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  • Domenica 30 agosto 2026

Sempre più persone se ne vanno da Israele

Negli ultimi due anni il saldo migratorio è stato negativo, un dato preoccupante per un paese fondato proprio come rifugio per le persone ebree

Un aereo decolla dall'aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv, giugno 2025 (AP Photo/Ohad Zwigenberg)
Un aereo decolla dall'aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv, giugno 2025 (AP Photo/Ohad Zwigenberg)
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Nel 2025, per il secondo anno di fila, più persone israeliane hanno lasciato Israele di quanti siano stati gli immigrati. È un dato straordinario perché Israele è un paese fondato proprio sull’immigrazione di persone ebree, nato dopo la Seconda guerra mondiale con l’obiettivo esplicito di accogliere i sopravvissuti alla Shoah e chi scappava dalle persecuzioni in Europa e altrove.

Il saldo negativo dell’immigrazione è dato da alcune decine di migliaia di persone: per il 2025, l’anno più recente con dati consolidati, quasi 24mila persone sono immigrate in Israele e più di 69mila sono emigrate. Dati simili sono stati riscontrati per il 2024.

La popolazione israeliana continua a crescere di circa l’uno per cento all’anno per via dell’alta natalità. Nonostante questo, il fatto che più persone se ne vadano da Israele di quante ne arrivino è stato valutato come estremamente preoccupante da molti esperti e dalla politica israeliana: lo è a livello simbolico, per il ruolo che Israele ha sempre avuto agli occhi della comunità ebraica nel mondo; e lo è a livello economico, per via delle categorie di persone più propense ad andarsene.

Il progetto nazionale di Israele, fin da prima della sua fondazione, è stato pensato per favorire l’immigrazione di persone ebree da tutto il mondo, e fa parte dell’identità profonda dello stato. Tra il 1948 (anno della fondazione) e il 1960 l’immigrazione ha contribuito al 65 per cento della crescita della popolazione. Nei decenni successivi il dato si è attestato attorno al 20 per cento.

L’immigrazione delle persone ebree verso Israele è chiamata aliyah, che significa ascesa e – semplificando molto – lo stato ha adottato leggi speciali che danno quasi automaticamente la cittadinanza alle persone ebree che si vogliono trasferire in Israele. Per decenni andarsene da Israele era considerato una specie di tradimento del progetto nazionale: negli anni Settanta l’allora primo ministro Yitzhak Rabin definiva gli israeliani che se ne andavano «deboli» e «lebbrosi morali» (negli anni Novanta poi ritrattò le dichiarazioni).

– Leggi anche: Israele non si è più ripreso dall’assassinio di Yitzhak Rabin

Negli ultimi anni però il numero di persone che emigrano da Israele ha cominciato a crescere. Come è facile immaginare, il grosso del fenomeno è avvenuto dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre del 2023 e le numerose guerre cominciate dal governo di estrema destra di Benjamin Netanyahu.

In realtà le emigrazioni erano cominciate ad aumentare già nei due anni precedenti, il 2021 e il 2022. È difficile capire le ragioni dei movimenti di popolazione, ma molti esperti attribuiscono almeno in parte le cause all’instabilità politica di quegli anni, in cui in Israele si sono succeduti molti governi ed è aumentata la polarizzazione. Nel 2023 inoltre cominciarono in Israele enormi proteste contro una riforma della giustizia del governo di Netanyahu, che secondo i critici avrebbe danneggiato lo stato di diritto.

Come dicevamo, la grossa differenza l’hanno fatta l’attacco del 7 ottobre 2023 e le guerre degli anni successivi, durante i quali il saldo dell’immigrazione è diventato negativo. Molte persone hanno cominciato a percepire Israele non soltanto come un posto in cui la democrazia era sempre più minacciata dal governo di Netanyahu, ma soprattutto come un posto in cui la loro stessa vita era potenzialmente in pericolo.

Negli ultimi tre anni decine di civili israeliani sono stati uccisi principalmente dai razzi lanciati da Hezbollah e dall’Iran (escludendo le oltre mille persone uccise da Hamas il 7 ottobre e gli ostaggi israeliani uccisi in seguito), e decine di migliaia di persone israeliane sono state costrette ad abbandonare le proprie case per ragioni di sicurezza, soprattutto nella parte nord del paese, al confine con il Libano. Per mesi gli allarmi antimissile hanno suonato di frequente, costringendo la popolazione ad andare nei rifugi.

Il numero delle persone israeliane uccise e sfollate è molto inferiore rispetto a quelle uccise e ferite dall’esercito israeliano nella Striscia di Gaza e negli altri luoghi che Israele ha invaso e bombardato negli ultimi tre anni (tra questi Libano, Siria, Iran, Yemen). Ma la condizione costante di pericolo e provvisorietà ha comunque convinto molte persone israeliane a lasciare il paese e a trasferirsi all’estero.

Una passeggera all'aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv, aprile 2026 (AP Photo/Ohad Zwigenberg)

Una passeggera all’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv, aprile 2026 (AP Photo/Ohad Zwigenberg)

Se questa tendenza dovesse continuare i rischi economici e sociali potrebbero essere consistenti.

Varie ricerche hanno mostrato che le persone più propense ad andarsene sono le più istruite e quelle che fanno mestieri a maggior reddito, come medici e imprenditori. Il rischio è di impoverire settori importanti per l’economia israeliana, come quello tecnologico. Inoltre la perdita di lavoratori ad alto reddito potrebbe impattare sul gettito fiscale: se la tendenza di emigrazione continuerà, secondo uno studio delle autorità fiscali israeliane lo stato potrebbe perdere fino a un miliardo di euro l’anno nei prossimi cinque anni in tasse non riscosse.

Tutto questo avviene in un contesto demografico in cui continua ad aumentare la popolazione ultraortodossa, che però partecipa in misura minore al mercato del lavoro (circa la metà dei maschi ultraortodossi non lavora per dedicarsi agli studi religiosi) e si rifiuta di fare il servizio militare obbligatorio per tutti gli israeliani.

Il fenomeno dell’emigrazione, di fatto, sta accelerando un processo già in corso da tempo nella società israeliana: si riduce la quota di popolazione secolare e aumenta quella degli ultraortodossi, che attualmente sono circa 1,4 milioni, il 14 per cento del totale.

Tag: israele