La cannabis fa davvero dormire meglio?

Molte persone che la assumono dicono che le aiuta a prendere sonno, ma gli studi suggeriscono che sia vero il contrario

(AP Photo/Jenny Kane)
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Tra le ragioni per cui le persone fumano abitualmente marijuana, rilassarsi prima di andare a dormire, prendere sonno più facilmente o dormire più profondamente sono tra le più comuni e citate. Secondo alcuni sondaggi, l’85 per cento di chi fa uso di cannabis a scopo terapeutico dice che aiuta a riposare meglio e circa il 9 per cento degli adulti statunitensi la assume come sonnifero.

Eppure quando i ricercatori hanno provato a quantificare in laboratorio gli effetti della cannabis sulla qualità del sonno, non hanno trovato miglioramenti significativi, anzi in alcuni casi hanno osservato un peggioramento. Nicole Bowles, che studia gli effetti della cannabis sul sonno alla Oregon Health and Science University di Portland, ha detto recentemente al Washington Post che «c’è uno scarto tra ciò che la gente sente che la cannabis sta facendo e ciò che misuriamo».

Il suo gruppo ha pubblicato quest’anno sul Journal of Sleep Research i risultati di un nuovo esperimento. Hanno partecipato diciotto persone, metà delle quali usava cannabis almeno tre volte a settimana e metà che non ne faceva uso da almeno un anno. Per circa due settimane i partecipanti hanno indossato un sensore da polso ed è stato chiesto loro di andare a letto circa alla stessa ora e di provare a dormire otto ore. Le persone che usavano cannabis hanno dormito in media ventisei minuti in meno a notte.

Hanno poi passato tre notti in laboratorio: una prima per ambientarsi, una in cui un’ora prima di dormire ricevevano una pillola senza principio attivo e una in cui ricevevano una pillola da 10 milligrammi di THC, cioè il composto della cannabis responsabile dei suoi effetti psicoattivi. Era una quantità significativamente più bassa di quella abitualmente contenuta in una canna. Nessuno dei due gruppi sapeva quale pillola aveva preso prima di quale notte, ma i ricercatori sì.

Per misurare il sonno hanno usato la polisonnografia, l’esame che si fa passando la notte in un laboratorio con degli elettrodi fissati sulla testa e sul viso, una fascia sul torace e un sensore sul dito. Vengono registrati molti parametri, come l’attività elettrica del cervello, i movimenti degli occhi, il tono dei muscoli, il respiro, il battito cardiaco, l’ossigeno nel sangue. Da questi dati si ricostruisce come è andata la notte e la qualità del sonno.

Quello che hanno trovato è che il THC ha allungato il tempo necessario per addormentarsi e il battito cardiaco rallentava molto meno. Gli autori hanno anche notato che l’attività cerebrale ha impiegato più tempo a diventare meno intensa, con un andamento che assomiglia a quello che si osserva nell’insonnia. Il THC ha inoltre fatto arrivare più tardi la prima fase REM, da un’ora e mezza a più di due ore dall’addormentamento. La fase REM è quella dei sogni più lunghi e più carichi di sensazioni, quella a cui vengono attribuite le funzioni di archiviazione dei ricordi e di regolazione delle emozioni.

Nel corso della notte il cervello attraversa più volte una sequenza che va dal sonno leggero al sonno profondo e poi alla fase REM, e ricomincia: un ciclo completo dura circa un’ora e mezza, e in una notte se ne fanno quattro o cinque. La fase REM nei primi cicli dura pochi minuti, poi si allunga progressivamente, e la gran parte si concentra verso il mattino. I sogni che ricordiamo sono quasi sempre quelli fatti poco prima di svegliarci.

Questo potrebbe in parte spiegare come sia possibile che milioni di persone percepiscano un beneficio sul sonno. Un’ipotesi, infatti, è che chi ha difficoltà a dormire spesso si lamenta proprio di quello che succede durante la fase REM, come sogni agitati e risvegli bruschi, che danno la sensazione di una notte movimentata. Se il THC riduce la fase REM, diminuiscono anche quelle esperienze, e quindi la sensazione, la mattina dopo, di aver dormito male. Questo spiegherebbe anche perché chi usa cannabis tutti i giorni spesso dice di aver smesso di sognare.

Ci sono anche casi in cui sopprimere i sogni è esattamente il risultato che si cerca. Uno studio del 2014 guidato da Rakesh Jetty, uno psichiatra militare canadese, esaminò gli effetti di un analogo sintetico del THC su dieci soldati che soffrivano di un grave disturbo da stress post-traumatico e mostrò che la dose giusta calmava gli incubi.

Chi smette di assumerla racconta di sogni vividi, lunghi e spesso spaventosi. Ryan Vandrey, psicologo sperimentale che co-dirige il laboratorio sulla cannabis della Johns Hopkins Medicine, spiega che il THC funziona legandosi ai recettori dei cannabinoidi nel cervello, che servono a tenere in equilibrio l’attività nervosa che eccita e quella che frena.

Con l’uso continuato il cervello si adatta a quella presenza costante riducendo il numero e la sensibilità di quei recettori. È il motivo per cui serve fumare di più per ottenere lo stesso effetto, ed è anche il motivo per cui, quando il THC sparisce, la regolazione del sonno ne risente.

Ma la riduzione della fase REM non è stata osservata in tutti gli studi condotti finora, anzi. Nel dicembre del 2025 un gruppo di ricercatori canadesi aveva pubblicato su Sleep Medicine Reviews una revisione di tutti gli studi condotti sulla relazione tra il sonno e la cannabis fino al 2023. Ha trovato che non c’erano effetti significativi su molti dei parametri misurati, come la durata complessiva del sonno, il tempo impiegato ad addormentarsi, quanto sonno leggero e quanto profondo. Sulla quantità di sonno REM, invece, ha trovato risultati in contrasto tra loro: alcuni mostravano una riduzione, altri un aumento o nessun cambiamento.

Per provare a spiegare queste discrepanze, oltre a far notare alcune significative differenze di metodi e protocolli negli studi considerati, gli autori hanno ipotizzato che ci sia un valore soglia: la dose più bassa alla quale è stata osservata una riduzione statisticamente significativa di sonno REM è di venti milligrammi di THC. Sugli effetti successivi alla sospensione, invece, gli studi danno risultati simili: nella prima settimana senza cannabis si dorme meno, ci si mette molto di più ad addormentarsi e il sonno REM aumenta parecchio e arriva molto prima del solito, con gli effetti più rilevanti sui sogni.

La revisione conclude dicendo che i medici non dovrebbero considerare la cannabis un aiuto affidabile per dormire e che dovrebbero avvertire chi la usa regolarmente che smettendo potrebbe attraversare un periodo di insonnia. Molte associazioni ricordano che le cose che funzionano per dormire meglio si conoscono da tempo, e che la più efficace è un percorso di poche settimane di terapia cognitivo-comportamentale.