La quinta stagione di “Fauda” era quasi pronta, poi c’è stato il 7 ottobre
Gli autori della serie israeliana distribuita da Netflix l’hanno riscritta, cambiando visibilmente l'approccio al racconto del popolo palestinese
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Quando Avi Issacharoff e Lior Raz si misero a lavorare alla quinta stagione di Fauda, popolare serie tv israeliana su una squadra di agenti antiterrorismo sotto copertura, era l’inizio del 2023. Raz, che interpreta anche uno dei protagonisti, propose di incentrarla sull’invasione di uno dei centri abitati al confine con la Striscia di Gaza, i kibbutz, da parte di miliziani di Hamas, ma Issacharoff respinse l’idea sostenendo che non fosse abbastanza realistica.
Dopo alcuni mesi di lavoro, il 7 ottobre del 2023, centinaia di miliziani di Hamas in Israele ci entrarono per davvero e misero in atto il peggior massacro di ebrei dai tempi dell’Olocausto. Poco dopo iniziò la devastante invasione della Striscia di Gaza da parte di Israele, considerata un genocidio da un crescente numero di esperti di diritto internazionale. Issacharoff e Raz cestinarono il lavoro che avevano fatto fino a quel momento e scrissero una nuova sceneggiatura per la quinta stagione, che da questa settimana è disponibile su Netflix in decine di paesi e ha ricevuto molte attenzioni.
Il 7 ottobre i miliziani di Hamas uccisero 1200 persone, in gran parte civili, e ne presero 251 in ostaggio. Mentre l’apparato di sicurezza israeliano mostrava tutta la sua impreparazione e l’esercito impiegava ore ad arrivare nei luoghi dove si stava compiendo il massacro, Issacharoff e Raz si unirono ai gruppi di volontari che contribuirono a far evacuare le persone dall’area colpita.
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La quinta stagione di Fauda è ambientata nel 2025, ma l’attacco viene raccontato come un flashback negli episodi 7 e 8: mostrano le incursioni nei kibbutz, gli omicidi indiscriminati, le case bruciate e i tentativi di fuga delle persone che partecipavano al Nova festival; più di 350 di loro furono uccise dai membri di Hamas. Quando la stagione uscì a maggio in Israele, dove Fauda è un prodotto di enorme successo, fu la più vista della storia del canale televisivo e casa di produzione Yes. Gli episodi sul 7 ottobre furono accompagnati da un messaggio che informava gli spettatori che, se lo desideravano, potevano saltarli senza perdere parti della trama. Poi furono resi disponibili gratuitamente online.
In Israele la serie è stata accolta positivamente. Einav Schiff, critico televisivo di Yedioth Ahronoth, uno dei principali quotidiani del paese, ha scritto che è riuscita «a rappresentare ciò che è accaduto a molti israeliani dopo che la portata del fallimento e del disastro è diventata chiara: la rabbia folle, l’insulto straziante, la totale crisi di fiducia e il desiderio ardente di vendetta, anche a costo del crollo morale».
Altre testate però si sono chieste come avrebbe potuto essere percepita all’estero, dal momento che rispetto alle altre stagioni la quinta ha di fatto sostanzialmente abbandonato qualsiasi tentativo di creare empatia per la popolazione palestinese, un aspetto che spesso menzionato fra i pregi di Fauda. La quinta stagione mostra i suoi protagonisti mentre elaborano il trauma personale e collettivo che è stato il 7 ottobre, ma anche il loro sentimento di vendetta.
La serie non mostra né fa riferimento all’invasione della Striscia di Gaza, dove negli ultimi tre anni Israele ha ucciso più di 70mila persone, in gran parte donne e bambini. Fra il 2023 e il 2024 tra l’altro uno dei membri storici della troupe, Matan Meir, fu ucciso mentre combatteva nella Striscia e uno degli attori principali, Idan Amedi, fu gravemente ferito (e infatti non compare nella nuova stagione).
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I personaggi palestinesi sono ritratti principalmente come persone estremamente cattive e gli occidentali che li sostengono sono intenzionalmente rappresentati come ingenui e facilmente manipolabili. Issacharoff ha detto per esempio che il personaggio di Anne, interpretato dall’attrice franco-ebrea Mélanie Laurent (Shosanna in Bastardi senza gloria di Quentin Tarantino), è stato scritto per «mostrare cosa è successo qui in Europa, quando l’ingenuità di alcune persone le ha portate a pensare che Hamas sia buono».
Gli autori hanno anche escluso qualsiasi critica strutturata al governo di Benjamin Netanyahu, che pure Issacharoff critica pubblicamente. In questi anni diverse inchieste (l’ultima uscita pochi giorni fa sul quotidiano israeliano di sinistra Haaretz) hanno scoperto che l’intelligence israeliana e Netanyahu avevano ricevuto avvertimenti sui piani di Hamas ma li avevano sottovalutati.
Issacharoff e Raz hanno motivato questa scelta principalmente con la volontà di concentrarsi sull’aspetto umano della tragedia e di mostrare al pubblico internazionale cosa loro avevano provato durante e dopo il 7 ottobre, un evento che secondo la loro prospettiva viene costantemente minimizzato in Occidente. Pur riconoscendo che questa stagione si concentra più sul lato israeliano, hanno anche sostenuto che i personaggi palestinesi abbiano ancora molte sfumature. Per i critici tuttavia la quinta stagione ha semplicemente reso palese un bias che già permeava le stagioni precedenti.

Avi Issacharoff, a sinistra, e Lior Raz, a destra, nel 2019 (AP Photo/Oded Balilty)
La prima stagione di Fauda venne resa disponibile su Netflix alla fine del 2016 ed ebbe rapidamente un successo internazionale. Per scriverla Issacharoff e Raz si erano ispirati ai loro anni di servizio militare svolti nell’unità antiterrorismo d’élite Duvdevan (“ciliegia”, in italiano), conosciuta per le sue operazioni sotto copertura. Oggi Issacharoff è un noto giornalista, corrispondente per gli affari palestinesi e arabi per Haaretz, e scrive anche di Medio Oriente per il Times of Israel, un altro importante quotidiano israeliano, più conservatore. Raz invece è diventato uno degli attori israeliani più riconoscibili a livello internazionale.
Uno dei meriti che sono stati riconosciuti a Raz e Issacharoff è di essere riusciti a raccontare il conflitto israelo-palestinese in un modo accessibile per il pubblico generalista. Da subito i fan della serie la esaltarono per la sua capacità, rispetto ad altri prodotti israeliani, di umanizzare la popolazione palestinese, inclusi alcuni membri di Hamas, descrivendo il conflitto fra i due popoli come un ciclo infinito di violenza che produceva vittime innocenti e carnefici da entrambe le parti. Specialmente nella prima stagione la serie dà anche risalto ad alcune violenze a cui vengono sottoposti i palestinesi nelle zone di occupazione israeliana.
Raccontando il lavoro di un’unità antiterrorismo che opera sotto copertura inoltre la serie ha lunghe parti recitate in arabo, una rarità in Israele e uno dei motivi per cui la serie inizialmente ebbe anche meno successo. Il titolo stesso, fauda, è una parola araba che significa “caos”.
Alcuni critici invece, pur riconoscendo questo tentativo, sostennero da subito che la serie omettesse la realtà dell’occupazione israeliana in Cisgiordania e dell’assedio permanente della Striscia di Gaza, finendo per descrivere i palestinesi come un popolo diviso fra persone distrutte dal dolore e altre che avevano trasformato il loro dolore in odio. La serie per esempio non mostrava i checkpoint israeliani attraverso i quali i palestinesi sono costretti a passare giornalmente per raggiungere la loro casa, il loro luogo di lavoro, la scuola e persino l’ospedale. Non mostrava la sistematicità delle violenze perpetrate dall’esercito israeliano nei loro confronti, né le dichiarate mire espansionistiche di una parte importante del governo israeliano.
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In un articolo pubblicato su Haaretz nel 2020, lo scrittore e attivista palestinese George Zeidan espresse un giudizio ancora più duro, definendo la serie un «incitamento antipalestinese». In particolare, Zeidan scrisse che «quando ne hanno la possibilità, gli sceneggiatori di Fauda presentano i militari israeliani come persone dotate di principi, soffermandosi sulla loro profonda preoccupazione per la sicurezza dei civili di Gaza», ma evitano di mostrarli «mentre sparano o uccidono donne o bambini palestinesi». Nel 2018 il movimento BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni), la principale campagna globale per il boicottaggio di Israele, descrisse Fauda come «uno strumento di propaganda israeliana anti-araba» che «glorifica i crimini di guerra dell’esercito israeliano contro il popolo palestinese».



