Il femminicidio di Tania Terrin è diventato un caso politico
L'ex compagno che l'ha uccisa aveva ricevuto solo un ammonimento, nonostante avesse già provato a strangolarla e fosse già stato denunciato da altre donne
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Il femminicidio di Tania Terrin, la 39enne uccisa il 15 agosto in provincia di Venezia dall’ex compagno Dino Keber che poi si è suicidato, ha suscitato un ampio dibattito politico dopo che è emerso che l’uomo era già stato denunciato da Terrin e da altre donne, ma aveva ricevuto solo un ammonimento: una misura di prevenzione con la quale il questore ordina a una persona di interrompere una condotta per la quale è stata segnalata. È una misura meno restrittiva di altre previste per la violenza di genere come il divieto di avvicinamento, il braccialetto elettronico (che pure ha i suoi problemi) e la custodia cautelare in carcere.
Terrin era originaria del comune di Vigonovo (lo stesso di Giulia Cecchettin), ma viveva da sola a Camponogara, in provincia di Venezia. È stata uccisa nella serata tra il 15 e il 16 agosto nella sua casa: secondo quanto emerso nelle indagini Keber l’avrebbe strangolata. Il suo corpo è stato trovato dai carabinieri domenica 16 agosto, dopo che la madre, non riuscendo a contattarla e a farsi aprire la porta, aveva chiesto aiuto. Dopo averla uccisa Keber, un meccanico 43enne titolare di un’officina, è tornato nella sua casa a Dolo (vicino a Venezia) e si è ucciso impiccandosi.
La relazione tra Terrin e Keber era durata circa due anni e si era interrotta dopo un breve periodo di convivenza. Da quanto emerso nelle indagini, però, Keber continuava a contattare Terrin inviandole video e foto, e minacciando di farsi del male o uccidersi se lei non l’avesse coinvolto nella sua vita. La madre di Terrin, Marinella Forner, ha detto che Keber mostrava spesso a sua figlia un cappio fatto con una corda.
Ad aprile Terrin aveva denunciato Keber: aveva raccontato che lui l’aveva aggredita e aveva tentato di strangolarla prendendola per il collo e facendole perdere i sensi. Ai carabinieri Terrin aveva raccontato anche un altro episodio risalente al dicembre precedente, quando Keber l’aveva presa a schiaffi colpendola violentemente all’orecchio. Dopo questi episodi, lei aveva mandato una foto dell’uomo ai vicini di casa chiedendo loro di non aprirgli la porta del palazzo in cui viveva.
Dopo la denuncia la procura aveva aperto un’indagine per maltrattamenti e lesioni, e per Terrin era stata disposta quella che viene definita “vigilanza dinamica”, cioè controlli periodici alla sua abitazione da parte delle forze dell’ordine. Dalle indagini è emerso che Keber era stato denunciato anche da altre donne nel 2002, nel 2010 e nel 2022. Tutte le querele erano state ritirate e i procedimenti archiviati, ma questi precedenti erano stati citati nell’ammonimento emesso dalla questura di Venezia lo scorso giugno.
Non è qualcosa di eccezionale che le vittime ritirino la denuncia, ritrattino o ridimensionino le loro dichiarazioni: come stabilito da alcune sentenze e segnalato dalla Convenzione di Istanbul è un comportamento connaturato ai reati legati alla violenza di genere e spesso ha a che fare con la paura di subire ritorsioni, con la paura di essere colpevolizzate, ma anche con la mancanza di un’efficace e immediata attivazione e protezione da parte delle istituzioni.
La procura ha sequestrato l’appartamento di Keber e i telefoni di lui e di Terrin. L’autopsia sul corpo della donna è stata fissata per venerdì 21 agosto.
Mercoledì, parlando con l’Ansa, il sottosegretario al ministero della Giustizia Alberto Balboni ha definito il femminicidio di Terrin «una sconfitta dello Stato» e ha detto che insieme al ministro Carlo Nordio valuteranno di inviare ispettori del ministero nella procura di Venezia «per capire cosa non abbia funzionato».
Il presidente del Veneto Alberto Stefani ha proclamato il lutto regionale in occasione del funerale di Terrin (che ancora non è stato fissato). Il leghista Luca Zaia, presidente del consiglio regionale del Veneto ed ex presidente della regione, ha parlato della vicenda come di un «fallimento» e ha esortato a chiedersi cosa non abbia funzionato per intervenire in futuro con maggiore determinazione. Martina Semenzato, presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio, ha detto che le misure di prevenzione non possono sostituire le misure cautelari come la custodia in carcere.
La senatrice del Partito Democratico Valeria Valente, componente della stessa commissione, ha detto che le senatrici del PD presenteranno un’interrogazione parlamentare. La segretaria del Pd Elly Schlein ha invitato a interrogarsi «sull’efficacia del sistema di protezione delle donne vittime di violenza» e a sostenere «in modo molto più robusto la rete dei centri antiviolenza».
La senatrice leghista Giulia Bongiorno, presidente della commissione Giustizia e avvocata che si occupa da tempo di violenza di genere, ha detto in un’intervista al Corriere che non serve creare nuove leggi, ma bisogna attivare correttamente quelle esistenti, insistendo sulla formazione delle forze dell’ordine e della magistratura, che si occupano delle denunce, delle indagini e delle misure da applicare.
Bongiorno è una delle ideatrici del cosiddetto “codice rosso”, una legge approvata nel luglio del 2019 per potenziare le tutele per le donne e le persone che subiscono violenze, atti persecutori e maltrattamenti. Prevede una velocizzazione delle indagini nei reati legati alla violenza di genere, allo scopo di applicare il prima possibile eventuali misure di protezione (compresa la custodia cautelare).
Il codice rosso ha allungato anche l’intervallo di tempo per fare denuncia, ha inasprito alcune pene, ha istituito nuovi reati e ha introdotto la possibilità di disporre il braccialetto elettronico nei divieti di avvicinamento, un dispositivo che serve a monitorare i movimenti della persona a cui viene applicato. Quello usato nei casi di violenza e stalking utilizza un sistema Gps. Quando la persona si avvicina troppo alla vittima (che ha con sé un altro apparecchio) o cerca di manomettere il braccialetto, il dispositivo avverte le forze dell’ordine e la vittima stessa.
L’ammonimento è un provvedimento amministrativo: non è emesso da un giudice ma dal questore. Di solito la persona offesa lo deve richiedere, ma nei casi di violenza può essere attivato anche d’ufficio. Non serve un’indagine perché sia applicato, ma solo una verifica di verosimiglianza dei fatti da parte del questore. Non impone obblighi restrittivi, ma può comportare un aggravamento della pena se la persona ammonita riporta in seguito condanne per reati collegati.
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Dove chiedere aiuto
Se hai bisogno di aiuto o sostegno qui c’è l’elenco di tutti i numeri telefonici dei centri antiviolenza della rete Di.Re. È anche possibile chiamare il numero antiviolenza e stalking 1522, gratuito, attivo 24 ore su 24 con un’accoglienza disponibile in italiano, inglese, francese, spagnolo e arabo. In entrambi i casi si riceveranno indicazioni da persone che hanno l’esperienza e la formazione più completa per occuparsi di questa questione. È anche possibile, di fronte a una situazione di emergenza, chiamare i carabinieri o la polizia al 112.
Se sei in una situazione di emergenza, chiama il numero 112. Se tu o qualcuno che conosci ha dei pensieri suicidi, puoi chiamare il Telefono Amico allo 02 2327 2327 tutti i giorni dalle 9 alle 24, oppure via WhatsApp dalle 18 alle 21 al 324 0117252. Puoi anche chiamare l’associazione Samaritans al numero 06 77208977, tutti i giorni dalle 13 alle 22.



