Quest’estate si vedono più balenottere e capodogli in Liguria
Nel Santuario Pelagos vivono insieme a delfini, zifi e altre specie, accomunate da un problema: le navi
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Da maggio i ricercatori dell’Istituto Tethys hanno registrato più di 150 avvistamenti di cetacei, come balene e delfini, nel mar Ligure. «Un numero molto alto se lo confrontiamo con gli anni passati» dice Simone Panigada, presidente dell’Istituto. Quest’anno i piccoli crostacei di cui si nutrono molti cetacei sono più del solito, e sono stati di più anche i giorni di mare calmo, che hanno permesso più uscite in mare e quindi più incontri.
Li hanno avvistati nel Santuario Pelagos, l’area marina protetta che Italia, Francia e Principato di Monaco hanno istituito nelle acque tra la Liguria, la Provenza, la Corsica e il nord della Sardegna. La più grande del Mediterraneo, che si estende su una superficie che è circa due volte la Svizzera.
La maggior parte del Mediterraneo offre poche delle sostanze nutrienti da cui dipende la vita marina — gli scienziati parlano di oligotrofia — e per questo ospita meno vita degli oceani. Davanti alla costa ligure, però, il fondale è attraversato da canyon sottomarini, valli strette e ripide scavate nella roccia, dove si sviluppano correnti che spingono verso l’alto le acque fredde e ricche di sali minerali che stanno in profondità.

La mappa del Santuario Pelagos (Tethys).
Quei sali nutrono il plancton, l’insieme delle alghe e dei minuscoli organismi che stanno alla base della catena alimentare del mare. E dove c’è plancton prolifera il krill: piccoli crostacei simili a gamberetti, lunghi pochi centimetri, che vivono in banchi di milioni di individui.
E proprio di krill si nutre uno dei cetacei che si incontrano nel Santuario, la balenottera comune. Lunga fino a venti metri e pesante intorno alle settanta tonnellate, è il secondo animale più grande del pianeta dopo la balenottera azzurra.

Una balenottera comune accanto alla barca da cui l’Istituto Tethys conduce le ricerche. L’animale è lungo quanto l’imbarcazione. (E. Lodigiani/Tethys)
Una mattina, al largo della Corsica, i ricercatori hanno incontrato una femmina di capodoglio con il piccolo. «Un piccolo veramente piccolo, che sembrava nato da poche settimane», racconta Panigada. «Non nuotava ancora bene e usciva spesso con la testa dall’acqua, perché stava imparando». La sera di quella stessa giornata i ricercatori hanno visto anche «una decina di giovani capodogli in superficie durante il tramonto: un avvistamento meraviglioso».
Il capodoglio è il più grande predatore dotato di denti al mondo. Si immerge per centinaia di metri a caccia di calamari, restando sott’acqua anche per più di un’ora. Dopo queste lunghe immersioni resta fermo a galla per molti minuti, per respirare e recuperare le forze, e in quella posizione non riesce a spostarsi in fretta. Come ha spiegato Panigada: «fermo in superficie, corre un rischio molto più alto di essere colpito da una nave».

Il capodoglio “Freddy”: la profonda intaccatura sul dorso è il segno di una collisione con una nave. (M. Gabualdi/Tethys)
Tra le altre specie viste quest’anno ci sono: lo zifio di Cuvier, un cetaceo che caccia nei canyon ed è difficile da osservare; il grampo, un delfino grigio dalla testa arrotondata; il tursiope, la specie di delfino che si vede più spesso nei delfinari; e la stenella striata, capace di salti spettacolari fuori dall’acqua.

Una stenella striata, la specie di delfino più diffusa del Mediterraneo e quella che i ricercatori incontrano più spesso. (A. Fornaroli/Tethys)
Molti avvistamenti, però, non significano necessariamente che ci siano molti cetacei: conta anche quanto è stato facile vederli, perché si cercano ancora a occhio nudo, con un osservatore che controlla l’orizzonte in cerca di uno spruzzo, un soffio o un riflesso. «Le stime vanno sempre prese un po’ con le dovute cautele, in quanto le balene si muovono molto e molto dipende dalla dimensione dell’area in cui si effettua il monitoraggio», spiega Panigada.
Per ricostruire le vere tendenze di una popolazione servono censimenti su scala molto più ampia, come quelli coordinati da ACCOBAMS, l’accordo internazionale per la conservazione dei cetacei del Mediterraneo e del mar Nero. E dal 2021 la popolazione mediterranea di balenottera comune è classificata “in pericolo” nella Lista Rossa dell’IUCN, l’organizzazione internazionale che valuta il rischio di estinzione delle specie.

Due grampi con un piccolo. Sono delfini grigi dalla testa arrotondata, e la pelle degli adulti è coperta di graffi chiari che si accumulano negli anni. (E. Isselée)
Nelle stesse acque del Santuario passano ogni anno circa 220.000 navi mercantili, oltre ai traghetti che collegano le isole, e le loro rotte attraversano proprio le zone dove si concentrano i cetacei. Le collisioni sono la prima causa di morte non naturale per balenottere e capodogli, secondo l’IMO, l’agenzia delle Nazioni Unite che regola il traffico marittimo. Dal 2023 raccomanda alle navi di rallentare nelle zone in cui si avvistano i cetacei, ma non c’è alcun obbligo e quasi nessuno lo fa.
Nel Santuario, secondo il WWF, il rischio di collisione è oltre tre volte più alto che nel resto del Mediterraneo, e ogni anno ne muoiono fino a quaranta balenottere.
Nel 2023 l’IMO ha istituito, su proposta di Italia, Francia, Monaco e Spagna, una “area marina particolarmente sensibile” nel Mediterraneo nord-occidentale, raccomandando alle navi sopra le 300 tonnellate di rallentare a 10-13 nodi (circa 20 chilometri orari) nelle aree dove si avvistano i cetacei. Un’analisi condotta da OceanCare e Quiet-Oceans e presentata ad ACCOBAMS ha rilevato che nel 2023 e nel 2024 le navi mercantili hanno percorso in quel tratto di mare più dell’80% delle distanze a oltre 10 nodi; i traghetti, oltre il 90%. «Più le navi vanno veloci, più hanno probabilità di urtare una balena, e l’urto ha più probabilità di essere fatale», spiega Panigada.
Rallentare, peraltro, avrebbe altri vantaggi: meno collisioni, meno rumore subacqueo — si stima che ridurre la velocità del 10% tagli di circa il 40% l’energia sonora emessa — e un risparmio di carburante per le compagnie. Per questo i ricercatori di Tethys, come diverse organizzazioni ambientaliste, chiedono di rendere obbligatorio il limite. Gli interessi economici in gioco però sono grandi: il Mediterraneo concentra circa il 15% del traffico marittimo globale, e il solo trasporto genera un valore aggiunto lordo stimato in 27 miliardi di euro l’anno.

Due tursiopi davanti alla costa ligure: è la specie che si tiene più vicina alla riva, e quest’anno è stata vista spesso con i piccoli. (M. Gabualdi/Tethys)
Un obbligo di velocità potrebbero imporlo solo gli Stati, su pressione dell’opinione pubblica. Anche il Santuario è nato così. Alla fine degli anni Ottanta il problema erano le cosiddette spadare, reti lunghe chilometri lasciate alla deriva per pescare il pesce spada, in cui restavano impigliati e morivano anche i cetacei. «Durante l’estate, centinaia di barche del Sud Italia convergevano sul Santuario con le loro reti pelagiche derivanti, e facevano una strage», ricorda Giuseppe Notarbartolo di Sciara, biologo marino, tra i promotori storici del Santuario.
Contro le spadare si mobilitarono scienziati, università, amministratori locali e associazioni come SOS Grand Bleu. «Fu una massiccia campagna mediatica, il cui principale catalizzatore fu Greenpeace», racconta Notarbartolo di Sciara. Portarono al ministero dell’Agricoltura 600.000 firme. «C’ero anch’io quando abbiamo consegnato quei pacchi di firme», racconta Notarbartolo di Sciara.
Fu da quella mobilitazione che nacque l’idea del Santuario, che all’inizio sembrava irrealizzabile: buona parte dell’habitat dei cetacei si trovava in acque internazionali, oltre le 12 miglia (circa 22 chilometri) dalla costa, dove nessuno Stato può far rispettare le proprie leggi. L’accordo invece si fece: fu firmato nel 1999 ed entrò in vigore nel 2002.

Una femmina di zifio di Cuvier con il suo piccolo. Questa specie caccia nelle profondità dei canyon sottomarini ed è difficile da osservare in superficie. (M. Gabualdi/Tethys)
Più recentemente, nel giugno del 2025, durante la Conferenza delle Nazioni Unite sull’oceano a Nizza, è stato presentato il Consorzio Pelagos: riunisce tredici organizzazioni tra enti di ricerca, ONG e aree protette dei tre paesi, ed è coordinato dall’Istituto Tethys. Durerà quattro anni ed è finanziato con più di 1,5 milioni di euro da una coalizione di fondazioni filantropiche; i suoi obiettivi dichiarati sono ridurre le collisioni, limitare il rumore subacqueo, promuovere zone ad alta protezione e rafforzare la cooperazione tra i tre paesi.
«Quello che ci interessa è che siano le balene e i capodogli ad accorgersi che è cambiato qualcosa», dice Notarbartolo di Sciara.

Quattro balenottere comuni intorno alla barca dei ricercatori. Quando restano in superficie sono più esposte al rischio di essere colpite da una nave. (E. Lodigiani/Tethys)



