Gli Stati Uniti hanno annunciato nuove sanzioni per isolare l’Iran
Erano state presentate dal governo come le più ampie mai viste finora, ma non sembra sia proprio così
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Lunedì il segretario al Tesoro degli Stati Uniti Scott Bessent ha annunciato nuove sanzioni contro l’Iran. C’era molta attesa sull’annuncio perché da alcuni giorni sia lui che il presidente Donald Trump sottolineavano la grande portata di queste nuove misure, che hanno l’obiettivo di spingere il regime iraniano a un accordo che metta fine alla guerra in Medio Oriente: Bessent le aveva definite come «la più grossa offensiva finanziaria mai sferrata contro un avversario» e una sorta di «D-Day economico per l’Iran» (il D-Day è il giorno dello sbarco in Normandia, un evento decisivo per la resa della Germania nazista durante la Seconda guerra mondiale); Trump aveva parlato di una guerra economica «su una scala mai vista prima».
In realtà, sebbene siano misure severe, non sono molto differenti da quelle già in vigore e mancano ancora molti dettagli su come verranno applicate. Bessent ha detto che ci saranno informazioni più precise nei prossimi giorni, ma che intanto il dipartimento del Tesoro sanzionerà oltre 60 tra enti, individui e navi in tutto il mondo che consentono all’Iran di procurarsi tecnologia nucleare e missilistica. Le sanzioni riguarderanno anche prodotti e investimenti nel settore digitale, tecnologico, nel commercio di oro, nell’aviazione e nei trasporti marittimi.
Un punto molto atteso riguardava la possibile decisione del governo statunitense di imporre “sanzioni secondarie”, quindi non direttamente sull’Iran ma sui paesi e sulle aziende con cui commercia o ha legami. Questo implicherebbe tra le altre cose anche emettere sanzioni contro paesi alleati, compromettendo relazioni già messe a dura prova dall’imprevedibilità e dall’inaffidabilità di Trump.
Su questo però Bessent è stato molto vago, e anzi ha rinnegato l’approccio duro preannunciato nei giorni scorsi.
Ha detto che il governo statunitense punta a far cessare i finanziamenti stranieri che sostengono l’economia iraniana, senza però dire come lo farà nel concreto. Ha minacciato in modo generico sanzioni ai paesi che continuano a fare affari con l’Iran e l’esclusione dal sistema finanziario statunitense: «Coloro che si legano al regime iraniano devono aspettarsi di condividere l’isolamento di un regime in declino».
Bessent ha riconosciuto che ora come ora sono perlopiù avvertimenti: «Stiamo dando a tutti l’opportunità di porre rimedio ai comportamenti scorretti», ha detto. «Perché mai dovrei voler far saltare in aria il sistema finanziario globale?».
Che non ci sia molta concretezza dietro le minacce di provvedimenti più duri si è visto anche da come Bessent ha risposto a una domanda sull’ipotesi che rischino sanzioni anche le banche della Cina, cioè di un paese che aiuta di fatto l’Iran e allo stesso tempo è legato economicamente agli Stati Uniti: ha detto che l’approccio migliore è la «diplomazia discreta», aggiungendo però che «nessuno è al di sopra della portata delle sanzioni statunitensi».
La Cina nella guerra in Iran ha mantenuto un profilo basso ma ha un ruolo fondamentale: è la principale acquirente del petrolio iraniano e se gli Stati Uniti puntano a rendere davvero efficace l’isolamento dovrebbero incrementare i propri sforzi per limitare il commercio di petrolio tra i due paesi. Per esempio potrebbero fare di più per fermare la cosiddetta “flotta fantasma” (una rete di navi usate per vendere il petrolio aggirando le sanzioni), o arrivare a sanzionare le banche cinesi che gestiscono le transazioni, cosa che per ora Bessent non ha annunciato.

Una donna per le strade di Teheran, 24 agosto 2026 (Fatemeh Bahrami/Anadolu via Getty Images)
Gli Stati Uniti cercano da mesi di usare la pressione economica per spingere il regime iraniano a un accordo che metta fine alla guerra in Medio Oriente, visto che si trovano impantanati dal punto di vista militare: per ora l’amministrazione ha escluso il ricorso a nuovi bombardamenti su larga scala e i negoziati si sono fermati senza raggiungere risultati concreti.
Finora lo strumento principale di questa guerra commerciale è stato il blocco navale in vigore da aprile, con cui la marina statunitense stanziata appena fuori dal golfo Persico blocca le navi in arrivo o in uscita dai porti iraniani. L’amministrazione Trump nelle ultime settimane ha anche riattivato alcune delle sanzioni sul petrolio iraniano che aveva sospeso in seguito al fragile memorandum d’intesa di giugno, poi arenatosi in un nulla di fatto.
L’economia iraniana è già stata indebolita da queste prime misure. Oggi in Iran l’inflazione è superiore all’80 per cento, alcuni beni sono introvabili, il valore della valuta nazionale è crollato rispetto al dollaro e il regime ha dovuto ricorrere al razionamento di beni come il carburante. Al tempo stesso la pressione economica non ha avuto l’effetto sperato, nel senso che non ha spinto il regime a riaprire lo stretto di Hormuz senza pedaggi né a fare un accordo sul nucleare (che sono le due condizioni minime che servono a Trump per dire di aver vinto la guerra). L’Iran da decenni subisce sanzioni e tentativi di strangolamento economico da parte degli Stati Uniti e dell’Occidente, e per questo il regime ha sviluppato una forte resistenza a questo genere di pressioni.
Anche per questo gli Stati Uniti stanno cercando di condizionare alcuni paesi alleati, nel tentativo di isolare completamente il regime iraniano più di quanto fatto finora. La scorsa settimana gli Emirati Arabi Uniti, un paese allineato con l’Occidente ma che ha sempre tenuto buoni rapporti commerciali con l’Iran, hanno annunciato che avrebbero interrotto ogni scambio commerciale e transazione finanziaria con il regime iraniano, e probabilmente l’hanno fatto anche su pressione dell’amministrazione Trump.
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