In Cina è pieno di “città antiche” che non lo sono
Hanno un'architettura che imita quella tradizionale ma si vede subito che sono state costruite negli ultimi decenni: sono fatte per i turisti, ma non solo
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Il centro storico di Datong, nella regione cinese dello Shanxi, è proprio come un turista potrebbe immaginarselo: tutti gli edifici hanno uno stile tradizionale, con i tetti inclinati e le estremità ricurve verso l’alto, ci sono ovunque lanterne illuminate, ornamenti in legno e intarsi dorati. Guardando meglio però si vede che il “legno” non è legno, l’“oro” non è oro e le luci dentro alle lanterne sono elettriche.
Una parte di quelle che in Cina vengono presentate come “Ancient Towns”, una categoria simile ai borghi italiani, sono in realtà città costruite negli ultimi decenni, in alcuni casi dove prima non c’era nulla e in altri ispirandosi a luoghi storici realmente esistiti e poi demoliti o andati distrutti. L’effetto finale non sempre piace, soprattutto se ci si va aspettandosi di vedere edifici autentici: a un certo punto persino il governo cinese ha chiesto di non esagerare con la copia e la ricostruzione del passato. Succede per molti motivi, sia economici sia culturali, e a volte funziona e altre no.
Le finte città antiche sono per prima cosa un modello di business pensato per il turismo. Sono progettate per essere scenografiche e fare una gran figura sui social, e attirano i visitatori sia cinesi sia stranieri promettendo di offrire l’esperienza della Cina antica e imperiale. Un esempio di successo è Gubei, una città sull’acqua aperta dal 2014.
È stata costruita a partire dal 2010 in un’area rurale dove c’erano piccoli centri. Ricalca l’immaginario di una città cinese tradizionale, in modo un po’ stereotipato: l’architettura non ha un’ispirazione univoca ma mescola vari stili, periodi e caratteristiche dell’architettura cinese tardo-imperiale.
È anche vicina a uno dei punti più visitati della Muraglia cinese e a meno di due ore da Pechino, quindi è facilmente inseribile nei percorsi turistici più comuni. Nel 2019 Gubei ha avuto un picco di 2,5 milioni di visitatori, scesi a circa uno e mezzo nel 2023, a seguito della crisi del turismo provocata dalla pandemia da coronavirus. Per entrare bisogna pagare un biglietto.

Una turista con abiti tradizionali si scatta una foto a Gubei, giugno 2020 (AP Photo/Andy Wong)
In altri casi le nuove “città antiche” vengono costruite dove in passato c’era effettivamente un centro storico di valore, che però è stato completamente ricreato in tempi moderni. È quello che è successo a Datong: antica città militare e capitale nel Quinto secolo, è poi diventata un cupo centro industriale dipendente dalle vicine miniere di carbone. Nel 2008 il sindaco Geng Yanbo decise di stravolgere il centro, demolendo gli edifici e ricostruendoli con uno stile fatto apposta per richiamare quello di secoli fa. Oltre 500mila abitanti dovettero lasciare le loro case e molti si stabilirono definitivamente fuori dal centro.
Oggi dentro alle strutture con il doppio tetto e le facciate intarsiate ci sono quasi solo hotel e ristoranti. Sono state rifatte persino le mura della città, lunghe sette chilometri e originarie del Quattordicesimo secolo. Quelle di oggi mantengono le sembianze originali, ma si vede che non lo sono: i materiali sono moderni e tutto è troppo pulito, ordinato e preciso, in evidente contrasto con i monumenti antichi che sono più familiari ai turisti europei, come il Colosseo o il Partenone.

Datong, maggio 2026 (Il Post)
Le “città antiche” non sono solo un tentativo commerciale, ma si spiegano anche con il modo diverso che la Cina ha di intendere la tutela del patrimonio artistico. «C’è un’idea dell’edificio storico sempre a posto e sempre nella sua veste migliore, precisa e perfetta», dice Anna Paola Pola, ricercatrice all’Istituto di scienze del Patrimonio culturale del Consiglio nazionale di ricerche (CNR). «Un edificio aderisce di più alla sua forma storica quando si presenta per come era stato ideato all’inizio, non per come è deperito nel tempo». È come se, semplificando, l’approccio cinese preferisse riportare il Colosseo alla sua versione originale piuttosto che lasciarlo diroccato: un edificio non è ritenuto meno autentico perché è stato ricostruito.
In parte la diversità di approccio è dovuta al materiale usato nei siti storici. Mentre in Europa predominano il mattone e le pietre, in gran parte dell’Asia a lungo il materiale edile più diffuso è stato il legno, che è relativamente fragile e poco resistente: in caso d’incendio per esempio tutto viene completamente distrutto. Per questo i siti storici sono sempre stati restaurati in modo molto più intenso che in Europa, con frequenti sostituzioni e rifacimenti di intere parti. Non c’è insomma il gusto estetico delle rovine, diffuso in Europa: «Nell’est dell’Asia quando un edificio è distrutto, lo è davvero […] non rimane qualcosa di pittoresco», dice Jinze Cui, ricercatore al Consiglio europeo della ricerca di Bruxelles, l’ente dell’Unione europea che finanzia progetti di ricerca.

La Città Proibita di Pechino, costruita all’inizio del Quindicesimo secolo, è stata sottoposta a numerosi restauri e a varie ricostruzioni nel corso dei secoli, ma gli edifici e l’impianto sono rimasti fedeli a quelli originali (AP Photo/Achmad Ibrahim)
Negli ultimi decenni però anche su questo la Cina si è avvicinata agli standard occidentali, che invece danno assoluta importanza alla tutela e alla cura della forma attuale degli edifici o dei monumenti. Le nuove linee guida cinesi, modificate nel 2024, dicono esplicitamente che i progetti infrastrutturali e turistici devono «dare precedenza alla protezione dei resti» ed «evitare la costruzione distruttiva e l’eccessiva commercializzazione».
C’è anche un evidente fine propagandistico. Le finte “città antiche” si inseriscono nel tentativo del presidente Xi Jinping di nobilitare e valorizzare la cultura, la storia e le tradizioni cinesi, esaltandole come un ritrovato motivo di orgoglio nazionale. Tra le altre cose Xi cita spesso le origini millenarie della civiltà cinese, che deve essere rispettata e tutelata. È una visione nazionalista e uno dei vari modi in cui il regime alimenta l’orgoglio nazionale: la creazione di nuove “città antiche” si inserisce nella visione del governo in cui le tradizioni diventano un elemento di soft power usato per comunicare potere e valore all’esterno.
Alla lunga però il modello sta stancando, sia per la sua natura artificiale che per il chiaro intento turistico. «Queste cose funzionano sempre meno: moltiplicandosi i casi, non può sempre andare bene come la prima volta», dice Pola del CNR. Si è visto di recente con la “città antica” di Dayong: richiese investimenti per 300 milioni di dollari, aprì nel 2021 e da allora è rimasta praticamente sempre vuota.



