Che senso ha rubare qualcosa che non si può rivendere?

Le opere di Antonello da Messina scomparse a Ferragosto hanno un enorme valore ma è pressoché impossibile guadagnarci dei soldi

La tavoletta bifronte rubata, risalente alla fine del 1460, sulla quale sono dipinti su un lato la Madonna con bambino e sull’altro un ritratto di Cristo. (Museo Mume Messina/ANSA)
La tavoletta bifronte rubata, risalente alla fine del 1460, sulla quale sono dipinti su un lato la Madonna con bambino e sull’altro un ritratto di Cristo. (Museo Mume Messina/ANSA)
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Le opere di Antonello da Messina che la sera di Ferragosto sono state rubate dal MuMe, il Museo regionale interdisciplinare “Accascina” di Messina, hanno un valore stimato complessivo di milioni di euro ma sono di fatto impossibili da rivendere, anche nel cosiddetto “mercato nero” dell’arte.

Essendo opere così riconoscibili attirerebbero infatti troppe attenzioni e in generale il mercato nero delle opere d’arte è solitamente poco interessato a opere così costose e che potrebbero essere intercettate da agenti sotto copertura: in questi circuiti è più probabile che vengano vendute opere meno conosciute e di minor valore, con controlli meno rigidi anche da parte degli acquirenti.

Sabato sera i quattro ladri che si sono introdotti al MuMe hanno provato a rubare le cinque tavole che compongono il Polittico di San Gregorio (o Polittico del Rosario, del 1473), ma sono riusciti a portarne via solo tre e hanno abbandonato le altre due appena fuori dal museo. Anche per questo, ma non solo, stabilire quanto valgano le tavole è difficile. Un riferimento utile per capire di che cifre parliamo può però essere l’acquisto fatto a gennaio del 2026 dal governo italiano di un Ecce Homo di Antonello da Messina per 12 milioni di euro.

Oltre alle tavole, i ladri hanno portato via una tavoletta bifronte risalente alla fine del 1460, sulla quale erano dipinti su un lato la Madonna con bambino e sull’altro un ritratto di Cristo. La tavoletta era stata acquistata dalla Regione Siciliana nel 2003. Il critico d’arte ed ex sottosegretario alla Cultura Vittorio Sgarbi ha raccontato al Corriere della Sera che «veniva da una collezione privata berlinese e venne battuta alla modica cifra di 257.188,75 sterline inglesi (361.857,42 euro)». Fabio Granata, assessore regionale ai Beni Culturali della Sicilia ai tempi dell’acquisto, ha detto che secondo lui la tavoletta oggi vale «almeno decine di milioni di euro».

Tra le ragioni che potrebbero aver spinto qualcuno a commissionare il furto di Ferragosto, secondo gli esperti che hanno commentato la notizia in questi giorni, ce ne sono principalmente due. La prima ipotesi è che le opere ora siano in possesso della criminalità organizzata, che non punterebbe a rivenderle ma a sfruttare il loro grande valore come garanzia di pagamento, per esempio in grossi scambi di sostanze stupefacenti o armi. Organizzazioni come la camorra hanno sempre investito soldi in opere d’arte, anche per semplice esibizione di ricchezza.

Come ha spiegato a Repubblica Lynda Albertson, direttrice dell’Association for Research into Crimes against Art, «è il loro potere negoziale che conta, basta averle, pure nascoste».

La seconda possibilità è che il furto sia motivato dal desiderio di un collezionista privato di possedere l’opera – anche tenendola nascosta e correndo molti rischi – indipendentemente dalla possibilità di rivenderla.

Sul senso di rubare opere riconoscibili e di grande valore si era discusso molto anche lo scorso ottobre, quando erano stati rubati otto gioielli preziosissimi dal Louvre di Parigi. In quel caso una possibilità che era stata citata è che i gioielli venissero smembrati e pietre e materiali preziosi di cui erano composti venissero rivenduti singolarmente. Per esempio la tiara dell’imperatrice Eugenia era adornata da 2mila diamanti. Non è tuttavia un’eventualità considerata nel caso delle opere rubate a Messina, il cui valore è interamente dato dalla composizione artistica e dall’importanza storica del loro autore.