In Sicilia vengono vaccinati meno bambini del resto d’Italia

La copertura arriva solo all’85 per cento, molto sotto la soglia che garantisce la cosiddetta “immunità di gregge”

(Vanessa Leroy/Bloomberg)
(Vanessa Leroy/Bloomberg)
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La Sicilia ha istituito un gruppo di lavoro formato da esperti di malattie infettive ed epidemiologi – la Regione l’ha chiamato task force – per tracciare i casi di difterite e soprattutto per aumentare la copertura vaccinale tra neonati e bambini, perché la Sicilia è la regione dove se ne vaccinano di meno. I casi sono stati scoperti a Palermo dopo la morte di una bambina di 4 anni non vaccinata.

Il vaccino è la risorsa più importante per rendere la popolazione immune dalle malattie senza doverle contrarre, con i rischi che queste malattie comportano. Per il principio della cosiddetta “immunità di gregge”, se la stragrande maggioranza delle persone è vaccinata, la malattia non riesce a diffondersi. La difterite, per esempio, in Italia era praticamente scomparsa proprio grazie alle vaccinazioni. In un certo senso vaccinarsi è anche un gesto altruista, perché chi per ragioni mediche non può ricorrere a un vaccino ha spesso problemi con il proprio sistema immunitario, quindi è ancora più esposto ai rischi di malattie virali particolarmente aggressive. Questi principi valgono sia per le persone adulte che per i bambini.

Per capire se la popolazione è protetta dall’immunità di gregge bisogna osservare i dati della copertura vaccinale, cioè la percentuale di persone vaccinate sul totale della popolazione.

Nel caso dei bambini, i dati più recenti diffusi dal ministero della Salute riguardano i nati nel 2022 e sono aggiornati al 31 dicembre 2024: su 21 tra regioni e province autonome solo 11 superano il 95% di copertura vaccinale garantita dal ciclo di tre dosi del vaccino esavalente, che protegge da difterite, tetano, pertosse, poliomielite, epatite B e Haemophilus influenzae di tipo b.

Il 95% è la soglia di protezione indicata dall’Organizzazione mondiale della sanità (OMS): sopra quel livello il batterio o il virus circola poco, e anche chi non è vaccinato – i neonati troppo piccoli, chi ha malattie che lo impediscono – è protetto attraverso l’immunità di gregge.

Le coperture più alte per l’esavalente sono in Lombardia (98,29%), Emilia-Romagna (97,47%), Toscana (97,33%), Molise (97,13%) e Umbria (96,8%). Superano il 95% anche Basilicata, Trento, Veneto, Friuli-Venezia Giulia, Abruzzo e Piemonte. Il Lazio è appena sotto, con il 94,89%.

La Sicilia è ultima con l’85,13%, ma le percentuali sono basse anche nella provincia autonoma di Bolzano (87,09%), nelle Marche (91,85%), in Sardegna (92,19%), Calabria (93,34%) e Campania (93,42%). Il divario si allarga con l’età. Alle vaccinazioni previste a 5-6 anni, come la seconda dose contro morbillo, parotite, rosolia e varicella, e la quarta contro difterite, tetano, pertosse e polio, in Sicilia si arriva a poco meno del 68%, contro una media nazionale già bassa, sopra l’84%. Tra i sedicenni la quinta dose contro difterite, tetano e pertosse è stata fatta dal 25% dei ragazzi siciliani, contro il 65,6% nazionale.

In Italia la copertura vaccinale in età pediatrica è migliorata dal 2017, dopo anni in cui era stata in calo. Nell’estate di quell’anno il governo approvò una legge che portò le vaccinazioni obbligatorie da quattro a dieci per tutti i minori fra zero e sedici anni.

La legge non impone la vaccinazione, che nessuno può fare con la forza, ma prevede una sanzione da 100 a 500 euro per chi non è in regola e l’esclusione da nidi e scuole materne per i bambini da zero a sei anni. Dalle elementari in su i bambini vanno a scuola comunque, ma le aziende sanitarie attivano un percorso di recupero. I risultati di quell’obbligo sono evidenti: nel 2015 la prima dose contro il morbillo entro i due anni era stata fatta dall’85,29% dei bambini, nel 2019 dal 94,49%; la copertura per la poliomielite era al 93,33% nel 2016 e ha poi superato il 95%.

Nonostante i benefici siano conclamati, rimane comunque una quota di persone che preferisce non vaccinare i figli. Il ministero della Salute ha identificato quattro categorie: gli «esitanti», che hanno dubbi sulla sicurezza dei vaccini o sui tempi; gli «indifferenti», che non percepiscono il rischio delle malattie e mettono la vaccinazione in fondo alla lista delle cose da fare; i «poco raggiunti», che hanno un accesso difficile ai servizi per povertà, esclusione sociale o ambulatori lontani; e i «resistenti attivi», che rifiutano per convinzioni personali, culturali o religiose. Le prime due categorie sono di gran lunga le più numerose, e sono anche quelle su cui è più facile intervenire.

Claudio Costantino, professore di Igiene e medicina preventiva all’università di Palermo, ha detto a Repubblica che la situazione in Sicilia dipende anche da un alto tasso di analfabetismo funzionale. «Parlo di persone che non sono in grado di discernere un’informazione scientifica da una bufala, e che quindi prendono per buona la classica falsità sull’autismo e i vaccini: una cosa che ha stancato, perché è stata smentita da decenni di dati, ma che è tornata in auge anche grazie alla politica. Poi c’è un secondo fattore, che riguarda tutta l’Italia: dopo il Covid la sfiducia verso il vaccino anti-Covid si è estesa immotivatamente a tutti gli altri, e le coperture sono calate ovunque. Da noi sono calate di più».

Ma secondo Costantino tra i motivi che spiegano la bassa copertura vaccinale in Sicilia c’è anche la cancellazione di molti presidi sanitari decisa negli ultimi anni per risparmiare sui costi. «Prima del Covid lo Zen [un quartiere periferico di Palermo, ndr] aveva un centro vaccinale funzionante, che era un vero punto di riferimento: c’erano il consultorio e l’ambulatorio vaccinale. Durante la pandemia il personale è stato dirottato negli hub Covid e quel presidio non è stato più riaperto. È la stessa ragione per cui in queste aree andiamo malissimo anche sugli screening oncologici».

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