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  • Martedì 8 settembre 2026

La corruzione non costa più niente

Perché gli scandali sull'arricchimento di Trump non producono conseguenze: un estratto del nuovo libro di Francesco Costa, "Come se ne esce"

Uno dei post con cui Trump invitava a comprare la sua criptovaluta prima di entrare alla Casa Bianca. (Hakan Nural/Anadolu via Getty Images)
Uno dei post con cui Trump invitava a comprare la sua criptovaluta prima di entrare alla Casa Bianca. (Hakan Nural/Anadolu via Getty Images)
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Poco più di un anno fa il presidente degli Stati Uniti cenò con circa duecento persone che si erano guadagnate l’invito comprando più $TRUMP degli altri, la criptovaluta lanciata dallo stesso presidente. In questi anni la famiglia Trump ha guadagnato almeno 2,3 miliardi di dollari dalle criptovalute, mentre quasi tutti gli altri investitori hanno perso i loro soldi. Poco male: nella gran parte dei casi l’avevano comprata solo per ingraziarsi Trump e ottenere il suo ascolto.

Nello stesso periodo i figli di Trump hanno investito in un giacimento di tungsteno in Kazakistan che il padre ha poi finanziato con miliardi di soldi pubblici, e la Trump Organization ha firmato accordi immobiliari in Qatar e in Vietnam mentre la Casa Bianca trattava con quei governi di dazi e sicurezza. A Washington sono stati licenziati in blocco gli ispettori generali, i funzionari indipendenti incaricati di controllare frodi, abusi e conflitti di interessi. Nel suo secondo mandato, Trump e la sua famiglia si sono concentrati sull’arricchimento personale in modo straordinariamente sfacciato, esibendo l’uso delle istituzioni per arricchirsi. Tutto questo è accaduto mentre gli americani si dicono preoccupati dalla corruzione dilagante. Com’è possibile?

Da oggi è disponibile in libreria e negli store online Come se ne esce. Il mondo dopo Donald Trump, il nuovo libro di Francesco Costa, direttore del Post, pubblicato da Mondadori nella collana Strade Blu. Come se ne esce parla delle ragioni per cui Trump è tornato alla Casa Bianca, ma soprattutto di cosa serve perché non ne arrivino altri e del perché la crisi delle democrazie è una fase storica che non finirà con la fine del mandato di Trump. La tesi del libro e la sua buona notizia è che sappiamo cosa fare per sistemare le cose, perché lo abbiamo già fatto in passato; e anche negli Stati Uniti ci sono persone con progetti e idee che possono migliorare le cose. Di seguito un estratto del libro.

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Alla fine degli anni Cinquanta quasi tre americani su quattro dicevano di fidarsi del loro governo. Oggi sono meno di due su dieci. È una delle curve più istruttive della politica statunitense: comincia a scendere negli anni Sessanta, mentre la guerra in Vietnam diventa più lunga, sanguinosa e inspiegabile; continua a scendere con il caso Watergate, l’inflazione e le crisi petrolifere. Risale un po’ tra gli anni Ottanta e Novanta, complici la fine della Guerra fredda e la grande crescita economica, per raggiungere un ultimo grande picco nazionalista dopo il trauma collettivo dell’11 settembre 2001. Da lì in poi, la curva è andata solo giù.

Tra i più giovani la frattura è ancora più profonda. Nel 2025 solo il 19 per cento degli americani tra i 18 e i 29 anni diceva di fidarsi del governo, il 18 per cento del Congresso, il 23 per cento della presidenza. La stessa sfiducia riguarda i tribunali e i procuratori, che teoricamente sarebbero un pezzo della soluzione: nel 2024 soltanto il 35 per cento degli americani diceva di avere fiducia nel sistema giudiziario e nelle corti, il livello più basso rilevato da quando viene misurato. Editorialisti e commentatori si chiedono se le prossime elezioni si giocheranno sull’intelligenza artificiale, sulla politica estera o sulle discriminazioni: è certamente possibile; ma quando si chiede agli americani quale sia il problema più importante del paese, la risposta maggioritaria oggi è la corruzione e lo stato delle istituzioni.

Le ragioni di questa sfiducia precedono Trump, basta guardare all’ultimo quarto di secolo. La guerra in Iraq costruita su premesse false e diventata un disastro ventennale. La crisi dei mutui subprime, con i salvataggi delle banche mentre milioni di famiglie affondavano. I farmaci venduti a prezzi incomprensibili rispetto al resto del mondo, gli ospedali che sembrano società di recupero crediti, le università ricchissime che predicano uguaglianza e poi sono imbottite dei figli delle élite globali. La sorveglianza di massa delle agenzie di intelligence. Le campagne elettorali sempre più in balia di comitati esterni e finanziatori interessati. I giudici della Corte suprema, protetti dalla nomina a vita, che accettano viaggi e regali dai miliardari interessati alle loro decisioni. La benzina sul fuoco versata su ogni singola storia da un’industria dei media alla disperata ricerca di attenzione.

Ma anche gli elettori non sono innocenti, in questa storia. Sempre più spesso scambiano la politica per una guerra tribale, in cui i fatti servono soltanto quando sono utili a colpire gli avversari, e scambiano la rabbia alimentata dai social media per una forma di consapevolezza: la prova di aver capito meglio degli altri quello che succede. Credono alle cose false, se confermano le loro tesi; ignorano le cose vere, se contraddicono i loro dogmi. Quando prosperano contemporaneamente la radicalità e l’ignoranza, nascono le condizioni ideali perché la corruzione non incontri alcuna vera sanzione da parte dell’opinione pubblica: le squadre sono già fatte. Le persone assolveranno la propria fazione qualunque cosa faccia, fino a difendere l’indifendibile, corruzione o non corruzione; se invece un caso riguarda la parte opposta alla loro, trasformeranno qualunque cosa nella prova definitiva di ogni malvagità, fino a negare l’evidenza, corruzione o non corruzione. Se lo fa uno dei nostri è una distrazione, una trappola, una forzatura dei media, un dettaglio tecnico. Se lo fa uno dei loro è la conferma che il nemico vuole distruggere il paese. In un ambiente così, i fatti diventano irrilevanti e niente scalfisce gli schieramenti. C’è spazio per ogni porcheria: i tuoi ti difenderanno in ogni caso, gli altri ti avrebbero attaccato comunque.

Trump ha capito meglio di tutti come usare a proprio vantaggio questa situazione. Da anni ripete agli americani che Washington è marcia e che i primi di cui sospettare sono proprio quelli che insistono nel non dirsi tali. Durante il suo primo mandato, ha raccontato al «New York Times», aveva imposto ai figli alcune restrizioni sui loro affari: ed effettivamente, se fate uno sforzo di memoria, tra i moltissimi scandali di quegli anni non ricorderete iniziative così smaccatamente rivolte all’arricchimento personale. Ne imparò una lezione, ha detto Trump: «Ho scoperto che non importava a nessuno». Se rinunciare a un vantaggio non porta alcun credito, tanto vale prendersi il vantaggio. Se sono tutti uguali e tutto funziona così, peraltro, fare le cose alla luce del sole disinnesca il rischio della rivelazione e del grande scoop: il potente che approfitta del potere somiglia all’idea che ne hanno molti elettori, più del potente che rispetta le regole, che non suggerisce ai suoi amici su cosa investire, che non cerca di piazzare il figlio da qualche parte. Chi parla di regole e conflitti di interessi sembra difendere un mondo finto, quando tutti la sanno lunghissima.

I democratici hanno contribuito a costruire questo contesto culturale in parte ripetendo una versione più educata delle stesse cose che dice Trump: che la politica si vende abitualmente al miglior offerente, che il sistema è truccato, che il capitalismo è una macchina intrinsecamente predatoria. È una scorciatoia ed è anche un po’ autolesionista, perché il mondo che accusano in blocco è anche il loro: grandi finanziatori, università ricchissime, fondazioni, consulenti, lobby, aziende tecnologiche, studi legali che preparano nomine e carriere, think tank pagati dalle industrie su cui poi producono rapporti, scuole esclusive in cui si ritrovano gli stessi cognomi. Funzionari diventati consiglieri, consiglieri diventati manager, manager diventati finanziatori. Una parte è corruzione, una parte è malcostume, ma il resto è il funzionamento normale di una società complessa che ha bisogno di imprese, investimenti, compromessi, competenze, relazioni. Però chi dovrebbe spiegarlo alle persone, se tu stesso hai contribuito a convincerle che il sistema è truccato?

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