Perché Conte è stato ascoltato dalla Commissione d’inchiesta sul Covid
L'audizione dell'ex presidente del Consiglio era molto attesa, tra varie polemiche per come sono stati gestiti i lavori
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Giovedì il leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte è stato ascoltato dalla Commissione bicamerale d’inchiesta sul Covid, che ha il compito di indagare su come vennero gestiti gli anni più gravi dell’emergenza pandemica. L’audizione di Conte era molto attesa perché da presidente del Consiglio si occupò delle prime fasi più critiche: fino a pochi giorni fa faceva anche parte della Commissione.
Conte è stato sentito due anni dopo l’istituzione della Commissione. Ha esordito dicendo che era stata concepita come «plotone d’esecuzione» nei suoi confronti e ha sostanzialmente difeso le scelte del suo governo, dalle zone rosse all’obbligo vaccinale. Ha poi accusato la presidente del Consiglio Giorgia Meloni di essere la “regista” delle contestazioni della sua gestione dell’emergenza. Meloni ha replicato in serata con un post sui suoi profili social in cui ha detto che ricostruire le scelte fatte all’epoca non equivale a fare un «processo a una persona» e ha negato ogni attacco politico contro Conte.
La Commissione d’inchiesta sul Covid era stata istituita nel 2024 per valutare l’efficacia delle misure adottate dal governo Conte II per contrastare l’emergenza, con l’idea di capire cosa aveva funzionato e cosa no, anche nell’ottica di fronteggiare meglio un’eventuale situazione analoga in futuro. Tra le altre cose la commissione ha il compito di verificare le spese e gli appalti per i dispositivi di protezione individuale acquistati e di ricostruire il ruolo degli organi scientifici coinvolti. L’avevano voluta il governo Meloni, i partiti di maggioranza e Italia Viva di Matteo Renzi. I partiti d’opposizione avevano votato contro.
Ne fanno parte 15 senatori e 15 deputati nominati in proporzione al numero dei componenti di tutti i gruppi parlamentari. Il partito più rappresentato è Fratelli d’Italia, di cui fa parte anche il presidente della Commissione, il senatore Marco Lisei. Come le altre commissioni d’inchiesta, anche questa indaga con gli stessi poteri e le stesse limitazioni dell’autorità giudiziaria. Ha la facoltà di convocare e «audire» (cioè ascoltare e interrogare) membri delle istituzioni in carica o decaduti, persone informate sui fatti, studiosi e in generale chiunque possa contribuire ad approfondire la conoscenza di un argomento. Al termine della legislatura dovrà pubblicare una relazione in cui si riassumono i lavori svolti e le ricerche fatte.
In questo caso sono stati sentiti, tra gli altri, alcuni rappresentanti dell’Istituto superiore di sanità, dei farmacisti, l’allora capo della Protezione civile Angelo Borrelli e l’ex commissario straordinario per l’emergenza Covid Domenico Arcuri. Ma anche personaggi assai diversi tra loro come il premio Nobel per la Fisica Giorgio Parisi e come Eugenio Serravalle, medico scettico sui vaccini.
Nei mesi scorsi l’attività della Commissione d’inchiesta sul Covid si è concentrata su vari filoni, tra cui l’approvvigionamento di mascherine e di altri dispositivi di protezione, il piano pandemico e i criteri per l’istituzione delle varie zone in cui era suddiviso il paese durante la seconda ondata.
C’è stato anche un filone d’indagine dedicato all’approfondimento sui possibili effetti avversi del vaccino contro il Covid. Ylenia Zambito, senatrice del Partito Democratico, componente della Commissione e docente universitaria di chimica, dice che in quella fase è successo «di tutto». Dice che sono stati sentiti esponenti di associazioni no vax, sono stati condivisi complottismi vari, e in generale sono stati molto criticati i vaccini nonostante le evidenze scientifiche.
In generale, secondo Zambito il lavoro della Commissione è stato impostato dai partiti di maggioranza per attaccare chiunque abbia avuto un ruolo nella gestione della pandemia, invece di capire davvero cosa non abbia funzionato.

L’audizione di Conte alla Commissione d’inchiesta, 6 agosto 2026 (Roberto Monaldo/LaPresse)
Conte è stato sentito solo dopo decine di audizioni, e dopo una serie di rinvii che hanno suscitato molte polemiche. Quando è stato convocato a inizio agosto si è dimesso dalla Commissione, di cui faceva parte, per «evitare ogni possibile situazione di incompatibilità». Nella lettera di dimissioni ha scritto che aveva già dato la disponibilità a essere sentito nell’ottobre del 2024, poi il 27 giugno 2026 e infine il 6 luglio 2026. Il Movimento 5 Stelle ha accusato la destra di non avere convocato Conte finora intenzionalmente, e di aver usato due anni di attività della Commissione per screditarlo. Fratelli d’Italia ha risposto dicendo che era Conte a scappare dalla Commissione.
Conte ha rivendicato le scelte del suo governo, insistendo più volte sulle difficoltà di dover fronteggiare una situazione senza precedenti. Tra le varie cose ha difeso l’istituzione dello stato di emergenza, definendolo necessario, e il ricorso frequente ai DPCM, i decreti del presidente del Consiglio molto usati in pandemia come provvedimenti urgenti per introdurre nuove regole in base all’evoluzione del contagio. Ha parlato poi della campagna vaccinale, attribuendo al successivo governo di Mario Draghi l’introduzione dell’obbligo, dicendo che lui era per «la libertà di scelta».
Ha infine respinto le accuse di essere filorusso per aver accettato l’aiuto della Russia nelle prime settimane della pandemia e anche quelle relative all’applicazione del piano pandemico nazionale del 2006, un documento che avrebbe dovuto dare indicazioni sulle misure di sicurezza da introdurre in caso di pandemia. Per quest’ultima questione e per la mancata istituzione della cosiddetta “zona rossa” nei comuni di Alzano Lombardo e Nembro a marzo del 2020 Conte era stato indagato insieme all’ex ministro della Salute Roberto Speranza, e poi il tribunale dei ministri aveva archiviato l’indagine.
Conte ha usato l’audizione anche per polemizzare con il governo, tirando fuori la vicenda di una società, la JC Electronics, il cui titolare è considerato vicino a Fratelli d’Italia. Durante la pandemia la JC Electronics si era aggiudicata una fornitura di 7,8 milioni di mascherine: non se n’era poi fatto niente e si era aperto un contenzioso legale. Nel 2024 il tribunale di Roma aveva condannato lo Stato a risarcire la JC Electronics con 204 milioni di euro; l’avvocatura dello Stato aveva fatto appello contro la sentenza ma nell’ottobre del 2025 il governo Meloni aveva dato alla società 100 milioni di euro per chiudere la causa, prima che la corte d’appello la esaminasse.
Conte ha detto di aver consegnato alla procura una lettera anonima che aveva ricevuto contenente un verbale del 2022 che, a suo dire, dimostrerebbe la non conformità delle mascherine, e quindi la giusta scelta della struttura commissariale di allora di annullare la commessa. Se le cose stanno così, dice Conte, la transazione da 100 milioni di euro accordata a JC Electronics sarebbe uno spreco di soldi pubblici. La cosa è rilevante anche perché il titolare dell’azienda, Dario Bianchi, negli ultimi mesi è stato tra i critici dell’operato del governo Conte durante la pandemia e i partiti di maggioranza avevano usato la vicenda della JC Electronics per polemizzare sulla gestione dell’emergenza.



