I governi più brevi della storia repubblicana
Quello più breve ebbe a capo uno che poi avrebbe governato moltissimo tempo: ma nella Prima Repubblica formare una maggioranza era spesso un'impresa
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Se il governo di Giorgia Meloni ha ottenuto un record storico, cioè diventare il più lungo da quando c’è la Repubblica italiana, ce ne sono stati molti altri che hanno avuto invece vita brevissima: alcuni poco più di 20 giorni, altri meno di 100, alcuni sono caduti perché non hanno ottenuto la fiducia parlamentare, altri per una rapida e definitiva crisi politica.
Due dei governi che in assoluto sono durati meno vennero formati negli anni Cinquanta. Il 31 marzo del 1953 l’allora presidente della Repubblica, Luigi Einaudi, firmò una legge elettorale molto contestata e sulla quale il governo aveva posto la questione di fiducia. Il presidente del Consiglio era Alcide De Gasperi, leader della Democrazia cristiana (DC), che si intestò politicamente quella legge, passata alla storia con il nome di “legge truffa”.
La legge era stata voluta da De Gasperi dopo i risultati delle elezioni amministrative del 1951 e del 1952 che avevano portato a un calo del consenso elettorale del suo partito: i comunisti avevano tenuto, ma la DC aveva perso voti sia a sinistra che soprattutto a destra, verso i liberali, i monarchici e il Movimento Sociale Italiano (MSI). L’idea di un premio di maggioranza venne proprio dopo quei risultati: l’esigenza politica era, come disse lo stesso De Gasperi, di avere uno «Stato forte», di dare cioè alla maggioranza assoluta espressa dal voto una base di governo solida.
Comunisti e socialisti criticarono subito la legge perché, attribuendo automaticamente il 65 per cento dei seggi alla lista o alla coalizione che avesse ottenuto più del 50 per cento dei voti, ricordava la “legge Acerbo”, che nel 1924 aveva consentito al Partito Nazionale Fascista di avere facilmente una forte maggioranza parlamentare. Entrambi i partiti, il Partito Comunista (PCI) e il Partito Socialista (PSI), fecero una dura opposizione. Nelle aule della Camera e del Senato ci furono risse, mentre fuori la polizia manganellava i manifestanti. Il comunista Pietro Ingrao rientrò in aula sanguinante e il democristiano Giulio Andreotti si mise in testa un cestino della carta straccia come elmetto. Alle elezioni del 7 giugno successivo, però, il listone governativo della DC e di altri partiti di centro mancò l’obiettivo: si fermò poco prima di raggiungere il 50 per cento. La DC perse circa 2 milioni di voti rispetto alle elezioni del 1948, mentre la sinistra e la destra ne guadagnarono oltre 1 milione ciascuna.

Prima pagina dell’Unità, 10 giugno 1953
De Gasperi ricevette comunque l’incarico di formare un nuovo esecutivo, l’ottavo guidato da lui che durò 32 giorni e che non ottenne la fiducia: 32 giorni tra l’entrata in carica e l’entrata in carica del governo successivo, e la cui durata effettiva (tra l’entrata in carica e la mancata fiducia) fu di appena 12 giorni. L’anno dopo la “legge truffa” fu abrogata.
Pochi mesi dopo la caduta dell’ottavo governo di De Gasperi, e dopo la parentesi del governo della DC guidato da Giuseppe Pella che durò 155 giorni, l’incarico venne affidato ad Amintore Fanfani, figura emergente della seconda generazione della DC. Le opposizioni di sinistra votarono contro, ma a negare la fiducia furono anche i partiti della destra monarchica e neofascista. Il 30 gennaio del 1954 la Camera respinse la mozione di fiducia a un governo che durò solo 22 giorni. Fanfani diede immediatamente le dimissioni guadagnando, per il proprio governo, il soprannome di “governo della nevicata” per via del forte freddo che aveva accompagnato quei pochi giorni di mandato.
Il terzo governo che durò meno venne formato il 23 agosto del 1982 dal repubblicano Giovanni Spadolini, che ottenne la fiducia parlamentare ma che, dopo 100 giorni, fu travolto dai conflitti interni alla maggioranza, in particolare tra il ministro delle Finanze Rino Formica (PSI) e il ministro del Tesoro Beniamino Andreatta (DC): al centro dello scontro c’erano le politiche economiche e finanziarie.

Beniamino Andreatta, Roma, 2 marzo 1995 (ARCHIVIO ANSA)
Le tensioni iniziarono quando Andreatta, riferendosi al PSI, disse che quel partito «aveva in mente per l’Italia una forma di nazionalsocialismo». Trentino, economista e professore a Cambridge, Andreatta si difese poi precisando che intendeva dire «socialista e nazionalista» e di essersi espresso all’inglese, con l’aggettivo prima del sostantivo.
Pochi mesi dopo uscì un articolo sul quotidiano della DC Il Popolo che parlava di Formica in questi termini: «Un commercialista di Bari esperto in fallimenti e in bancarotta i cui propositi dissennati sono un insulto all’intelligenza». L’articolo attribuiva questa dichiarazione ad Andreatta, e Formica reagì definendo il collega «comare», e fu così che lo scontro politico tra i due venne soprannominato «la lite delle comari».
L’8 novembre il presidente del Consiglio Spadolini disse di voler chiedere formalmente a DC e PSI le dimissioni dei rispettivi ministri, minacciando in caso contrario le proprie. Bettino Craxi, segretario dei socialisti, si oppose e Spadolini diede le dimissioni nel novembre del 1982. Nel frattempo, la mafia aveva ucciso Carlo Alberto Dalla Chiesa, Licio Gelli era stato arrestato a Ginevra, dopo 36 anni Enrico Cuccia si era dimesso da presidente di Mediobanca, a Roma c’era stato un attentato alla sinagoga in cui un bambino era stato ucciso e a Mosca era morto il segretario del Partito Comunista dell’Unione Sovietica, Leonid Breznev.
C’è poi il sesto governo Fanfani (aprile-luglio 1987), che durò 102 giorni ma la cui durata effettiva (tra l’entrata in carica e la mancata fiducia) fu di soli 10 giorni.
Ma il governo con la durata effettiva minore, 9 giorni, fu il primo di Giulio Andreotti. All’inizio del 1972 cadde il governo presieduto dal democristiano Emilio Colombo. Era un periodo di crisi politica, la legislatura non era ancora finita, ma in parlamento le soluzioni politiche per mettersi d’accordo e formare un governo si andavano esaurendo, dopo anni di governi di centrosinistra.
Il presidente della Repubblica Giovanni Leone decise di affidare per la prima volta l’incarico di presidente del Consiglio a Andreotti per tentare di portare a termine la legislatura senza andare al voto. Ma il 26 febbraio del 1972 il Senato bocciò la fiducia e Andreotti diede immediatamente le dimissioni. Il presidente della Repubblica, prendendo atto che non era possibile formare una maggioranza, decretò per la prima volta nella storia repubblicana lo scioglimento anticipato della legislatura.

Giulio Andreotti all’inaugurazione della sede dell’Ansa di via della Dataria a Roma, 1972 (Ansa)
Nonostante questa sua prima esperienza Andreotti è al secondo posto nella lista dei presidenti del Consiglio che hanno governato di più con 2.678 giorni e sette governi (dopo Berlusconi, 3.339 giorni). I presidenti del Consiglio che sono rimasti in carica per meno giorni sono invece Fernando Tambroni, Giuseppe Pella, Arnaldo Forlani, Giovanni Goria ed Enrico Letta, che governarono tra i 123 e i 300 giorni.



