Come la sinistra americana sta cambiando idea sul “woke”

All'ormai famosa battuta di Alexandria Ocasio-Cortez è seguito un dibattito sulla necessità di cambiare argomenti e soprattutto approcci

Un manifestante regge un cartello durante una protesta
Un manifestante regge un cartello per promuovere la riduzione dei finanziamenti alla polizia durante una protesta, a New York, il 30 luglio 2020 (AP Photo/John Minchillo)

«Il woke 1.0 è stata una follia». Da settimane negli Stati Uniti il dibattito politico è occupato dalle riflessioni stimolate dentro e fuori dal Partito Democratico da questa battuta pronunciata dalla più influente deputata della sinistra americana, Alexandria Ocasio-Cortez. È una frase estrapolata da una sua lunga intervista su ABC del 9 agosto, poi ripresa da molti siti e giornali, non solo americani. Le era stato chiesto di alcune posizioni radicali e impopolari assunte e difese negli ultimi anni dai progressisti, su spinta della corrente di sinistra del partito.

La risonanza delle parole di Ocasio-Cortez e del suo parziale ripensamento è abbastanza comprensibile. Intorno alla parola woke e ai diversi concetti a cui rimanda si è concentrata per anni una parte consistente delle idee, delle azioni e dei messaggi politici, quantomeno i più rumorosi ed eclatanti, della sinistra americana. E si sono concentrate di conseguenza anche le critiche, da destra ma anche dall’ala liberal e moderata dei Democratici, perché diverse proposte promosse con quell’approccio si sono poi dimostrate irrealizzabili o dannose, come quella di togliere i finanziamenti alla polizia o di abolirla del tutto.

Il fatto che nel contesto americano sia stata associata a idee irrealistiche e facili da attaccare ha peraltro fatto sì che la parola “woke” diventasse popolare nella sua accezione negativa anche fuori dagli Stati Uniti, in paesi in cui quelle idee hanno avuto sì una grande influenza sul dibattito delle élite culturali, che fossero quelle dell’accademia, dell’editoria o dell’arte, ma che poi non hanno avuto vere conseguenze sul resto della società.

È successo anche in Italia, dove la parola “woke” – già utilizzata occasionalmente dalla destra in senso dispregiativo e improprio, come un insulto – è stata di recente al centro di una discussione tra leader di partiti di sinistra e di centro, perlopiù strumentale e avulsa dalle origini americane del fenomeno, con una sovrapposizione al concetto più familiare di “politicamente corretto”.

Woke significa letteralmente “essere svegli”, “stare all’erta”, e proviene dal gergo afroamericano, in cui era diffusa fin dagli anni Trenta del Novecento con il significato di essere consapevoli di una fregatura. Aveva assunto un significato diverso e più ampio negli anni Dieci del Duemila, quando gli attivisti della sinistra progressista avevano cominciato a usarla nell’ambito delle enormi proteste di Black Lives Matter, il movimento contro le violenze della polizia e il razzismo verso i neri.

Dopo il movimento MeToo nel 2017 e l’uccisione di George Floyd nel 2020, è diventata una parola comune per definire qualsiasi atteggiamento di consapevolezza e preoccupazione per i problemi legati al razzismo e al sessismo sistemici, cioè radicati nelle istituzioni e nella società americana (e per estensione in quelle occidentali). Ma da quelle preoccupazioni, molto condivise sui social network e nel mondo accademico, durante e dopo la pandemia, non emersero soltanto rivendicazioni dei diritti delle minoranze oppresse.

Un braccio sollevato con il pugno chiuso

Un manifestante solleva il pugno durante una manifestazione contro la polizia a New York, il 18 luglio 2020 (Ira L. Black/Corbis/Getty Images)

A contraddistinguere quegli anni – la fase woke 1, per dirla con le parole di Ocasio-Cortez – furono anche espressioni di intolleranza e aggressività verso categorie considerate privilegiate, e iniziative e azioni politiche ispirate da un’interpretazione della realtà fondata prevalentemente sulle identità etniche, religiose, di genere, di orientamento sessuale (la cosiddetta identity politics). Questo approccio portò, tra le altre cose, a campagne di odio online, attenzioni maniacali per le questioni del linguaggio inclusivo, licenziamenti di persone accusate – spesso pretestuosamente – di avere usato parole offensive, e proposte di “cancellare” prodotti culturali e persino festività.

Quando ha detto che «woke 1.0 è stata una follia», nell’intervista del 9 agosto, Ocasio-Cortez si riferiva implicitamente a tutto questo. Stava rispondendo con una battuta, attribuita a un politico newyorkese di sinistra (Chi Ossé), a una domanda su una vecchia e criticata proposta di abolire la festa del Ringraziamento in quanto celebrazione del colonialismo: una proposta sostenuta in anni recenti da alcuni politici di sinistra radicale. Tra questi c’era Francesca Hong, candidata socialista alle recenti primarie del Partito Democratico per il governatore del Wisconsin, poi sconfitta di poco dal candidato moderato David Crowley.

Da mesi Hong stava faticosamente ritrattando cose che aveva detto e scritto qualche anno fa, tra cui appunto l’idea che ogni festa sia «problematica», o la proposta di abolire la polizia perché strumento del «suprematismo bianco». Lo avevano fatto prima di lei, ma con molta più efficacia e convinzione, altri esponenti di sinistra radicale diventati popolari proprio nella fase woke 1, tra cui il socialista Zohran Mamdani, attuale sindaco di New York.

Per riaccreditarsi politicamente e farsi prendere sul serio dall’elettorato, avevano preso le distanze dalla retorica di quel periodo, da molti considerata divisiva e inefficace perché molto concentrata su questioni astratte, simboliche e talvolta incomprensibili, care soprattutto all’attivismo progressista e accademico, prevalentemente bianco, ricco, istruito, urbano e borghese. E avevano prestato invece maggiore attenzione ai problemi quotidiani della popolazione con cose come gli affitti, i trasporti, i debiti universitari o le spese mediche, riportando al centro dell’agenda argomenti più tradizionalmente socialisti.

Un approccio più pragmatico e meno identitario, oltre che uno stile comunicativo molto diretto, ha favorito il successo recente di Mamdani ma anche di altri politici di sinistra radicale, come Abdul El-Sayed, candidato del Michigan per un seggio al Senato nelle prossime elezioni di metà mandato a novembre. A differenza di Hong, era pubblicamente sostenuto dai leader socialisti del partito, Ocasio-Cortez e Bernie Sanders. E anche lui aveva chiesto in passato di togliere i finanziamenti alla polizia, posizione poi ritrattata.

Alexandria Ocasio-Cortez e Abdul El-Sayed sorridono su un palco

La deputata Democratica Alexandria Ocasio-Cortez e il candidato Democratico per il Senato in Michigan Abdul El-Sayed, durante un comizio a Detroit, Michigan, il 18 luglio 2026 (Nic Antaya/Bloomberg/Getty Images)

– Leggi anche: Un candidato molto di sinistra ci sta provando in Michigan

È ormai evidente a buona parte della sinistra americana che la fase del “woke 1.0” è stata dannosa per il consenso. Sia perché ha allontanato milioni di elettori delle classi popolari, delle aree di provincia e rurali, e in particolari quelli delle minoranze. E sia perché ha offerto uno straordinario repertorio di argomenti e spunti di demonizzazione e derisione per la destra, che ha avuto vita facile nel trasformare in spauracchi varie istanze woke.

Ma riposizionarsi rispetto a quella fase non è semplice. Rinnegarla completamente sarebbe visto come ipocrita, e farebbe arrabbiare quella parte di elettorato che ancora crede in quelle modalità di portare avanti le battaglie per i diritti. Nell’intervista con ABC, Ocasio-Cortez ha usato la sua credibilità e autorevolezza nella sinistra per legittimare la posizione di chi vuole prendere le distanze dal “woke 1”, ma ha anche evitato di esporsi troppo. Si è espressa citando le parole di un collega, non si è dilungata troppo nella sua analisi, ma è riuscita comunque a innescare un grande dibattito che ha portato avanti la conversazione internazionale interna alla sinistra, che è proseguito molto oltre il significato letterale delle sue parole, e in una direzione che si allontana dalla retorica di quegli anni.

Ocasio-Cortez ha sostanzialmente definito la fase woke 1 una specie di ubriacatura generale, e la pandemia come un fattore influente. Perché le persone erano esasperate, e quindi più disposte a mettere in atto qualsiasi politica pur di migliorare la propria condizione: anche iniziative che oggi non approverebbe mai. A causa delle restrizioni e del lockdown, tra l’altro, una parte consistente del dibattito politico si sviluppava soltanto sulle piattaforme. Ed era quindi condizionata – anche più del solito e più di oggi – dalla solitudine di quegli anni e dalla tendenza nota a spararla grossa sui social pur di emergere e sembrare radicali.

Ocasio-Cortez non ha comunque rinnegato quella fase. «Penso che le discussioni che si sono svolte in quel periodo siano state piuttosto fruttuose», ha detto, perché hanno aumentato la disponibilità del partito «a valutare qualsiasi politica che avrebbe potuto portare a una situazione migliore».

A parte gli apprezzamenti per la sua onestà intellettuale e per non avere evitato di rispondere alla domanda, Ocasio-Cortez ha però ricevuto anche diverse critiche. Un’obiezione condivisa è che la sua battuta normalizzi l’idea che i politici possano chiedere all’elettorato di non prendere sul serio cose che hanno detto in passato, anche se quelle cose hanno avuto effetti seri e reali.

Sotto la spinta del movimento per ridurre i budget locali e federali destinati alla polizia, decine di grandi città americane governate dai Democratici, tra cui New York, Los Angeles, Seattle, Minneapolis e altre ancora, ridussero effettivamente i fondi nella seconda metà del 2020. E migliaia di agenti di polizia si dimisero subito dopo la morte di George Floyd e le proteste. Per questo – ma anche per altri fattori socioeconomici eccezionali di quel periodo – i reati violenti aumentarono in pochi mesi, in alcune città raddoppiarono o quasi, mettendo fine a un lunghissimo calo cominciato negli anni Novanta.

La situazione tornò più o meno alla normalità nel 2022, dopo che le città ripristinarono o aumentarono i finanziamenti alla polizia, e per questo qualsiasi politico di qualsiasi orientamento considera oggi spericolata l’idea di ridurli. Anche a volerla prendere sul serio, come ha provato a fare di recente il New Yorker, uno dei principali limiti di quell’approccio woke fu la mancanza di organizzazione nell’attuare la proposta, affiancandola a un potenziamento dei servizi sociali, e la tendenza degli attivisti a trattare la riduzione e l’abolizione dei finanziamenti come richieste equivalenti e interscambiabili.

Un manifestante con uno striscione sulle spalle con scritto "Abolish the police"

Un manifestante durante una protesta contro la polizia a Phoenix, in Arizona, il 3 giugno 2020 (AP Photo/Matt York)

Diversi opinionisti e analisti politici si sono infine chiesti fino a che punto sia sensato parlare di woke 1, presupponendo quindi una fase 2 idealmente molto diversa. È un esercizio che richiede la capacità di privare la wokeness di sue caratteristiche diventate distintive, come lo stile apocalittico e l’intransigenza morale permanente. Quest’ultima in particolare l’aveva resa invisa anche tra molti critici di sinistra rimasti in silenzio per anni, per paura di essere screditati e accusati di complicità con razzisti, sessisti e omofobi. «Molte persone sono profondamente a disagio con ciò che resta del “woke”, ma hanno paura di dirlo», ha scritto Freddie deBoer, commentatore di sinistra della politica e della cultura americane.

Le assurdità sostenute dagli attivisti di sinistra e accettate passivamente dai media in quel periodo, secondo deBoer, furono troppe e troppo gravi per poterci passare sopra adesso con disinvoltura, come se non fossero mai accadute. E cita una serie di esempi, tra tanti possibili: un docente dell’università della California a Los Angeles (UCLA) sospeso per essersi rifiutato di valutare gli studenti neri con più indulgenza dopo l’omicidio di George Floyd; un curatore d’arte allontanato dal museo d’arte moderna di San Francisco per aver difeso la pratica di continuare ad acquisire opere di artisti bianchi; la proposta di dare priorità alle minoranze nell’accesso al vaccino contro il Covid, sostenuta da due esperti di politiche sanitarie.

Il woke «creò una situazione di massiccia sorveglianza reciproca in cui tutti controllavano costantemente la moralità altrui. Ed è stato un male», ha scritto deBoer. E il fatto che i problemi sistemici contestati fossero reali non giustifica il pensiero di gruppo, gli atteggiamenti punitivi e le gogne mediatiche di quel periodo. «Non bisogna condannare tutti coloro che vi hanno partecipato», ha scritto. «Possiamo imparare, andare avanti e fare meglio la prossima volta. Ma per farlo, dobbiamo avere queste discussioni».

Quanto effettivamente l’intransigenza del woke sia stata abbandonata dalla sinistra americana è ancora da vedere, così come non è ancora chiaro cosa sia il woke 2.0, e se una definizione condivisa all’interno della sinistra riuscirà a emergere. Secondo alcuni sarebbe sbagliato lasciare che la maggiore attenzione verso le questioni più materiali e meno simboliche sia interpretata come un disinteresse verso le persone che subiscono discriminazioni a causa della loro identità. Perché la sensibilità verso quelle cause e la richiesta di sicurezza, dignità e pari opportunità sono eredità della fase woke 1 che qualsiasi fase successiva dovrebbe conservare.

Cosa invece dovrebbe essere lasciato indietro è una certa disconnessione dalla realtà e, come ha scritto su Slate il giornalista Luke Winkie, un’arroganza inconfondibile e un’ostinata volontà di «infliggere e subire perpetui sensi di colpa». Perché alle persone comuni non piace che qualcuno ricordi loro di continuo «tutti i loro peccati, ancestrali o di altro tipo».

Le ingiustizie di fondo denunciate dal woke sono reali, e contrastarle è giusto, ha scritto Winkie. «Ma la sfida, per Ocasio-Cortez e per chiunque altro stia immaginando un “woke 2”, è portare la causa su scala più ampia, per la gente comune, non solo per gli intellettuali».