Il Monviso continua a franare
Da giorni da una delle montagne più conosciute delle Alpi occidentali continuano a staccarsi pietre, presumibilmente a causa del caldo
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Nell’ultima settimana lungo la parete nordest del Monviso, la montagna più alta della provincia di Cuneo e una delle più conosciute delle Alpi occidentali, sono stati registrati diversi episodi di frane o distacchi di pietre, provocati presumibilmente dagli effetti del caldo degli scorsi mesi su un massiccio già attraversato da numerose faglie e fratture, e quindi predisposto a crolli e cedimenti. Nessuna persona è stata coinvolta.
La frana più grande è avvenuta il primo settembre intorno alle 20, da una zona a monte del Torrione Saint Robert, una struttura rocciosa sulla cresta est. Il materiale franato, qualche migliaio di metri cubi di rocce di piccole e medie dimensioni, è precipitato insieme ad alcuni massi più grandi per circa mille metri nel ripido canalone roccioso che si sviluppa lungo la parete, non molto lontano dal rifugio Quintino Sella, frequentato da decine e decine di persone ogni giorno d’estate. Essendo una sera infrasettimanale non passava nessuno, ma la nube formata dalla frana è stata impressionante.
Le nubi di polvere continuano ancora in questi giorni: ci sono stati infatti altri distacchi lungo il versante nordest, anche se di minore entità rispetto a quello del primo settembre. ARPA, l’agenzia regionale per la protezione dell’ambiente, ha detto che queste scariche di pietra dureranno probabilmente ancora a lungo, come avvenuto per altri episodi simili in passato. Questo settore della parete era infatti stato già coinvolto in altre frane e la più simile, in termini di volume e di dinamica, era avvenuta l’otto settembre del 2023, dopo un’altra estate particolarmente calda.
Il Monviso è alto 3.841 metri, e la sua imponente struttura a piramide è chiaramente distinguibile da gran parte del Piemonte e della Pianura Padana occidentale. Ogni giorno d’estate la sua vetta è raggiunta da decine di persone, che percorrono di solito la via normale lungo la parete sud, lunga, esposta e non banale dal punto di vista alpinistico. I crolli non hanno interessato quindi il versante della montagna più frequentato, ma comunque sono stati vicini alla cresta est, dove passa una delle vie di salita alternative più percorse. Molte più persone di quelle che raggiungono la cima comunque frequentano il massiccio, percorrendo il trekking che fa il giro del Monviso o raggiungendo i vari rifugi e bivacchi nei paraggi.

Il Monviso visto dalla Basilica di Superga, a Torino. (ANSA/TINO ROMANO)
Già nel 2019, studiando la frana del Torrione Sucai che aveva smosso circa 200mila metri cubi di roccia lungo la stessa parete, ARPA aveva individuato delle condizioni di fragilità nel Monviso. L’intero ammasso ha una struttura molto fratturata: cioè è pieno di crepe, spaccature e faglie. Ci sono porzioni di roccia che sono già parzialmente separate dal resto del massiccio: potrebbero staccarsi e franare. Sulla parete nordest questa fratturazione è ancora più marcata.
Su questa parete già fragile gli effetti del cambiamento climatico sono particolarmente evidenti. Il primo riguarda la temperatura. Come la maggior parte dei materiali, quando una roccia si scalda si espande e quando si raffredda si contrae. Il processo di espansione e contrazione produce delle sollecitazioni che possono aprire delle nuove fratture, o allargare quelle che ci sono già. Quando si frantumano le rocce i geologi parlano di termoclastismo, un fenomeno che di solito è tipico delle zone desertiche, dove c’è una grande escursione termica tra il giorno e la notte.
Questo alternarsi di caldo e freddo ha effetti anche sull’acqua e sul ghiaccio, portando a cicli di gelo e disgelo. Quando si scioglie, l’acqua penetra nelle fessure della roccia e quando congela aumenta di volume, esercitando così una pressione sulle pareti della frattura, che tende ad allargarsi.
Le fratture sono sia sulle rocce che sul permafrost, il terreno che nelle regioni fredde è perennemente ghiacciato e che a causa del riscaldamento globale ha iniziato a scongelarsi. Negli ammassi con grande fratturazione, il permafrost ha agito a lungo come “cementante”, tenendo insieme le pareti di roccia. Degradandosi, però, non riesce più a svolgere questa funzione.
A questo si aggiunge lo stato dei ghiacciai, che quando sono in ottime condizioni hanno un ruolo fondamentale nella stabilizzazione delle pareti rocciose. Se si ritirano, come sta avvenendo a causa del cambiamento climatico, la distribuzione delle tensioni nella parete sottostante cambia, sottoponendola a stress e aumentando l’intensità della fratturazione.
Sui tre versanti del Monviso di ghiacciai ce ne sono diversi, per quanto piccoli, e hanno tutti subito una marcata riduzione negli ultimi decenni. Alcuni sono spariti. Lungo il versante nordest ci sono il Coolidge superiore e il Coolidge inferiore, ormai estinti e classificati come glacionevato dal 2022. Il ghiaccio perenne che li componeva non c’è più, e non può quindi più agire da stabilizzante.
Proprio qualche ora prima della frana la Carovana dei Ghiacciai, organizzata da Legambiente, aveva fatto tappa sul Monviso accompagnata dagli esperti di ARPA e dai guardiaparco dell’ente di gestione delle aree protette del Monviso. Aveva osservato tre segnali particolarmente preoccupanti: il ghiaccio del Coolidge quasi estinto, la parete nordest soggetta a frequenti crolli e il fiume Po, che nasce proprio dal Monviso, in stress idrico: ci sono stati deficit di portata del 79 per cento a luglio e del 40 per cento ad agosto.



