«Un musico fallito, un pio, un teorete, un Bertoncelli o un prete»
La storia del famoso bisticcio tra Francesco Guccini e uno dei più noti critici musicali italiani, diventato poi un'amicizia
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È piuttosto raro che un critico incida così tanto sull’oggetto delle sue analisi da finirci dentro. Ma capitò a Riccardo Bertoncelli, uno dei più conosciuti critici musicali italiani, la cui notorietà è in parte dovuta all’essere citato per nome nella canzone più famosa del cantautore italiano Francesco Guccini, morto giovedì a 86 anni. Un verso de “L’avvelenata”, la nota invettiva contro l’industria discografica che Guccini pubblicò nel 1976, dice: «Che cosa posso dirvi? Andate e fate, tanto ci sarà sempre, lo sapete, un musico fallito, un pio, un teorete, un Bertoncelli o un prete a sparare cazzate».
Per via di quell’intemerata, negli ultimi cinquant’anni Bertoncelli è diventato suo malgrado un frequente bersaglio polemico degli appassionati di Guccini, l’archetipo del critico musicale altezzoso, supponente e incline a voler insegnare agli altri come fare il loro mestiere. Il critico è finito insomma per essere considerato una specie di nemico giurato di Guccini, la sua nemesi.
In realtà le cose non stavano così, visto che tra i due non ci furono mai grandi contrasti. E lo stesso Bertoncelli ha riconosciuto che quella vicenda, grazie alla straordinaria popolarità di Guccini, fece molto bene alla sua carriera, dato che contribuì a far conoscere il suo nome a un pubblico molto più ampio.
I due si chiarirono già qualche giorno dopo l’uscita della canzone, e da allora rimasero buoni amici. Entrambi hanno raccontato la storia del loro piccolo e breve alterco moltissime volte, sempre con toni affettuosi e divertiti.
Guccini scrisse “L’avvelenata” per manifestare il suo senso di frustrazione nei confronti della stampa specializzata, che gli aveva cucito addosso un’immagine in cui non si riconosceva: e cioè quella del cantautore colto e impegnato politicamente, vicino ai movimenti studenteschi e animato da ambizioni letterarie enormi, spesso presentato come un poeta prestato alla musica.
Il diretto interessato provava una certa insofferenza per questa etichetta, e coglieva ogni occasione possibile per smentirla con una certa intransigenza. Quando i giornalisti gli chiedevano conto del valore poetico delle sue canzoni, tendeva spesso a ridimensionarsi, preferendo definirsi un semplice «cantastorie», e cercò di esprimere la stessa idea anche anche nell’“Avvelenata”: «Però non ho mai detto che a canzoni si fan rivoluzioni, si possa far poesia», dice uno dei versi più noti della canzone.
La schermaglia che ispirò il verso su Bertoncelli partì nel gennaio del 1975, quando la rivista musicale Gong commissionò al critico una recensione di Stanze di vita quotidiana, il sesto album di Guccini. Bertoncelli utilizzò toni severi e impietosi, liquidando il disco come un lavoro prolisso, sfinente e derivativo e descrivendo Guccini come un cantautore ormai stanco e privo di stimoli creativi, arrivando a suggerire che continuasse a scrivere canzoni soltanto per sbarcare il lunario. Qui uno dei passaggi più severi:
I suoi testi sono senza magia, nudi, freddi, con piccoli rami sfrondati dall’albero francese o dall’America anni Trenta-Cinquanta, che già sappiamo sino all’ebbrezza: noiosi, addirittura, e si perdoni la cattiveria di un uomo-ex ragazzo alle prese con gli stessi problemi di crescita del Francesco e con i medesimi sbalzi d’umore letterario che qui suggeriscono “Canzone della vita quotidiana” o “Canzone delle ragazze che se ne vanno” – magniloquenza dal cuore fragile, come già la “Canzone dei dodici mesi” su “Radici” insegnava a sufficienza.
Qualche giorno dopo la pubblicazione della recensione, Bertoncelli venne a sapere che durante un concerto Guccini aveva suonato un inedito in cui lo nominava. Inizialmente non diede troppo peso alla cosa, pensando che potesse trattarsi di un errore. Nei giorni successivi però lesse alcune interviste in cui il cantautore lo criticava con una certa veemenza: «Disse che non capivo nulla, che scrivevo ancora Amerika con la kappa, che ero un milanese che non capisce la provincia, a me che sono di Novara», raccontò Bertoncelli.
Quando si rese conto che l’acredine nei suoi confronti era reale, provò a metterci una pezza: trovò il suo numero nell’elenco telefonico, lo chiamò e gli chiese di vedersi per parlarne. Guccini accettò e lo invitò nella sua casa di Bologna, in via Paolo Fabbri 43.
Nonostante i contrasti, l’incontro fu molto sereno e tranquillo. «Parlammo di Bob Dylan, ma anche di Carl Barks e Paperino, di feuilleton d’inizio secolo, di Ginsberg, Kerouac e Gozzano», ricordò Bertoncelli. E ancora: «raccontò che “L’avvelenata” l’aveva scritta di getto, in treno, sull’onda di quella recensione che per lui era stata la classica goccia in un periodo in cui tutti lo tiravano per la manica e gli dicevano cosa fare e chi essere. “Guarda che non hai capito un cazzo”, mi disse, “l’idea che io possa far dischi per soddisfare la casa discografica è pura fantascienza”».
A un certo punto Guccini prese la chitarra e gli cantò “L’avvelenata” «in faccia, tutto d’un fiato», dicendogli che avrebbe eliminato ogni riferimento al suo nome. Bertoncelli però rifiutò. «Guai a te se levi il nome, lo minacciai, la canzone è nata così e così deve rimanere».
“L’avvelenata” fu inserita in Via Paolo Fabbri 43, probabilmente l’album più apprezzato di Guccini, uscito nel maggio del 1976, e diventò la canzone più famosa del disco. Dagli anni Duemila Guccini non eseguì più la canzone dal vivo, ritenendola uno sfogo estemporaneo. Bertoncelli ha detto più volte di essersi pentito di quella recensione, e di averla scritta anche per farsi notare in un momento in cui la sua carriera da critico era ancora agli inizi: «Col senno di poi viene facile dirlo, ma anche senza avrei dovuto meditare, distinguere, far la tara. Ma ero un piccolo ayatollah che amava usare scudiscio e scimitarra. Errori di gioventù».



