L’“Economist” contro l’economista più popolare al mondo

Un articolo eccezionalmente critico dice che il premio Nobel Daron Acemoglu ha idee sbagliate sull'AI e non è nemmeno così stimato: ne è nato un gran dibattito

L'economista Daron Acemoglu durante una conferenza, a novembre 2025 (Contacto via ZUMA Press)
L'economista Daron Acemoglu durante una conferenza, a novembre 2025 (Contacto via ZUMA Press)
Caricamento player

L’Economist, il settimanale britannico di economia e politica che è uno dei media più influenti al mondo, ha scritto un articolo lungo, discusso e sorprendentemente duro contro Daron Acemoglu, premio Nobel per l’Economia nel 2024 e uno degli economisti più famosi al mondo, anche fuori dall’ambiente accademico per via di alcuni suoi libri diventati nel tempo dei best seller.

L’articolo, pubblicato contestualmente alla recensione (una stroncatura) di un suo libro uscito in queste settimane, si intitola “L’economista più influente del mondo è stranamente poco convincente”. Già il titolo fa capire molte cose, ma in breve mette in dubbio l’intera carriera di Acemoglu, e ne è nata una grande discussione, tra chi difende i meriti dell’economista e contesta la parzialità del settimanale, e chi invece sottoscrive la debolezza di alcuni suoi studi. Acemoglu ha risposto con una lettera in cui sostiene che l’articolo è ostile, debole e in malafede.

Per dare un’idea di chi è Acemoglu e per capire la straordinarietà di quanto sta succedendo: ha 58 anni, a 33 anni è diventato professore ordinario al MIT di Boston, una delle più prestigiose università al mondo, ed è l’economista con più pubblicazioni negli ultimi dieci anni nel database IDEAS RePEc, il più grande aggregatore di studi di economia consultabili gratuitamente. Un suo studio del 2001 – quello che gli ha fatto ottenere il Nobel insieme a Simon Johnson e James A. Robinson – è il 48esimo più citato al mondo.

Parte della notorietà di Acemoglu deriva poi dai libri che ha scritto anche per il pubblico generalista, che lo hanno fatto conoscere anche fuori dagli ambienti accademici. Il più famoso è Perché le nazioni falliscono, un saggio che nel 2012 ha pubblicato con James A. Robinson e che rimase per mesi nelle classifiche dei libri più venduti: venne letto da giornalisti, politologi, imprenditori, politici, ma anche persone che nella vita fanno tutt’altro.

Il libro tratta delle origini delle disuguaglianze tra paesi: Acemoglu e Robinson citavano quelle che fino ad allora la teoria economica riteneva senza dubbio ragioni consolidate – quelle geografiche, culturali e sociali – e aggiungevano i risultati dei loro studi sull’importanza delle istituzioni nel garantire un corretto processo di sviluppo. Sono gli stessi studi per cui Acemoglu ha ricevuto il Nobel, per cui diventò un punto di riferimento per tutta l’economia dello sviluppo e uno degli economisti più ascoltati al mondo anche dalla politica.

Acemoglu è insomma una sorta di personaggio di culto tra chi si occupa di economia, tanto che intorno alla sua figura esiste un numero insolitamente alto di meme, per esempio su quanto qualsiasi cosa dica sia incontrovertibile e sulla grande prolificità del suo lavoro.

L’articolo dell’Economist comincia insinuando l’idea che in realtà tutto questo culto tra gli economisti non ci sia, sotto sotto. «Basta però offrire da bere a qualche economista e alcuni si azzarderanno a esprimere la loro vera opinione su questo gigante», scrive il settimanale, che però porta a supporto solo alcune dichiarazioni anonime di alcuni economisti, che sostengono che la reputazione e l’influenza di Acemoglu non siano davvero giustificate dalla qualità del suo lavoro.

Lo stesso Acemoglu critica la scelta di non citare nessuno: «Pubblichereste una mia lettera in cui dico che, dopo qualche drink, la maggior parte delle persone mi dice che non vale più la pena abbonarsi al vostro giornale?».

L’unico che viene citato con nome e cognome è il blogger Noah Smith, autore della seguita newsletter di economia Noahpinion che ha dedicato diversi numeri a criticare le ricerche di Acemoglu (e per certi versi anche il suo Nobel). Smith ha comunque chiarito di non essere stato intervistato, ma che il suo commento è stato estrapolato da un tweet di qualche mese fa che l’Economist non ha linkato: «È letteralmente da un decennio che critico Acemoglu», diceva.

L’articolo dell’Economist ha suscitato molte reazioni del mondo accademico. Da una parte c’è chi, come Noah Smith, difende la necessità di mettere in discussione anche il lavoro degli economisti più prestigiosi, in modo da contrastare la tendenza della ricerca economica a essere troppo gerarchica, chiusa e autoreferenziale. Dall’altra ci sono per esempio le posizioni dell’economista Isabella Weber e di un articolo sul prestigioso sito di commenti e analisi economiche Project Syndicate, che invece sostengono che dietro l’articolo dell’Economist ci sia l’intento di screditare Acemoglu per alcune sue posizioni eterodosse, soprattutto in tema di lavoro, tecnologia e intelligenza artificiale (Acemoglu è comunque considerato parte degli economisti mainstream).

L’Economist, che ha notoriamente una linea editoriale molto orientata al pensiero liberista, in effetti arriva a contestare le posizioni che Acemoglu ha assunto sui possibili effetti dell’intelligenza artificiale sull’economia, considerate tra le più radicali in ambito accademico (però condivise per certi versi da un altro premio Nobel per l’Economia molto noto e accreditato, Paul Krugman).

In alcuni suoi studi recenti, articoli, nonché nel suo ultimo libro, Acemoglu sostiene che il modo in cui l’intelligenza artificiale impatterà sull’economia non sia un destino inevitabile, ma una scelta politica.

Per Acemoglu il modello attuale sarebbe troppo ossessionato dall’automazione in sostituzione del lavoro umano, che rischia di produrre solo un arricchimento concentrato nelle mani dei pochi proprietari delle aziende tecnologiche, un aumento delle disuguaglianze e una riduzione degli stipendi. Secondo Acemoglu lo sviluppo dell’AI dovrebbe essere indirizzato a potenziare il lavoro umano, non a sostituirlo, per questo andrebbe messo sotto il controllo democratico e non lasciato in mano alle aziende tecnologiche. Acemoglu è tra i firmatari di una petizione di economisti che si chiama «Noi dobbiamo agire ora».

«Ma chi è questo “noi”? E chi decide quale tipo di AI sia o non sia complementare agli esseri umani? Persino gli economisti che hanno firmato la petizione ammettono di non esserne del tutto certi. La fama di Acemoglu a volte è tale da offuscare il pensiero critico», ha scritto l’Economist.

Acemoglu poi dubita che l’intelligenza artificiale potrà avere effetti davvero rivoluzionari sull’economia in termini aggregati, perché se alcuni settori saranno resi molto più produttivi ed efficienti, altri non saranno proprio toccati, o comunque non potranno mai fare a meno della valutazione umana. È uno dei punti più contestati dall’Economist, secondo cui «le argomentazioni di Acemoglu sull’intelligenza artificiale sono talmente pessimistiche da risultare poco credibili».

Su questo punto nella sua lettera Acemoglu sostiene che dietro le critiche del settimanale ci sia una strategia «volta a offuscare il messaggio del mio libro e a ricondurlo al tema caro all’Economist: la difesa e la promozione dell’AI».

L’articolo del settimanale passa comunque in rassegna anche alcuni dibattiti che effettivamente nel mondo accademico ci sono stati, intorno alla ricerca di Acemoglu. Lui però sostiene che siano stati momenti di confronto «proficui» e «parte di una sana discussione accademica», mentre a suo dire l’articolo «mette insieme lamentele vagamente collegate tra loro, insinuando una ricerca inaffidabile».

Acemoglu alla cerimonia di premiazione a Stoccolma, a dicembre 2024 (Atila Altuntas/Anadolu via Getty Images)

Tra le discussioni citate c’è quella che riguarda la solidità di alcuni calcoli dei suoi studi più noti, quelli già citati sull’importanza delle istituzioni per garantire lo sviluppo di un paese.

Oggi il fatto che una nazione per prosperare debba avere un solido apparato istituzionale, una burocrazia che funzioni, il rispetto dei poteri, eccetera, sembra un concetto scontato e banale. Più di vent’anni fa Acemoglu, Johnson e Robinson – noti nell’ambiente accademico con l’acronimo AJR – non si limitarono a mostrare che le istituzioni sono più carenti nei paesi più poveri, ma dimostrarono anche che i paesi sono più poveri perché le istituzioni sono più carenti. Hanno cioè dimostrato il nesso causale tra i due fenomeni, e non solo la correlazione.

Sebbene non ci siano molti dubbi dietro la teoria di questi studi, sono state sollevate più volte perplessità su come i tre economisti l’abbiano dimostrata: senza entrare troppo nei dettagli, secondo alcuni i calcoli per arrivare alla conclusione erano imprecisi e secondo altri le ipotesi dietro lo studio erano difficilmente plausibili. Molti oggi contestano che non sia una teoria che si applica per esempio alla Cina, un paese cresciuto a livello economico nonostante la repressione delle libertà fondamentali.

La stessa giuria del Nobel ha riconosciuto che i dati sono «talvolta approssimativi», «forniscono stime grezze» e che vanno «presi con le pinze», pur sostenendo che il lavoro dei tre economisti abbia fornito le basi per uno studio più approfondito di questa materia.