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  • Mercoledì 2 settembre 2026

La più grande truffa dell’arte contemporanea

Il nuovo libro pubblicato da Altrecose è il racconto di una strana amicizia e del mondo “affascinante e torbido” del commercio internazionale dell'arte

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Orlando Whitfield e Inigo Philbrick si conobbero quando avevano vent’anni alla Goldsmiths University di Londra. Entrambi erano cresciuti intorno all’arte e cominciarono a comprarla e venderla, scoprendo molto presto quanti soldi si potessero guadagnare tra gallerie e collezionisti. 

Per alcuni anni lavorarono insieme, poi Whitfield aprì una sua galleria, mentre Philbrick ebbe un’ascesa formidabile nel mercato internazionale dell’arte contemporanea, vendendo opere per milioni di dollari. Ma i due non si persero di vista, e Whitfield divenne poi il narratore di quella che è stata descritta come “la più grande truffa dell’arte contemporanea”, con protagonista Philbrick.

Quel che luccica, il nuovo libro pubblicato da Altrecose, è il racconto di un’amicizia, di una storia da film e di un ambiente misterioso, scritto da Whitfield per scoprire cosa non aveva capito e cosa gli era stato nascosto. E cosa era invece prevedibile.

Il romanzo di questa storia vera è anche la descrizione di un mondo di cui normalmente vediamo soltanto una parte: ogni tanto si legge di un quadro venduto all’asta per decine di milioni di dollari, ma si sa molto meno di quello che succede prima e dopo. Quel che luccica spiega chi compra e chi vende quelle opere, e i diversi aspetti di un mercato nel quale enormi quantità di denaro possono dipendere da relazioni personali e manipolazioni: elementi che hanno contribuito anche a rendere possibili gli avventurosi imbrogli di Philbrick.

Whitfield decide di cominciare il racconto da quando quel mondo crollò addosso a lui.

* * *

Un giorno, alla fine di febbraio del 2018, mi svegliai nel reparto psichiatrico di un ospedale della zona ovest di Londra. Fuori il mondo era ricoperto da uno spesso strato di neve. Avevo dormito malissimo, per tutta la notte a intervalli di un quarto d’ora un’infermiera o un inserviente mi avevano svegliato aprendo la porta per darmi una controllata. Mi tenevano in osservazione temendo che potessi suicidarmi.

Da un anno la mia vita aveva cominciato a sgretolarsi. Bevevo troppo e mischiavo lo Xanax e il tramadolo con l’alcol. Mio padre stava morendo e non ci rivolgevamo la parola, e la mia fidanzata mi aveva lasciato per telefono il giorno di San Valentino. Al di là delle sventure private, anche la mia vita professionale era in crisi. Facevo il mercante d’arte da undici anni, durante i quali mi era sembrato di aver consumato molteplici esistenze. Le trasferte costanti e inevitabili – andavo spesso a New York e a Los Angeles, e tra un viaggio intercontinentale e l’altro giravo l’Europa per seguire le fiere – mi avevano logorato il fisico, ma ad avvelenarmi l’anima erano state le bugie, la competizione feroce, l’ostentazione e l’avidità che dominano questo settore. L’ipocrisia era diventata il mio stile di vita, e le incessanti richieste dei clienti e degli artisti mi avevano impedito di occuparmi di me stesso. I miei amici e la mia famiglia si erano accorti prima di me di ciò che io non riuscivo a capire: non ero semplicemente stressato, avevo un esaurimento nervoso.

All’inizio di maggio del 2018 smisi di lavorare nella galleria che gestivo insieme a un socio e accettai l’invito di un amico ad andarlo a trovare nel Connecticut; sapevo che non mi avrebbe fatto domande e mi avrebbe offerto la tranquillità di cui avevo bisogno. Atterrai al JFK la settimana dopo la fiera d’arte Frieze New York, a cui le gallerie e i musei inviano i loro pezzi migliori. I mercanti e i collezionisti stranieri se n’erano già andati, ma le esposizioni sarebbero rimaste aperte al pubblico ancora per qualche settimana. Passai due giorni a girare per mostre, a leggere istintivamente le didascalie sulle pareti e a cercare i nomi dei proprietari – Questa persona la conoscevo o no? Come potevo contattarla? Sarebbe stata disposta a vendere? – ma a un certo punto mi resi conto di non essere tenuto a farlo: non era più mio compito risalire ai proprietari. Per la prima volta da tanti anni, guardavo le opere e basta.

Ma la mia storia comincia più di dieci anni prima, molto prima che aprissi la mia galleria, prima che mentire diventasse naturale come respirare, prima che l’arte si riducesse per me a una serie di cifre da incolonnare in una tabella, prima ancora che mi sfiorasse l’idea di lavorare in questo campo. La mia storia parte dall’amicizia con un ragazzo chiamato Inigo Philbrick. Se ti imbarchi in un’avventura del genere a vent’anni, l’età che avevamo io e Inigo quando inesperti e ancora acerbi ci mettemmo in società per commerciare in oggetti d’arte, non puoi mai sapere come andrà a finire, e nemmeno intuire che immensa opportunità possa rivelarsi. Fu l’inizio di un’amicizia che, in maniera più intensa e duratura di tutte le altre, plasmò il mio modo di percepire il mondo e di comportarmi e diede una direzione ben precisa alla mia vita da adulto. A vent’anni non pensi al risultato finale né ai possibili incidenti di percorso, ma è ovvio che neanche in un universo fondato sulle illusioni si può ignorare a lungo la realtà.

Certe storie sono solo storie, altre invece ci forniscono una prospettiva inedita su chi siamo e sul mondo in cui viviamo. La carriera di Inigo ai piani alti del mercato dell’arte è stata una meteora, e le meteore non vanno verso l’alto, precipitano. Sono ammassi di materia che vagano sfrecciando nello spazio e diventano meteore solo nell’attimo incandescente in cui entrano nell’atmosfera terrestre. Disgregandosi si lasciano dietro una scia di fuoco e per brevi attimi lancinanti fluttuano nel cielo, per poi imprimersi per sempre nel ricordo di chi le ha viste. L’impatto al suolo è distruttivo, sconvolgente, definitivo.

Ciò che ha fatto Inigo ci dice qualcosa di una cultura e di un mondo rimasti orfani di significato. Pur essendo sempre stato un mercante d’arte tra i più modesti, ho trascorso buona parte della mia esistenza in questo ambiente o ai suoi margini e vi garantisco che nessuna rappresentazione – cinematografica o letteraria – è mai riuscita a rendere giustizia ai raccapriccianti livelli di demenza e degenerazione tardocapitalista toccati dal mercato internazionale dell’arte contemporanea. La realtà è pura follia. È un contesto indicibilmente torbido e più assurdo di quanto si possa immaginare; i suoi frequentatori sanno essere vili, dolci, astuti, manipolatori, geniali, del tutto privi di etica e terribilmente affascinanti.

Il mondo dell’arte incarna tutti gli aspetti peggiori del denaro, degli esseri umani e della loro avarizia, e tutti gli aspetti migliori del nostro amore per la bellezza e della nostra brama di verità. È questo connubio bizzarro – un cocktail inebriante e quasi tossico – a rendere il settore tanto intrigante e irresistibile, e fu questa stessa combinazione di elementi così diversi a far sì che io e Inigo ne venissimo sedotti, risucchiati e infine, quando avevamo poco più di trent’anni, risputati con le ossa rotte.

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Orlando Whitfield è uno scrittore ed ex mercante d’arte britannico. Si è laureato alla Goldsmiths University e per quindici anni ha lavorato nel mercato dell’arte. Suoi articoli sono stati pubblicati sul New York Times, sulla Paris Review e su Granta. Quel che luccica è il suo primo libro. La traduzione è di Luca Bernardi.

Altrecose è il progetto editoriale del Post in collaborazione con Iperborea dedicato a libri che raccontano e spiegano la realtà. Quel che luccica sarà nelle librerie dal 16 settembre, ma si può già preordinare sul sito del Post (con spedizione gratuita) o nelle librerie digitali.