L’arte di collezionare francobolli (e di rispondere a chi ti chiede: perché?)
«Qualche anno più tardi ho ritrovato i classificatori e ho deciso che avrei ricominciato. Ho iniziato a frequentare negozi filatelici ed è subito tornata la solita, vecchia domanda, seguita da un'altra: “Ce l’hai il Gronchi rosa?”»
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Colleziono francobolli da quando avevo otto anni: ho passato metà della vita a non dirlo e l’altra metà a spiegarlo. Ero in terza elementare quando la mia zia più amata, in Sicilia, mi disse che non voleva che spendessi soldi per «quelle inutili figurine» (di calciatori, soprattutto), chiedendomi di impiegarli per qualcosa di più “importante”. Mi propose: «Colleziona francobolli». A scuola non ero il solo. Molti dei miei compagni di classe avevano un classificatore: i francobolli arrivavano ogni giorno a casa su pacchi, lettere, cartoline (si comunicava così: le email erano poco più di una possibilità teorica, che peraltro nessuno di noi conosceva).
Prendevamo le buste affrancate, le immergevamo nell’acqua, staccavamo i francobolli, li lasciavamo asciugare e poi li sistemavamo nelle pagine del classificatore: suddivisi per temi, paesi e – ma questo lo facevano solo i più precisi – per data di emissione.
È andata avanti così, per una manciata di anni. Alle medie solo due dei miei compagni continuarono insieme a me a collezionarli; al liceo nessuno: se l’argomento saltava fuori, la domanda («collezioni ancora francobolli?») era sempre accompagnata da un sorrisetto sardonico, prima che la conversazione scivolasse precipitosamente altrove: sulla musica, sui motori o su qualcos’altro che non conoscevo e di cui non mi importava. Così quando, a diciotto anni, mi trasferii a Milano per l’università, non ne parlavo più e basta. I francobolli rimasero in Sicilia, dentro un armadio di noce impregnato di canfora.
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Qualche anno più tardi, in un pomeriggio di fine estate, ho riaperto quell’armadio. Ho ritrovato i classificatori e i francobolli e ho deciso che avrei ricominciato. Stavolta, però, in modo più ordinato e accurato. Ho iniziato a frequentare negozi filatelici, a compulsare cataloghi e listini e – se capita – a riparlarne con amici e conoscenti. Ed è subito tornata la solita, vecchia domanda: «Ma collezioni ancora francobolli?». Il tono della risposta, però, è cambiato: «Sì, colleziono francobolli», rispondo, protetto da un po’ di autostima in più rispetto a quella che avevo negli anni turbolenti dell’adolescenza, anche perché il ghigno di superiorità di chi ascoltava ai tempi del liceo è sparito. Al suo posto, c’è quasi sempre la stupita benevolenza di chi si trova di fronte allo sguardo del reduce (io) verso un mondo ormai scomparso, imperscrutabile, e comunque poco affascinante.
Le possibilità, a quel punto, sono due: i più imbarazzati cambiano rapidamente argomento; i più socievoli – che di solito sono anche i più anzianotti – chiedono con entusiasmo: «E dimmi, dimmi: ce l’hai il “Gronchi rosa”?». È una domanda solo apparentemente curiosa e interlocutoria; in realtà, suona spietatamente rivelatoria: perché sancisce la certezza che chi mi parla di francobolli sa poco o nulla. Il “Gronchi rosa”, infatti, è considerato rarissimo solo da chi i francobolli non li colleziona (e oggi costa all’incirca quanto un buon orologio).
Dopo quella domanda, sono sempre a un bivio: rispondere con un «ma io non ho francobolli così preziosi!», vendicando così i miei traumatici precedenti adolescenziali con lo stesso tono sarcastico che mi è stato a lungo inflitto. Oppure dire ciò che penso davvero: e cioè che quel francobollo non è certo economico ma non è nemmeno così prezioso, che con pazienza e qualche risparmio in tasca lo si può trovare, e che semmai racconta altro: e cioè che nel secondo dopoguerra un errore di stampa su un rettangolo dentellato poteva trasformarsi in un caso diplomatico.
Il “Gronchi rosa” venne emesso il giorno di Pasquetta del 1961, in un tempo – incredibile pensarci oggi – in cui alcuni sportelli delle poste potevano restare aperti in giorni festivi proprio per le emissioni dei francobolli. In quel caso, l’evento da celebrare era l’imminente viaggio dell’allora presidente della Repubblica, Giovanni Gronchi appunto, in Sud America. Per un errore nei confini tra Perù ed Ecuador, pare causato da un vecchio atlante, il francobollo venne ritirato diverse ore dopo una limitata distribuzione e – in tempi record – sostituito da un altro, grigio. Grandi polemiche, molte illazioni, diverse interrogazioni parlamentari: in pochi giorni divenne un oggetto di culto, una forma di investimento e persino, nel linguaggio quotidiano, un sinonimo di qualcosa di raro e prezioso.
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Di storie così, collezionando francobolli, se ne trovano milioni. Basta avere la curiosità di intercettarle. I posti migliori sono senz’altro i mercatini. Il più noto, a Milano, si tiene ogni domenica lungo i due marciapiedi di via Armorari, alle spalle di piazza Cordusio. Da qualche tempo, tra i curiosi e i clienti – perlopiù uomini, perlopiù anziani, se proprio va bene di mezza età – ci sono anch’io.

Bancarelle del mercato filatelico di via Armorari di Milano (Filippo Maria Battaglia)
Ai primi di luglio ho comprato quattro francobolli emessi nel 1947 e nel 1958: da tre, cinque, dieci e venti lire. Sono integri e in perfette condizioni: mi sono costati in tutto sei euro. Su ognuno di essi c’è una testa di Minerva e, ben centrata, la scritta “posta pneumatica”. La prima volta che ne vidi uno simile era l’estate di una dozzina di anni fa: andai a cercare cosa significasse e scoprii che, per decenni, in diverse città europee, alcune lettere considerate prioritarie viaggiavano dentro tubi sotterranei, chiuse in contenitori metallici, sospinte dall’aria compressa.
I primi a realizzarli furono i londinesi a metà Ottocento, i più efficienti furono i francesi, in Italia iniziammo solo nel 1913: prima a Milano, poi a Roma e a Napoli (ci provarono anche a Bologna e a Torino, ma non durò a lungo). Le nostre poste, peraltro, furono le uniche al mondo a emettere francobolli dedicati. Bizzarro? Fino a un certo punto. Le lettere, in questi ultimi due secoli, hanno viaggiato su idrovolanti, carri armati, dentro casseforti galleggianti e persino legate alla coda di piccioni, durante l’assedio di Parigi del 1870, in quel caso senza sapere ovviamente con certezza dove sarebbero atterrati. Ma i francobolli non hanno registrato solo rotte impreviste: hanno soprattutto trattenuto a sé le paure, le vanità e le ossessioni del potere.

(Filippo Maria Battaglia)
Nel 1840 l’immagine della Regina Vittoria, disegnata da William Mulready, uno dei più noti pittori del tempo, per celebrare l’Impero britannico, divenne improvvidamente bersaglio dei caricaturisti, e venne ritirata dopo due mesi. Diciotto anni dopo, nel Regno delle Due Sicilie, i francobolli furono disegnati apposta perché nessun timbro sfiorasse la “sacra effigie” del re di allora, Ferdinando II, e soprattutto perché nessuna combinazione di colori potesse inavvertitamente comporre l’odiatissimo tricolore (non servì a molto: l’Unità d’Italia sarebbe arrivata ventisei mesi dopo). Ecco, il motivo per cui continuo a collezionare francobolli nasce da qui: da ciò che nascondono più che da quello che mostrano.
Ogni volta, da quando avevo otto anni, li compro per un disegno, un dettaglio o semplicemente perché non li ho. E ogni volta, appena li guardo meglio, finisco sempre da tutt’altra parte.
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