La techno a Tbilisi è una questione politica
La gente arriva da tutta Europa per ballare al Bassiani, che per i georgiani è molto più di un club
di Viola Stefanello, da Tbilisi (Georgia)
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Un venerdì sera qualunque di giugno, fuori dall’imponente stadio Dinamo di Tbilisi, c’è una fila di taxi parcheggiati. Aspettano le persone che puntualmente verranno respinte all’ingresso del Bassiani, il club techno che sta nella vecchia piscina olimpionica abbandonata sotto allo stadio, e che nonostante la sua posizione così periferica da diversi anni è uno dei più conosciuti e apprezzati in tutta Europa. Non solo per la musica, ma anche per quello che rappresenta per la controcultura in Georgia.
Come per il Berghain di Berlino, a cui viene spesso paragonato pur essendo molto più piccolo e meno conosciuto, entrare al Bassiani non è facile: non è richiesto un abbigliamento specifico, ma i turisti che si presentano con la camicia bianca o il vestito da sera non hanno possibilità.
Il Bassiani non è una discoteca qualsiasi, ma un riferimento per la club culture internazionale, sia per il livello dei dj che ci suonano, sia per la comunità che ha saputo costruirsi attorno, nonostante l’ostilità della politica. Negli anni è stato al centro delle battaglie per la depenalizzazione delle droghe, delle proteste ambientali e delle mobilitazioni per i diritti della comunità LGBTQ+. Più di recente, poi, ha svolto un ruolo importante nell’enorme movimento di protesta nato nel 2024 contro Sogno Georgiano, il partito al governo dal 2012, e le sue politiche repressive e ultraconservatrici.

Un ragazzo in attesa di entrare al Bassiani, nel 2024 (Lea Greub/OSTKREUZ/contrasto)
«Un club è prima di tutto un’attività commerciale, e quando il Bassiani è stato aperto non ci immaginavamo che sarebbe diventato anche uno spazio politico», dice al Post Omar Gogichaishvili, che ci lavora da undici anni ed è più conosciuto con il nome d’arte Hitori Ni. Se è successo, dice, è perché «i club sono diventati uno dei pochi posti in cui è ancora possibile esprimersi liberamente in questo paese». Secondo Gogichaishvili però non è stato qualcosa di pianificato: un gruppo di persone con gli stessi valori, semplicemente, «si è trovato a ballare, e il movimento si è formato da sé».
A Tbilisi le serate di musica elettronica non sono nate con il Bassiani. Già negli anni Novanta nella capitale aveva cominciato a svilupparsi una scena, sebbene piccola e sotterranea, che nel decennio successivo strinse dei contatti con i club e le etichette berlinesi, il riferimento globale per la musica techno.

L’ingresso del Bassiani (Lea Greub/OSTKREUZ/contrasto)
I dj georgiani avevano comunque poche occasioni di suonare con continuità davanti a un pubblico numeroso: gli stessi fondatori del Bassiani per anni avevano organizzato delle feste semiclandestine in città. Furono i dirigenti della squadra di calcio della Dinamo, che erano stati ad alcune di quelle serate, a segnalare ai fondatori lo spazio abbandonato sotto lo stadio: la vecchia piscina olimpionica, in cui il club avrebbe aperto nel 2014.
A rendere il Bassiani così impressionante è, intanto, lo spazio in cui si trova. La sala più grande del locale occupa la vecchia piscina, che è stata lasciata quasi com’era: uno spazio di cemento lungo cinquanta metri, con il fondo inclinato gradualmente e i pioli delle scalette ancora visibili sulle pareti. Le pareti di cemento nudo non assorbono la musica ma la riflettono, un fenomeno acustico che normalmente viene evitato ma che è diventato invece un pezzo dell’identità del Bassiani.
Da quando ha aperto, il club alterna ospiti internazionali tra i più conosciuti e seguiti della musica techno, come Ben Klock, Nina Kraviz e Héctor Oaks, a lunghi set dei suoi dj residenti. Il più influente è HVL, nome d’arte di Gigi Jikia, che ha di fatto definito il suono del club: una techno intensa e cupa, simile a quella berlinese, che viene pubblicata anche dall’etichetta discografica interna del Bassiani.
In poco tempo il Bassiani ha cominciato ad attirare una folla non solo georgiana ma anche straniera, ed è diventato uno dei pochissimi club dell’ex spazio sovietico molto noti tra gli appassionati anche a Berlino o a New York. Al suo interno, la lingua che si sente parlare più di frequente non è il georgiano ma l’inglese.
«Ci sono dj che non sapevano nemmeno che la Georgia esistesse, e senza il Bassiani non sarebbero mai venuti», ha raccontato Zviad Gelbakhiani, uno dei fondatori. «Quando arrivano e si accorgono che l’impianto, la consolle e il pubblico sono perfetti, restano sconvolti». Ben Klock, dj storico del Berghain, ha parlato della «energia pura e cruda» del Bassiani. Il flusso va anche nella direzione opposta: quando uno dei dj residenti del Bassiani suonò per la prima volta al Berghain, ricorda Gelbakhiani, i suoi amici e colleghi andarono a Berlino a vederlo, e «il Berghain non aveva mai visto così tanti georgiani». Il club è diventato anche un punto di riferimento per la scena techno emergente nel resto del Caucaso, con appassionati che arrivano dall’Armenia e dall’Azerbaigian.
«Prima nessuno conosceva Tbilisi, nessuno aveva idea di cosa succedesse in Georgia», ha riassunto Tato Getia, un altro dei fondatori. «Ora il mondo sa di noi, e la gente arriva da ogni parte per questi club». Parla al plurale perché, nel frattempo, a Tbilisi hanno aperto vari altri locali che propongono musica simile. Tra i più importanti ci sono il Khidi, aperto nel 2016 sotto un ponte, e che offre una techno più dura e industriale; il TES, ricavato da una vecchia centrale termoelettrica; e il Left Bank, aperto nel 2020 in un ex complesso industriale.

Un inizio serata al Bassiani (Lea Greub/OSTKREUZ/contrasto)
Kim Córdova, critica e ricercatrice che ha studiato le comunità artistiche di Tbilisi, dice che per chi vive in città ma ha degli interessi e delle sensibilità artistiche alternative il Bassiani è prezioso perché assolve a una funzione a metà tra una valvola di sfogo e un laboratorio politico sperimentale per la società civile. «In un posto come la Georgia, ma anche in una città come New York, quasi nessuno riesce a vivere solo del proprio lavoro creativo, e così tutti fanno più lavori», dice Córdova. «Così finisci per avere artisti che aiutano a mandare avanti il club, o che ci suonano, o ci cantano».
Questi spazi, poi, tendono a essere per loro natura meno conservatori della società più ampia, soprattutto in un paese come la Georgia, molto legato alla Chiesa ortodossa. «C’è un vero circuito internazionale di dj e promoter che viaggiano di continuo per il mondo, e questo porta con sé una specie di internazionalismo cosmopolita», dice Córdova.
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Fin dai primi anni il Bassiani è stato legato al movimento che chiedeva di ammorbidire le durissime leggi antidroga georgiane, che prevedevano in certi casi pene più lunghe di quelle previste per l’omicidio o lo stupro.
Nella notte tra l’11 e il 12 maggio 2018, la polizia fece irruzione al Bassiani, giustificando l’operazione con la morte di cinque giovani per overdose nelle settimane precedenti, nessuna delle quali era però avvenuta nel club. Vennero fermate circa sessanta persone, tra cui i due cofondatori del Bassiani, Tato Getia e Zviad Gelbakhiani. I presunti spacciatori che la polizia diceva di cercare erano otto, e per la maggior parte erano già stati arrestati prima ancora che il raid cominciasse: fu uno degli elementi che convinsero la comunità dei club che l’obiettivo fosse mettere pressione sui club stessi e i movimenti collegati.
Già nel pomeriggio del 12 maggio migliaia di persone si radunarono su Rustaveli, la via principale di Tbilisi, davanti al parlamento: i dj portarono casse e attrezzature, e per due giorni moltissimi giovani occuparono il piazzale di fronte al palazzo ballando la techno. La stampa internazionale la soprannominò «raveolution».
Due mesi dopo la Corte costituzionale abolì le sanzioni per il consumo di marijuana, e la Georgia diventò il primo paese post-sovietico a depenalizzarne l’uso. Fu però una vittoria parziale, perché riguardava il consumo, e reversibile, perché Sogno Georgiano sta reintroducendo le pene per il possesso. «Siamo tornati al punto di partenza», dice Hitori Ni.
Negli ultimi due anni il Bassiani si è trovato dentro un movimento di protesta molto più ampio di quello sulle droghe. Nella primavera del 2024 il governo approvò una legge sugli “agenti stranieri”, modellata su quella russa, obbligando le organizzazioni che ricevono più del 20 per cento dei fondi dall’estero a registrarsi come tali. Nei mesi successivi introdusse delle nuove politiche che restringevano fortemente le libertà della comunità LGBTQ+. A ottobre, quando si tennero le elezioni parlamentari, diversi osservatori internazionali denunciarono gravi brogli. Un mese dopo il governo annunciò la sospensione del processo di adesione della Georgia all’Unione europea, un obiettivo condiviso dalla larga maggioranza dei cittadini.
La sera stessa dell’annuncio, il 28 novembre 2024, sei tra i locali più importanti della città proclamarono uno sciopero, invitando i propri frequentatori a passare le notti in strada invece che sulla pista da ballo, a manifestare contro quello che definivano «autoritarismo russo». In tutto, rimasero chiusi sei settimane, lanciando delle raccolte fondi per coprire le perdite economiche. Il club techno newyorkese BASEMENT, per esempio, raccolse oltre diecimila dollari per il Bassiani.

Manifestanti in piazza a Tbilisi il 28 novembre 2024 (Davit Kachkachishvili/Anadolu via Getty Images)
Oggi i club lavorano in una situazione precaria, stretti tra la necessità di sopravvivere economicamente, le aspettative della comunità che li frequenta e l’ostilità del governo. Sogno Georgiano non ha mai attaccato il Bassiani citandolo per nome, ma ha costruito parte della sua propaganda sull’ostilità alle battaglie che il club sostiene.
Córdova, la ricercatrice, pensa però che sia stato il governo stesso, attaccando i club fin dal 2018, ad aver attribuito al Bassiani un peso politico che altrimenti, probabilmente, non avrebbe avuto. «Se avessero semplicemente lasciato ballare i ragazzi in pace, non credo che i club in Georgia avrebbero mai assunto questo ruolo di rivoluzione, questa specie di responsabilità di far festa per proteggere degli ideali più alti», spiega. «Cercando di instillare quella gelida paura totalitaria, hanno finito per dare alle persone uno scopo che le motiva».
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