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  • Mercoledì 5 agosto 2026

Il principe del Liechtenstein contro il diritto all’aborto

Nel microstato è quasi sempre illegale: un'iniziativa popolare vorrebbe cambiare le cose, ma Luigi è contrario per via della sua fede cattolica

Il principe Luigi durante i funerali della regina Elisabetta II a Londra, nel 2022 (AP/John Sibley)
Il principe Luigi durante i funerali della regina Elisabetta II a Londra, nel 2022 (AP/John Sibley)
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A fine luglio in Liechtenstein, un microstato tra Austria e Svizzera, si è conclusa una raccolta firme per chiedere di legalizzare l’aborto, ora vietato in quasi tutti i casi. È un’iniziativa notevole, ma difficilmente riuscirà nel suo intento: il Liechtenstein è un paese in genere molto cattolico e conservatore, governato da un principe reggente che si è sempre opposto alla legalizzazione dell’aborto e ancora oggi rappresenta il principale ostacolo a qualsiasi cambiamento in materia.

Nel paese i medici che praticano un’interruzione volontaria di gravidanza sono puniti con il carcere, con pochissime eccezioni: se ci sono gravi rischi per la salute della donna; se la gravidanza è il risultato di una violenza sessuale; oppure se riguarda una ragazza rimasta incinta prima di aver compiuto 14 anni. La legge vieta anche di fare informazione sull’aborto: significa, tra le altre cose, che non ci sono comunicazioni pubbliche sui servizi disponibili all’estero, e che non esistono centri che possano dare assistenza o fare sensibilizzazione sul tema (anche se alcuni gruppi anonimi si sono comunque organizzati per dare informazioni online).

Si stima che più o meno 40 donne ogni anno dal Liechtenstein siano costrette ad andare all’estero per interrompere una gravidanza, spesso nelle vicine Austria e Svizzera, coprendo autonomamente tutti i costi. Il Liechtenstein è più piccolo della città di Milano e ha poco più di 40mila abitanti.

L’iniziativa chiede di legalizzare l’aborto fino alla dodicesima settimana di gravidanza (analogamente a quanto è previsto in Italia e in gran parte dei paesi europei), di rendere possibile fare informazione sul tema e di fare in modo che sia lo Stato a coprirne le spese. Il tema è molto divisivo, ma un sondaggio indica che la maggioranza degli abitanti è favorevole. Anche la raccolta firme è andata molto bene: hanno aderito 4.970 persone, circa un quarto di tutti gli elettori, che sono un po’ più di 21mila (il 35 per cento degli abitanti è straniero e non ha diritto di voto). Per trasmettere la richiesta al parlamento erano sufficienti mille firme.

Una vista di Vaduz, la capitale del Liecthenstein (foto di Himmel S su Unsplash)

Una vista di Vaduz, la capitale del Liechtenstein (foto di Himmel S su Unsplash)

Il governo del Liechtenstein è formato da due partiti conservatori, ma in generale legalizzare l’interruzione volontaria di gravidanza non è mai stata considerata una priorità. Dopo la raccolta firme il parlamento può decidere se approvare la richiesta e modificare la legge, oppure respingerla. Nel secondo caso però il governo deve organizzare un referendum popolare, che può confermare la modifica. Infine per entrare in vigore deve essere firmata dal principe, e come dicevamo questa sarebbe la parte più difficile.

Il Liechtenstein è una monarchia costituzionale parlamentare: ci sono un parlamento e un governo, ma il capo dello Stato è il principe. A differenza di altre monarchie in Europa il sovrano non ha solo un ruolo cerimoniale, ma ha funzioni e poteri importanti: per esempio può decidere di rimuovere il governo o singoli ministri, e ha il potere di mettere il veto alle iniziative di legge.

Dal 2004 i poteri del capo dello Stato sono esercitati dal principe reggente Luigi. Tecnicamente è “principe ereditario” ma di fatto il padre, Giovanni Adamo II (81 anni), gli ha delegato le proprie funzioni. La famiglia reale è molto legata alla Chiesa cattolica e la religione cattolica è riconosciuta dalla Costituzione come religione di Stato, quindi ha privilegi rispetto alle altre religioni. Luigi è un cattolico devoto e ha già detto che metterà il veto su qualsiasi tentativo di legalizzare l’aborto.

Nel 2011 anche un’altra iniziativa per legalizzare l’aborto era fallita. Il diritto di veto del principe è un tema di discussione: nel 2012 venne anche organizzato un referendum per limitare questo potere, ma la grande maggioranza delle persone (il 76 per cento) votò per mantenerlo così com’è.

Il principe Luigi insieme a papa Francesco in Vaticano, nel 2017 (AP/Alessandra Tarantino)

Il principe Luigi insieme a papa Francesco in Vaticano, nel 2017 (AP/Alessandra Tarantino)

Il Liechtenstein non è il solo microstato europeo dove l’interruzione di gravidanza è sostanzialmente vietata. Anche il principato di Monaco e Andorra hanno leggi severissime, e anche in questi casi il motivo è il legame storico tra i loro governi e la Chiesa cattolica.

Il principato di Monaco è governato da una monarchia molto legata al Vaticano: il cattolicesimo è riconosciuto come religione di Stato e l’aborto è permesso solo in alcuni casi molto specifici, come lo stupro, se ci sono rischi per la vita della madre o in caso di gravi malformazioni del feto. Andorra è un caso ancora più peculiare, dal momento che uno dei due capi di Stato è il vescovo di Urgell, in Spagna (l’altro è il presidente francese), e il suo consenso è necessario per approvare le leggi: lì l’aborto è considerato un crimine in ogni caso.