Anche in montagna si fa la fila
I luoghi più famosi delle Alpi sono sempre più gettonati e quindi sempre più invivibili
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Qualche giorno fa in un post su Instagram lo statunitense Alex Honnold, il più famoso arrampicatore in attività, ha raccontato di essere arrivato sulle Dolomiti per scalare la più alta delle famose Tre Cime di Lavaredo. Ma c’erano troppi turisti e lui non sapeva che ci fosse un sistema di prenotazione dei parcheggi, quindi ha dovuto scegliere una scalata alternativa.
File, affollamenti, resse, attese sono diventate la norma per le decine di migliaia di visitatori, sia stranieri che italiani, che visitano le Dolomiti e le altre località montane più famose e gettonate delle Alpi. Nelle ultime settimane ad attendere le navette per il rifugio Auronzo, da cui parte il percorso che porta alle Tre Cime di Lavaredo, le code hanno superato le 300 persone.
Da qualche anno infatti anche le persone meno abituate a frequentare le Alpi stanno cominciando a sceglierle per una gita domenicale o persino per tutte le proprie vacanze estive. La montagna, il trekking e in generale tutte le attività all’aria aperta hanno guadagnato popolarità dopo la pandemia da Covid-19, e questa tendenza è stata acuita dalle temperature sempre più estreme delle località di mare o delle città d’arte durante l’estate, che spingono sempre più persone a scegliere il luogo delle proprie ferie in base al fresco che fa.
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La fila si forma spesso anche nei punti più panoramici del percorso per arrivare alle Tre Cime, dove i visitatori si mettono in coda per scattare una foto.
Secondo una ricerca sul turismo di Demoskopika, nel 2025 per il secondo anno consecutivo l’Alto Adige è stato ai primi posti delle destinazioni più esposte al sovraffollamento turistico insieme a Rimini e Venezia. Anche dati più recenti confermano che le montagne del Nord Italia sono una destinazione sempre più ricercata anche dai turisti stranieri: secondo il centro studi di Confartigianato Imprese Veneto negli ultimi due anni i turisti stranieri in quelle zone sono aumentati di più del 40 per cento.
Alle Tre Cime di Lavaredo nel 2025 ci sono stati 250mila visitatori, e nei primi cinque mesi del 2026 si è registrato un incremento del 37% delle prenotazioni nelle strutture ricettive come hotel e rifugi. Altri luoghi naturali particolarmente frequentati sono il lago di Sorapis, dove arrivano a esserci anche 3mila visitatori al giorno, il passo Giau sul Colle Santa Lucia e soprattutto il lago di Braies, una delle prime destinazioni montane ad aver introdotto nel 2023 un sistema di prenotazione dei parcheggi per gestire l’enorme afflusso di turisti.
L’anno scorso si era già discusso parecchio del rischio del sovraturismo montano quando erano state pubblicate alcune foto della lunghissima fila per salire sulla funivia del Seceda, monte che fa parte delle Dolomiti e che si trova in val Gardena, in Alto Adige. Quest’anno gli ingressi sono stati contingentati ed è stato aumentato di più di 20 euro il biglietto della funivia.
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Il lago di Braies, in provincia di Bolzano, è un esempio che spiega molto bene come la spinta più grossa alle gite montane sia spiegabile in larga parte con il cosiddetto Instagram effect: alcuni luoghi montani sono diventati mete sempre più famose e desiderate perché molto presenti sui social. A questo si aggiunge che sempre più persone organizzano le proprie gite e vacanze estive con strumenti che sfruttano l’intelligenza artificiale, come ChatGPT, e questo contribuisce a indirizzare i flussi turistici verso poche e ripetitive destinazioni, e a ignorare mete altrettanto belle e vicine a quelle iper-frequentate.
Per l’esperienza di molte persone che sono abituate a frequentare le Alpi e le conoscono di più, le valli italiane continuano a essere piene di posti in cui non c’è praticamente nessuno, nemmeno in alta stagione e nemmeno nel weekend, semplicemente perché la gente non li conosce o non ha interesse a visitare luoghi che non sono quelli di cui si parla sui social.
Spesso però le strade che conducono a questi posti sono le stesse su cui si spostano le masse di turisti che raggiungono i luoghi virali: il traffico al rientro, insomma, coinvolge tutti. Anche e soprattutto le persone che nelle valli alpine ci vivono. Per i residenti, l’impatto del sovraturismo sta diventando sempre più grave, combinato alla progressiva riduzione dei servizi dovuti allo spopolamento. Di recente alcuni genitori della Val Camonica hanno segnalato come, dopo la chiusura degli ambulatori pediatrici a Edolo e Ponte di Legno, per far visitare un bambino ora è necessario fare 40 km, che nei weekend estivi richiedono quasi un’ora di viaggio.
L’Instagram effect, che si può applicare a qualsiasi località turistica, anche quelle non montane, è una questione di cui si parla da molti anni e che ha toccato con particolare preoccupazione degli escursionisti che hanno sempre amato andare in montagna e ne conoscono bene le regole e i comportamenti da tenere per rispettarne i luoghi e per viverla in sicurezza.
Andrea Lacedelli, vicepresidente Regole d’Ampezzo, un’istituzione collettiva storica che gestisce una grande parte del territorio di Cortina d’Ampezzo, ha raccontato a RaiNews che alcuni turisti «fanno i maleducati, fanno il campeggio quando non si potrebbe, o fanno dei fuochi dove non si possono accendere».
L’ipotesi principale per l’origine del grande incendio che è bruciato negli scorsi giorni sul Moregallo, una montagna vicino a Lecco, è proprio un falò sfuggito di mano. «Giovani e meno giovani che sviluppano contenuti sulle varie piattaforme dovrebbero cominciare a ragionare meno sulla visibilità e un po’ di più sulle conseguenze che alcuni reel o post possono generare», ha detto il sindaco di Mandello del Lario Riccardo Fasoli.
La Regione Veneto, la provincia di Belluno e il Comune di Cortina hanno deciso collettivamente di far appostare nei tratti sopra i 1.500 metri di quota alcuni agenti della polizia provinciale per informare i turisti impreparati e ammonirli per i comportamenti pericolosi come camminare con i sandali in tratti scoscesi della montagna.
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Il discorso si fa ancora più complesso per i turisti che si fermano nei rifugi per la notte: secondo uno studio condotto dal professore di gestione ambientale e del turismo Riccardo Beltramo basato sulle interviste a 226 rifugi italiani, l’ambiente del rifugio sta cambiando con la popolarità delle montagne e in un certo senso sta perdendo la sua funzione iniziale.
Beltramo spiega che, soprattutto nei rifugi facilmente raggiungibili, i turisti «confondono il rifugio con un ristorante o con l’hotel», e alcuni visitatori si aspettano un servizio simile a quello di una struttura ricettiva di quel tipo. Questo significa che alcuni rifugi si adattano per quanto possibile alle richieste dei turisti e modificano il proprio modo di lavorare, per esempio aumentando il numero di viaggi in elicottero per il trasporto di cibo o ampliando la disponibilità di letti, quando è possibile.
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