Poi un giorno ho ricominciato a fare le cose

«Poi le cure finirono e tutti mi parlarono di ritorno alla normalità. E in effetti molte cose tornarono: i capelli, le energie, il gusto del cibo. Però non tornò del tutto il mio corpo. Non riuscivo più a guardarlo con innocenza. Credo sia stato allora che iniziai ad avere fretta. Quando mi innamorai di una donna, quella fretta mi sembrò felicità»

Un rodeo da qualche parte negli Stati Uniti in un qualche giorno degli anni Cinquanta (H. Armstrong Roberts/ClassicStock/Getty Images)
Un rodeo da qualche parte negli Stati Uniti in un qualche giorno degli anni Cinquanta (H. Armstrong Roberts/ClassicStock/Getty Images)
Marta Occhipinti
Marta Occhipinti

Nata a Palermo nel 1992, è giornalista. Ha scritto per Repubblica, L’Espresso, Il venerdì ed è redattrice di La7. Si occupa di diritti LGBTQIA+, gen Z, politica e social media. Ha collaborato con La Revue Dessinée Italia e insegna in un master di editoria.

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Mi sono trasferita a Roma per lavoro dieci mesi fa. E per dieci mesi ho smesso di cucinare. Non di cucinare bene: di cucinare e basta. Aprivo il frigorifero e non riuscivo a decidere cosa preparare. Una sera, buttai via il risotto quasi pronto perché mi sembrò improvvisamente troppo complicato aspettare che finisse di cuocere. Cercare il sale in una cucina che non mi era familiare, come capire dove trovare le pentole o in quale ripostiglio avessi lasciato il riso: mi accorgevo che erano tutti gesti che richiedevano un’attenzione sproporzionata. Per settimane continuai a cercare i bicchieri nel pensile sbagliato. Preparare una cena era diventato il modo, forse, più veloce per capire che non mi sentivo più a casa da nessuna parte.

Il mio trasferimento in una nuova città aveva coinciso con la fine di una relazione importante. Pensavo che il mio malessere dipendesse soprattutto da quello. In parte era così. Ma c’era anche altro che continuava a riaffiorare senza che me ne accorgessi.

Otto anni prima mi era stato diagnosticato un tumore. Linfoma di Hodgkin, terzo stadio A. Avevo poco più di vent’anni e il nome di quella malattia mi sembrò quasi irreale: come quello di una band indie o di un indirizzo sconosciuto appuntato sul telefono. Ero molto giovane e ricordo che la prima cosa che pensai non fu «potrei morire», ma qualcosa di più pratico: «Adesso cosa succede?». Successe tutto abbastanza in fretta.

Le visite, gli esami medici, la chemio, i capelli che andarono via. Gli odori dell’ospedale che rimanevano addosso anche una volta tornata a casa. Anche fare una doccia divenne una sfida, con un catetere venoso addosso che mi avrebbe accompagnato per un anno intero. Per molto tempo ho ricordato quel periodo soprattutto attraverso dettagli secondari. Le bottigliette d’acqua lasciate a metà sul comodino, le attese nei corridoi, il rumore dei guanti in lattice dei medici. Ricordo il fastidio che provavo verso gli altri pazienti come me, mentre cercavo continuamente differenze tra me e loro. Pensavo di non essere davvero come quelle persone. Ma era solo un modo per proteggermi. Se mi fossi riconosciuta fino in fondo in quella malattia, allora avrei dovuto accettare che stava succedendo davvero anche a me.

Per un anno, il mio corpo smise di appartenermi. Era qualcosa da controllare, curare, monitorare. Era un luogo attraversato da farmaci, punture ed esami diagnostici. Poi le cure finirono e tutti mi parlarono di ritorno alla normalità. Così, iniziai anche io a dire che andava tutto meglio, che ero guarita, che finalmente potevo ricominciare. E in effetti molte cose tornarono: i capelli, le energie, il gusto del cibo. Però non tornò del tutto il mio corpo. Per mesi avevo vissuto dentro qualcosa che sentivo contemporaneamente fragile e resistente, malato e necessario. Un corpo che doveva sopportare il dolore per salvarsi. E alla fine, dopo tutta la battaglia, non riuscivo più a guardarlo con innocenza.

Credo sia stato allora che iniziai ad avere fretta. Fretta di vivere, di innamorarmi, di desiderare, di fare progetti. Come se stare ferma troppo a lungo potesse permettere alla paura di raggiungermi di nuovo. Mi laureai e andai a vivere da sola nella mia città, Palermo. Poi, arrivò l’amore.

Quando mi innamorai della donna con la quale avrei trascorso sette anni della mia vita, quella fretta mi sembrò finalmente felicità. Una casa insieme, amicizie diventate famiglia, abitudini costruite piano, un cane che suppliva al mio desiderio di maternità. Persino le discussioni sul futuro mi rassicuravano. Mi piaceva l’idea di costruire qualcosa di stabile dopo un periodo in cui tutto mi era sembrato precario. Allora mi sembrava che la coppia potesse compensare tutto.

Senza accorgermene, avevo iniziato a misurare il valore della mia vita soprattutto all’interno di quel “noi”. Persino le mie ambizioni, il mio lavoro, le mie paure rimanevano sullo sfondo. Passavamo moltissimo tempo insieme, ma c’erano parti di me che sembravano non trovare spazio. Pensai che fosse un problema mio. Cercavo di essere più comprensiva, più disponibile, più capace di adattarmi. Credevo che amare significasse soprattutto questo. Ma naturalmente non funziona così.

Quando la relazione finì, il dolore arrivò meno spettacolare di quanto immaginassi. Piuttosto, fu un lento restringersi delle giornate. La separazione non assomigliava, di certo, al tumore, ma aveva qualcosa in comune con la malattia: restringeva il mondo. Smisi di mangiare. Persi molto peso. Le giornate diventarono indistinguibili. E poi capii che ci sono dolori che non fanno rumore ma modificano il modo in cui abitiamo il nostro corpo. Ti siedi male, dormi male, attraversi luoghi e persone senza neppure soffermarti.

Una mattina mi vidi riflessa tra le porte della metropolitana e pensai che avevo la stessa espressione di otto anni fa, durante la chemio: non triste, ma assente. Per anni avevo pensato di dovere essere abbastanza all’altezza della vita che mi era rimasta da vivere. La fine di un amore, come la malattia, era arrivata senza chiedere permesso. E stavolta capii che dovevo imparare qualcosa di meno eroico del combattere un tumore: e cioè che alcune ferite chiedono di essere abitate, non risolte.

Non cercai di stare subito meglio. Provai a preparare una cena. A mangiarla. A tornare in luoghi che non sentivo più gli stessi. A riconoscere quel corpo che per anni avevo considerato malato, poi guarito, desiderato, ferito e poi di nuovo trascurato. Il dolore non era passato, ma aveva smesso di essere qualcosa da correggere diventando semplicemente parte del paesaggio. In mezzo a nuove amicizie, a una nuova cucina, ai miei progetti. Avevo imparato a ritrovare una casa: il mio corpo.

Un pomeriggio un’amica mi disse: «Brava, non perdi la creatività». Sorrisi senza pensarci troppo. Poi ho capito che aveva ragione. Creatività non è soltanto scrivere, abbinare un bell’abito o cucinare un risotto. A volte è trovare una forma nuova alla propria vita quando quella precedente si è rotta. Anche se all’inizio quella forma assomiglia solo a una cena improvvisata in una cucina che non senti ancora tua. E alla fine smetti di cercare i bicchieri nel pensile sbagliato.

Non ricordo un giorno particolare in cui finalmente qualcosa è cambiato. So che a un certo punto ho semplicemente ricominciato a fare le cose. A comprare ingredienti che mi piacevano. A guardarmi allo specchio con un bel vestito addosso. A invitare qualcuno a cena. A fare progetti di vacanza per me e il mio cane. Ho anche cucinato un risotto due giorni fa: è venuto buono. Per la prima volta da mesi, anche io mi sentivo così. Il suo sapore mi ha fatto accorgere che la mia vita non era più in attesa di ricominciare. Era già ricominciata.

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