Il teletrasporto di Star Trek nacque per risparmiare

Fu una trovata nata per esigenze di effetti speciali a basso costo, ma contribuì a rendere famosissima la serie tv iniziata sessant'anni fa

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Per la sua nuova serie televisiva di fantascienza che raccontava l’esplorazione dell’Universo, Gene Roddenberry aveva un problema. I protagonisti dovevano atterrare su mondi lontani con la loro astronave, ma gli effetti speciali per mostrare la manovra ogni volta su un pianeta diverso sarebbero stati troppo costosi e avrebbero fatto sforare il budget. Fu da quel vincolo che nacque l’idea della tecnologia più conosciuta, imitata e parodiata di Star Trek ancora oggi, a sessant’anni dalla trasmissione del primo episodio: il teletrasporto.

Invece di mostrare un’astronave che atterrava e decollava dai pianeti, la serie avrebbe mostrato i protagonisti che venivano smaterializzati e trasferiti da un luogo a un altro a seconda delle esigenze di trama. L’effetto poteva essere ottenuto a bassissimo costo, con una semplice dissolvenza tra una ripresa degli attori in movimento e uno sfondo fisso, senza dover ricorrere a modelli in scala, giochi prospettici e animazioni. Roddenberry non aveva inventato il teletrasporto, ma facendone uno dei pilastri narrativi di Star Trek lo avrebbe reso famoso in tutto il mondo.

Eugene Wesley Roddenberry aveva poco più di quarant’anni quando iniziò a lavorare al suo progetto per una serie televisiva di fantascienza. Era stato aviatore durante la Seconda guerra mondiale, aveva lavorato come pilota per la Pan Am ed era stato agente di polizia. Nel tempo libero si era dedicato alla scrittura di episodi di alcune serie televisive e nel 1964 aveva sviluppato la prima idea per quella che sarebbe diventata Star Trek.

Iniziò a promuoverla tra i potenziali produttori delle emittenti televisive statunitensi raccontandola come una sorta di western, un genere che andava forte nei primi anni Sessanta, ma ambientata nello Spazio profondo. L’idea era di riprendere il concetto di Carovane verso il West (Wagon Train), una serie western che raccontava il viaggio di una carovana dal Missouri alla California, riadattandolo alla fantascienza.

In privato, però, Roddenberry la raccontava un po’ diversamente. Il suo modello non erano tanto i western, ma l’idea di viaggio ed esplorazione dell’insolito come nel romanzo I viaggi di Gulliver di Jonathan Swift. Voleva che ogni episodio della serie funzionasse su due livelli: un’avventura nello Spazio e una storia che consentisse di osservare la società contemporanea dall’esterno, da una distanza privilegiata per coglierne i pregi e le contraddizioni. Parlare di un western spaziale consentiva di vendere meglio l’idea. E funzionò.

Il primo episodio pilota, quello su cui l’emittente NBC avrebbe valutato se procedere o meno con la produzione completa, fu girato nel 1964 e aveva come protagonista il capitano Christopher Pike, interpretato da Jeffrey Hunter. Mancava quindi il capitano James T. Kirk, interpretato da William Shatner, che avrebbe poi contribuito a rendere leggendaria quella prima serie di Star Trek. Il vulcaniano Spock c’era, ma era molto diverso da come sarebbe stato definito il personaggio in seguito.

L’episodio pilota non piacque ai responsabili di NBC, cosa che di solito porta una serie a essere cestinata. Lo trovarono troppo lento e respingente per chi non era appassionato di fantascienza, ma videro comunque del potenziale nell’idea di Roddenberry e gli commissionarono eccezionalmente un secondo pilota. Da quel rifacimento nacque l’episodio “Where No Man Has Gone Before” con molti cambiamenti non solo di trama, ma anche di impostazione del soggetto.

Pike diventò Kirk e Hunter, che aveva scelto di non proseguire, fu sostituito con Shatner. Su pressione di NBC, poco disposta ad accettare che ci fosse una donna come seconda in comando dell’astronave, la produzione fu costretta a rinunciare a Number One, la prima ufficiale fredda e iper-razionale interpretata da Majel Barrett. Roddenberry non voleva rinunciare completamente a un personaggio di quel tipo, di conseguenza trasferì buona parte delle sue caratteristiche su Spock, interpretato da Leonard Nimoy. Le sue orecchie a punta da vulcaniano non erano però molto gradite ai responsabili di NBC, che chiesero di farle vedere il meno possibile temendo che potessero risultare disturbanti per il pubblico.

Il nuovo pilota iniziava ad avere in potenza tutte le caratteristiche che avrebbero reso Star Trek una delle serie più famose e longeve della storia della televisione. Quella prima edizione, ora nota come “serie classica” per distinguerla da tutte le altre, è ambientata tra il 2266 e il 2269, in un futuro ipotetico in cui gli umani si sono riuniti in un unico governo, quello della Terra Unita.

Le condizioni di pace e di stabilità hanno favorito lo sviluppo di nuove tecnologie, con cui gli umani sono potuti entrare in contatto con altre forme di vita presenti nella Via Lattea (la nostra galassia), creando con loro una federazione planetaria. Kirk, Spock e il resto dell’equipaggio della nave stellare USS Enterprise hanno il compito di esplorare lo Spazio alla ricerca di nuove civiltà. L’obiettivo è bene riassunto dalla frase di apertura, che per gli appassionati di Star Trek è diventata negli anni una sorta di mantra:

Spazio, ultima frontiera. Eccovi i viaggi dell’astronave Enterprise durante la sua missione quinquennale, diretta all’esplorazione di strani nuovi mondi alla ricerca di altre forme di vita e di civiltà, fino ad arrivare laddove nessun uomo è mai giunto prima.

L’introduzione era una sorta di manifesto di quello che aveva in mente Roddenberry per la sua serie televisiva e in generale per il racconto della fantascienza. Fino ad allora, lo Spazio era stato quasi sempre rappresentato come qualcosa di terrificante e mortale, denso di mostri, civiltà aliene incomprensibili, guerre e invasioni. Questa impostazione era in larga parte il risultato dei tempi dell’epoca, con un mondo uscito da poco meno di vent’anni da una devastante guerra mondiale e stretto nella contrapposizione tra Stati Uniti e Unione Sovietica, costantemente sull’orlo di un nuovo conflitto globale.

Il cast di Star Trek nel 1966 (Sunset Boulevard/Corbis via Getty Images)

Star Trek partiva invece da una premessa opposta. L’umanità aveva ormai risolto i propri problemi fondamentali ed era quindi pronta a esplorare l’ignoto, allontanandosi dal pianeta su cui aveva da sempre vissuto. L’Enterprise, l’astronave incaricata della missione, non era principalmente un veicolo per fare la guerra, ma uno strumento per esplorare «alla ricerca di altre forme di vita e di civiltà».

Ogni pianeta era una storia a sé cui dedicare un episodio, ed era anche una sorta di esperimento mentale. Kirk e gli altri incontravano società che consideravano normale qualcosa che per i terrestri era assurdo e da indagare. Questo stratagemma narrativo permetteva agli autori di affrontare argomenti molto attuali per l’epoca come le discriminazioni razziali, la Guerra fredda, le disuguaglianze, i limiti alle libertà individuali, ma anche la religione, la politica e perfino la sessualità.

A differenza di altre opere di fantascienza, in Star Trek gli alieni non dovevano essere necessariamente credibili dal punto di vista biologico o zoologico. Dovevano avere in primo luogo caratteristiche utili a stimolare una riflessione. Questa impostazione consentiva al tempo stesso di risparmiare, come era avvenuto con l’intuizione del teletrasporto. Gli alieni erano quasi sempre antropomorfi, molto simili ai terrestri salvo per qualche fattezza particolare (orecchie strane, piccoli corni o dita a ventosa). Gli attori che li interpretavano dovevano essere semplicemente truccati, senza la necessità di ricorrere a costosi effetti speciali.

I Vulcaniani, come Spock, erano interessanti perché rappresentavano una civiltà che aveva scelto di subordinare completamente le emozioni alla logica, non perché avevano le orecchie a punta. I Klingon, una delle specie aliene con cui era più difficile avere a che fare, suscitavano interesse perché incarnavano un’idea di società dove onore, potere e violenza prevalgono sul resto mentre era marginale il fatto che avessero la fronte spaziosa e corrugata.

Come sarebbe stato osservato in seguito, la fantascienza di Star Trek era quindi spesso più antropologica che astronomica. Le galassie, i pianeti variopinti e con atmosfere particolari erano perlopiù il mezzo per confrontarsi con civiltà diverse e riflettere sulla nostra. In un periodo storico in cui i paesi del mondo cercavano il modo di convivere pacificamente, la serie ipotizzava un lontano futuro in cui una società composta da specie profondamente diverse decide di cooperare, condividendo diritti, conoscenze, tecnologie e il rispetto per le civiltà meno avanzate.

Velocissima e potente, l’Enterprise sarebbe potuta diventare uno strumento di conquista galattico, ma non viene mai usata per questo scopo. L’equipaggio segue la “Prima direttiva”, una norma che vieta di interferire con le civiltà poco sviluppate e che in alcuni casi impedisce di interagire con loro. È una regola molto seguita e che condiziona le scelte in diversi episodi della serie classica. Gli autori trassero ispirazione da una delle disposizioni della Carta delle Nazioni Unite per formularla e introdurla nelle regole della serie.

La USS Enterprise, e sullo sfondo un pianeta (CBS Paramount Television via Getty Images)

Questo approccio permetteva inoltre di lasciare in secondo piano le questioni tecnologiche, pur non trascurandole. Le spiegazioni intorno al funzionamento del teletrasporto, del “motore a curvatura” (per consentire all’Enterprise di viaggiare aggirando il problema del limite invalicabile della velocità della luce) e dei traduttori automatici diventano secondarie, rispetto al racconto dei popoli incontrati e dei loro usi e costumi. Ciò non ha impedito negli anni a migliaia di appassionati di ragionare su quelle tecnologie, spesso con accesi confronti su come e se potrebbero funzionare nella realtà.

In sessant’anni di esistenza, Star Trek ha infatti raccolto intorno a sé una grande quantità di fan, che si è mantenuta e rinfocolata tra raduni, forum online e club a ogni nuova iterazione. Dopo quella che sarebbe diventata la serie classica, ne sono state prodotte altre con centinaia di episodi che hanno progressivamente costruito un intero universo, una sorta di storia alternativa del futuro umano. Ogni serie lo ha fatto in modo diverso e complementare con le altre, dimostrando come il piano originale fosse poco definito e flessibile per accogliere nuove idee dal futuro.

La serie The Next Generation è dedicata soprattutto a come sarebbe vivere concretamente nella società utopica immaginata nella serie classica, mentre Deep Space Nine mette alla prova quell’utopia quando ci si deve confrontare nuovamente con la guerra. Voyager prova a spostare quella società in territori ancora da esplorare, mentre Enterprise racconta che cosa era successo prima ancora della serie classica.

Dopo il primo episodio trasmesso negli Stati Uniti l’8 settembre 1966, Star Trek continuò ad andare in onda fino all’inizio di giugno del 1969, quando NBC decise di cancellarla per i bassi ascolti rispetto ai costi di produzione. Dopo le prime due stagioni con ascolti discreti, la terza stagione ebbe infatti un forte calo anche in seguito alla decisione di NBC di spostarla dalla seconda serata del giovedì al venerdì, dove il pubblico non era abituato a vedere serie televisive.

L’ultimo episodio fu trasmesso il 3 giugno del 1969. Paradossalmente, una serie tv che parlava di esplorazioni spaziali smise di andare in onda a poco più di un mese di distanza dalla missione Apollo 11 della NASA, che per la prima volta avrebbe portato degli esseri umani su un mondo diverso dal nostro: la Luna.

Negli anni seguenti le emittenti locali che avevano ancora i diritti della serie continuarono a trasmettere Star Trek in replica, in orari diversi dalla seconda serata e intercettando pubblici differenti. La serie fu riscoperta negli anni Settanta e portò alla produzione nel 1979 del primo film al cinema in tema, Star Trek: The Motion Picture. Per rivedere la serie con nuovi episodi fu però necessario attendere la seconda metà degli anni Ottanta, quando iniziò la produzione di The Next Generation.

In sessant’anni di esistenza, la fantascienza di Star Trek ha talvolta anticipato la realtà o l’ha comunque incrociata in varie occasioni. Diversi astronauti nel corso delle loro missioni spaziali hanno reso omaggio alla serie televisiva, portando in orbita cimeli o citando alcune delle frasi più famose dei suoi personaggi. L’astronauta italiana Samantha Cristoforetti nel 2015 si fotografò in orbita mentre indossava una divisa di Star Trek.

Ma il momento di più grande fusione tra finzione e realtà fu probabilmente raggiunto nel 2021, quando William Shatner, il capitano Kirk, trascorse qualche minuto nell’ambiente spaziale a bordo di una capsula di Blue Origin, la compagnia spaziale di Jeff Bezos. Vide la Terra come non l’aveva mai vista prima, nemmeno dall’Enterprise, e ne derivò un senso di «calda premura». Lo Spazio, invece, lo inquietò profondamente con la sua «crudele freddezza». Kirk l’avrebbe pensata diversamente.

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