisioni interruppero la normale programmazione e iniziarono una diretta che sarebbe andata avanti senza interruzioni per ore. Nei giorni seguenti le televisioni continuarono a mostrare quasi esclusivamente gli attentati, le loro conseguenze e le prime reazioni delle autorità sospendendo la maggior parte dei propri programmi di intrattenimento. Non si parlava d’altro in tv, sui giornali e sui siti di informazione online.

Dopo gli impatti, era iniziata a fatica l’evacuazione di migliaia di persone dalle Torri Gemelle. Le difficoltà erano dovute all’inagibilità di alcune scale di emergenza e alla presenza di fumo e detriti in prossimità dei piani colpiti. Centinaia di persone che si trovavano al di sopra delle due grandi fenditure causate dagli aerei erano isolate, senza la possibilità di scendere ai piani più bassi. Dovendo affrontare fumo denso, un calore insopportabile e incendi isolati senza nessuna prospettiva di soccorso, diverse persone presero la drammatica decisione di lanciarsi nel vuoto da oltre trecento metri di altezza.

The Falling Man”, la foto di una di quelle persone in caduta verso il suolo, divenne una delle più famose e impressionanti testimonianze dell’11 settembre 2001.

Mentre centinaia di vigili del fuoco raggiungevano le Torri Gemelle per salire negli edifici e prestare soccorso, si diffuse la notizia di un nuovo attacco. Alle 9:37 i dirottatori di al Qaida avevano fatto precipitare il volo 77 contro il Pentagono, la sede del dipartimento della Difesa degli Stati Uniti e uno dei palazzi più famosi e riconoscibili al mondo, nell’area di Washington. Le 64 persone a bordo erano morte all’istante così come altre 125 persone che si trovavano nell’edificio.

Bush ricevette la notizia mentre lasciava la scuola elementare in Florida, durante il tragitto verso l’aeroporto. Poco prima di partire, aveva tenuto un breve discorso per commentare gli attacchi alle Torri Gemelle. A bordo dell’Air Force One, l’aereo presidenziale, Bush sentì al telefono il vicepresidente Dick Cheney, che aveva intanto raggiunto il bunker della Casa Bianca a Washington, evacuata per motivi di sicurezza, e gli disse «Siamo in guerra, qualcuno la pagherà».

La sezione del Pentagono distrutta dall’attacco terroristico, Arlington, Virginia (Mai/Getty Images)

Mentre l’Air Force One si preparava a decollare verso una destinazione ignota per proteggere il presidente da eventuali attacchi, alle 9:45 fu ordinata la chiusura dell’intero spazio aereo civile statunitense. Era una decisione senza precedenti. Tutti gli aerei civili già decollati dovevano atterrare nel più vicino aeroporto. C’erano circa 4.500 aerei in volo e furono fatti atterrare tutti senza incidenti in meno di tre ore. Tranne uno.

Sul volo 93 i quattro dirottatori di al Qaida erano riusciti a prendere il controllo dell’aereo e a cambiare rotta verso Washington. Alcuni dei passeggeri, costretti a rimanere al fondo dell’aereo, erano riusciti a telefonare ad amici e familiari, scoprendo i dirottamenti degli altri aerei verso le Torri Gemelle e il Pentagono. Capirono che il loro aereo sarebbe precipitato e decisero di reagire, facendo irruzione nella cabina di pilotaggio. Lottarono con i dirottatori che fecero compiere all’aereo manovre violente, fino a quando alle 10:03 l’aereo si schiantò in un campo vicino a Shanksville, in Pennsylvania. Non sopravvisse nessuna delle 44 persone a bordo.

Non fu possibile ricostruire dove fosse diretto il volo 93, ma si è ipotizzato che l’obiettivo dei dirottatori potesse essere la Casa Bianca o il Campidoglio, la sede del Congresso.

Passarono circa dieci minuti prima di avere la certezza che anche quell’aereo era caduto. In mancanza di informazioni precise, Bush aveva autorizzato l’abbattimento degli aerei di linea ancora in volo che fossero stati identificati come dirottati. In quei momenti non era ancora chiaro se ci fossero altri voli con dirottatori a bordo, né se potessero verificarsi attentati di altro tipo. Intanto a New York era da poco successo l’impensabile.

La grande quantità di carburante dispersa dal volo 175 alimentò gli incendi ai piani colpiti del grattacielo, mentre l’impatto aveva danneggiato le colonne e fatto saltare parte della protezione antincendio. Il calore indebolì progressivamente la struttura e deformò i pavimenti, fino a provocare il cedimento della parte alta del grattacielo. Poco prima delle 10, e dopo meno di un’ora dall’impatto dell’aereo, la Torre Sud crollò su sé stessa. Un palazzo di 400 metri di altezza si sbriciolò in circa dieci secondi in diretta televisiva, lasciando una gigantesca nube di polveri e un cumulo di detriti. Mezz’ora dopo lo stesso accadde con la Torre Nord.

Il grande spostamento d’aria al suolo causato dalla caduta spinse le polveri per diversi isolati intorno al WTC. Le persone in strada da poco uscite dai due grattacieli furono investite dalla nube e in alcuni casi sbalzate dalla forza dell’onda d’urto e colpite dai detriti. Respirarono insieme ai soccorritori polveri e sostanze tossiche, che nei mesi seguenti avrebbero causato danni respiratori e malattie croniche, con cui molte persone sopravvissute si devono confrontare ancora oggi, a 25 anni da quel giorno.

Nel corso della giornata Lower Manhattan fu evacuata e chiusa al traffico: migliaia di persone si allontanarono a piedi dalla zona del World Trade Center, mentre altre furono portate via in barca verso il New Jersey. Il resto di Manhattan continuò a funzionare, anche se con strade, trasporti e comunicazioni fortemente compromessi.

Negli attentati alle Torri Gemelle morirono circa 2.800 persone, la maggior parte delle quali era rimasta bloccata nei piani alti dei grattacieli, al di sopra delle grandi brecce causate dai due aerei. Nel calcolo dei morti sono compresi i circa 400 vigili del fuoco e agenti della polizia che stavano gestendo i soccorsi, molti cercando di raggiungere i piani in fiamme per aiutare le persone rimaste bloccate. Nel complesso quel giorno morirono circa 3mila persone di 90 nazionalità e ci furono migliaia di feriti.

Dopo essere rimasto in volo per buona parte della giornata, con due tappe intermedie in basi dell’aeronautica, l’Air Force One atterrò infine a Washington poco prima delle 19 su forte insistenza di George W. Bush, che non voleva dare l’immagine di un presidente in fuga e lontano dalla capitale di un paese sotto attacco. Alle 20:30 parlò in diretta televisiva dallo Studio Ovale. Ringraziò chi si stava occupando dei soccorsi, disse che «queste uccisioni di massa avevano l’obiettivo di spaventarci e mettere nel caos la Nazione, ma hanno fallito: il nostro paese è forte».

Bush non citò esplicitamente al Qaida né Osama bin Laden, ma indicò chiaramente quale sarebbe stata la risposta degli Stati Uniti: «Non faremo alcuna distinzione tra i terroristi che hanno commesso questi atti e coloro che li proteggono», alludendo ai paesi noti per ospitare gruppi terroristici.

Il 7 ottobre, a meno di un mese dagli attentati, una coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti iniziò i bombardamenti in Afghanistan contro al Qaida e contro il regime dei talebani, accusato di avere dato rifugio a Osama bin Laden e alla sua organizzazione. In poche settimane il regime fu rovesciato, ma la guerra durò per quasi vent’anni, fino al ritiro delle truppe nell’agosto del 2021. L’amministrazione Bush estese poi il conflitto all’Iraq, benché non ci fossero prove credibili che il regime di Saddam Hussein avesse avuto un ruolo negli attentati dell’11 settembre.

La “guerra al terrorismo” divenne una priorità permanente della politica statunitense anche nel secondo mandato da presidente di George W. Bush. Con la motivazione di rafforzare la sicurezza, favorì l’adozione da parte degli Stati Uniti e di molti altri governi di regole più rigide sul controllo degli spostamenti delle persone, pratiche più invasive delle forze di polizia e attività di spionaggio più pervasive.

Le guerre di Bush furono fallimentari nel trovare e arrestare Osama bin Laden. Fu identificato in un complesso ad Abbottabad, in Pakistan, quasi dieci anni dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 grazie a un’accurata operazione di intelligence. Con una rischiosa operazione militare, bin Laden fu trovato e ucciso dagli Stati Uniti il 2 maggio 2011 nel corso del primo mandato da presidente di Barack Obama.

Obama annunciò la notizia con un discorso televisivo, citando quel giorno degli attentati: «Questa sera, ripensiamo al senso di unità che prevalse l’11 settembre. So che a volte si è incrinato. Ma il risultato di oggi dimostra la grandezza del nostro Paese e la determinazione del popolo americano».

Nel proprio rapporto di 585 pagine pubblicato nel 2004, la Commissione d’indagine sugli attentati dell’11 settembre scrisse che gli Stati Uniti non furono in grado di «unire i puntini», mancando diverse opportunità tra il 2000 e il 2001. Segnalò una mancanza di immaginazione intorno agli indizi su un possibile uso di aerei come armi, gravi carenze nella condivisione delle informazioni tra le agenzie di intelligence (spesso in competizione tra loro) e di procedure adeguate. Tutto questo nonostante negli anni precedenti al Qaida avesse già condotto attentati terroristici contro gli Stati Uniti, pur su una scala minore. Negli anni successivi agli attentati si diffusero anche numerose teorie del complotto, alcune di queste teorie non fondate circolano ancora oggi.

Il National September 11 Memorial (AP Photo/Mark Lennihan)

Dopo il crollo delle due torri iniziarono la rimozione delle macerie e la ricerca dei resti delle persone uccise negli attentati. Fu un lavoro che a Ground Zero, come venne chiamata l’area dove sorgevano i grattacieli, durò otto mesi e mezzo fino alla fine di maggio del 2002. Furono rimossi circa 1,6 milioni di tonnellate di detriti e recuperati migliaia di resti umani, molti dei quali ancora oggi non sono stati identificati.

All’ombra del One World Trade Center, il grande grattacielo alto 541 metri costruito dopo gli attentati, ci sono due ampie vasche. Sono le due fontane che fanno parte del National September 11 Memorial e delimitano i perimetri un tempo delle Torri Gemelle. L’acqua scende di continuo verso un grande vuoto centrale, per rappresentare un’assenza che non può essere colmata. Lungo i parapetti sono incisi i nomi delle persone uccise negli attentati. Accanto c’è un museo che racconta la storia di quel giorno di venticinque anni fa.