Come reagivano le civiltà antiche alle eclissi

Prima che diventassero spiegabili e affascinanti c'era chi provava a riaccendere il Sole scagliando frecce infuocate

Un’illustrazione mostra un gruppo di persone allarmate che reagiscono a un'eclissi
Un’illustrazione del 1723 dell’incisore francese Bernard Picart, sui rituali di alcune civiltà precolombiane durante le eclissi (The Print Collector/Getty Images)
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A un certo punto del film del 2006 Apocalypto, ambientato all’epoca del declino della civiltà Maya, il giovane protagonista della storia riesce a salvarsi da un sacrificio umano grazie a un’eclissi solare, che stupisce i sacerdoti sanguinari intorno a lui e li induce a ripensarci. Nonostante la scarsa accuratezza storica del film, è una scena che mostra bene la reazione di smarrimento e di panico che si presume potessero avere di fronte alle eclissi solari civiltà del passato con conoscenze scientifiche limitate rispetto a quelle attuali.

Per le tante popolazioni abituate a venerarlo come una divinità, è abbastanza comprensibile che un oscuramento improvviso e anomalo del Sole potesse essere associato a presagi di eventi funesti. Ma le eclissi, per quanto infrequenti, sono un fenomeno noto e studiato praticamente da sempre, e di cui già in antichità esistevano diverse attestazioni nella cultura popolare. Una delle più antiche, secondo alcuni studiosi, è contenuta nel decimo libro dell’Odissea, quando a Itaca il veggente Teoclimeno dice ai Proci, profetizzando la loro fine: «il sole è scomparso dal cielo, è scesa una nebbia funesta».

Considerando l’intera storia dell’umanità, solo in tempi relativamente recenti le eclissi sono diventate un fenomeno spiegabile per gran parte della popolazione e un argomento di grande fascino. Per lungo tempo, in mancanza di una spiegazione condivisa, diverse culture le interpretarono come un evento preoccupante e spaventoso, sebbene temporaneo: perché la prosperità di ogni civiltà, oltre che la vita stessa per come la conosciamo, dipende dalla ciclica e regolare alternanza tra il buio della notte e la luce del giorno.

Due filosofi osservano un’eclissi

Due filosofi osservano un’eclissi, in un’illustrazione del Seicento del pittore e incisore francese Pierre Brébiette (Heritage Art/Heritage Images via Getty Images)

Un’idea comune a molte culture del passato è che durante le eclissi il Sole venisse divorato da qualche essere mostruoso: un drago, nei racconti dell’antica Cina, che sono tra le attestazioni di eclissi più antiche al mondo. Altre tradizioni immaginavano che l’“aggressore” fosse un demone, un animale feroce o un serpente, e compivano rituali vari per scacciarlo, chiunque fosse, e per ripristinare la condizione di normalità. Il fatto che il Sole ricomparisse ogni volta, naturalmente, rafforzava il valore attribuito dalla popolazione a quei rituali.

Di molte tradizioni legate alle eclissi scrisse, tra gli altri, l’antropologo e storico delle religioni scozzese James George Frazer, nel libro del 1890 Il ramo d’oro. Gli ojibwe, una popolazione di nativi abitanti di una vasta regione del Nord America, scagliavano delle frecce infuocate verso il cielo per riaccendere il Sole. Alcune popolazioni precolombiane della regione peruviana dell’Ucayali, in Amazzonia, scagliavano frecce ma verso l’animale contro cui il Sole stava combattendo.

I Maya, che chiamavano le eclissi letteralmente “sole mangiato” (chi’bal k’iin), suonavano tamburi e producevano altri suoni fragorosi per scacciare Kukulkán, il dio serpente che pensavano stesse inghiottendo il Sole. Gli Aztechi, che davano la stessa colpa al dio giaguaro Tepeyollotl, urlavano ed eseguivano rituali per placare il dio famelico e “rianimare” quello ferito: anche sacrifici umani, secondo alcune fonti.

Nella mitologia induista a oscurare il Sole era la testa di Rahu, un demone interessato a bere l’elisir dell’immortalità. Travestito da donna a un banchetto con gli dei, era stato scoperto dal dio Visnù, che per punizione lo aveva decapitato. Secondo alcune versioni, Rahu era riuscito a bere un sorso dell’elisir poco prima di essere decapitato, e il sorso non aveva quindi potuto raggiungere il resto del corpo. Da allora la sua testa immortale era impegnata in un ciclico e perenne inseguimento del Sole, che a volte veniva raggiunto e inghiottito, per poi subito ricomparire dalla gola recisa di Rahu.

Una scultura in terracotta raffigurante Rahu

Una scultura in terracotta raffigurante Rahu, risalente al periodo compreso tra il 500 e il 550 d.C. e originaria dell’Uttar Pradesh, in India (Heritage Art/Heritage Images/Getty Images)

Per quanto ingenue possano sembrare nel 2026, molte antiche credenze e tradizioni legate alle eclissi non dovrebbero stupire. Bisogna tenere a mente che l’acquisizione di conoscenze scientifiche da parte degli eruditi e la diffusione di quel sapere in tutti gli strati della popolazione sono processi storici distinti. Il filosofo dell’antica Grecia Anassagora, per esempio, è citato come uno dei primi studiosi ad avere proposto una spiegazione naturale e non mitologica, formalmente corretta, delle eclissi. Ma questo non significa che la sua ipotesi fosse accettata dalla popolazione, o anche soltanto nota.

Prima ancora di Anassagora, intorno all’VIII secolo a.C., gli astronomi-sacerdoti babilonesi avevano persino messo a punto un metodo incredibilmente accurato per prevedere le eclissi solari e lunari. Avevano scoperto che si ripetevano con caratteristiche simili ogni 18 anni e 11 giorni circa, un ciclo chiamato Saros. Eppure questa conoscenza, fondamentale per i babilonesi e per altre civiltà successive, era emersa prima ancora che esistesse una spiegazione del meccanismo fisico delle eclissi.

Non solo: quel sapere scientifico era coesistito per secoli con la diffusa credenza che le eclissi preannunciassero la morte imminente del re. Riuscire a prevederle era un’esigenza, perché significava potere escogitare delle contromisure: prima delle eclissi, per evitare che la sfortuna lo colpisse, il re veniva sostituito temporaneamente da un re finto, pronto a morire al suo posto.

Anche dopo la scoperta dei babilonesi e dopo l’intuizione di Anassagora, la comprensione scientifica del fenomeno delle eclissi circolò per secoli soltanto tra élite composte perlopiù da filosofi, astronomi e sacerdoti. La maggior parte della popolazione, anche quella colta, continuò a interpretarle come presagi, segni divini o comunque perturbazioni dell’ordine naturale o morale delle cose. E questo spiega perché molte superstizioni sulle eclissi sopravvissero fino al Medioevo e oltre, prima che la stampa, l’alfabetizzazione e la scolarizzazione di massa rendessero spiegabile questo fenomeno per porzioni sempre più estese della popolazione.