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  • Mercoledì 29 luglio 2026

La fine del Grand Hotel di Riccione

Uno dei luoghi simbolo della vita mondana della riviera romagnola, con una lunga storia, veniva gestito abusivamente nonostante il fallimento 

(ANSA/MIRCO PAGANELLI)
(ANSA/MIRCO PAGANELLI)
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Martedì è stato messo sotto sequestro il Grand Hotel di Riccione, storico albergo della riviera romagnola: inaugurato ai tempi del fascismo, è stato per anni un simbolo del turismo di lusso della costa. Negli anni ospitò importanti incontri politici, fu frequentato molto da Benito Mussolini, e soprattutto a partire dagli anni Ottanta divenne un noto centro di vita mondana, ospitando attori, artisti e celebri personaggi dello spettacolo.

Secondo la procura di Rimini, che ha ordinato il sequestro, l’albergo veniva gestito e affittato abusivamente, nonostante fosse formalmente chiuso da tre anni, quando fu dichiarato il fallimento della società che lo gestiva. Una parte dell’edificio, in gran parte in stato di abbandono, veniva utilizzata per ospitare i turisti, che pagavano il soggiorno in contanti. Al momento del sequestro, avvenuto martedì all’alba, dentro l’albergo c’era una quindicina di turisti arabi, che la guardia di finanza ha fatto allontanare.

All’operazione hanno partecipato una trentina di agenti, che hanno perquisito l’hotel con cani addestrati nella ricerca di banconote. La struttura ha quattro piani, una piscina, un parcheggio privato, un giardino e una terrazza, oltre a stanze con balconi e un ristorante gestito da un’azienda che secondo la procura pagava un affitto alla società che gestiva l’hotel, la Marebello, nonostante fosse fallita. Oltre al Grand Hotel, sono stati sequestrati immobili nelle province di Rimini, Milano, Monza-Brianza e Bari, tutti riconducibili alla Marebello, e beni per 29 milioni di euro.

Sono indagate sei persone con l’accusa di bancarotta fraudolenta: tra queste c’è l’imprenditore Gianni Andreatta, ex amministratore della Marebello, che ha 74 anni, formalmente è residente a Cuba ma di fatto viveva al Grand Hotel.

(ANSA/MIRCO PAGANELLI)

Il Grand Hotel ha una storia lunga, durata quasi per tutto il Novecento italiano. Costruito in stile liberty, imponente e sontuoso, fu inaugurato ad agosto del 1929, progettato dall’architetto Rutilio Ceccolini; era stato commissionato dall’imprenditore milanese Gaetano Ceschina, personaggio molto influente che come altri contribuì attraverso iniziative sociali e investimenti alla crescita economica e turistica della riviera romagnola. Alla cerimonia d’inaugurazione partecipò Edda Mussolini, figlia di Benito, che aveva una villa lì vicino e negli anni successivi soggiornò spesso in quell’albergo.

Nei decenni successivi al Grand Hotel ci furono incontri importanti, vi trascorsero le vacanze politici, militari, aristocratici e celebrità sia italiane che straniere, vennero organizzati spettacoli ed eventi che contribuirono alla sua notorietà: alla serata di Capodanno del 1965 partecipò Mina, in un’altra occasione il regista teatrale Giorgio Strehler.

Per qualche anno la gestione dell’albergo passò al figlio di Gaetano Ceschina, Mario, imprenditore noto soprattutto nel settore sanitario che nel 1976 fu rapito in circostanze mai del tutto chiarite, forse dalla ’ndrangheta, e che non fu mai più ritrovato. L’albergo fu quindi ereditato dalla vedova di Ceschina, Nora Molinari, che lo lasciò dopo la sua morte proprio ad Andreatta (non si sa bene quale fosse il legame tra i due). Fu soprattutto con la sua gestione che il Grand Hotel divenne un simbolo della vita mondana romagnola negli anni Ottanta.

Il declino iniziò negli anni Novanta, anche per via di una gestione economica poco accorta. Si accumularono debiti, e dopo varie vicissitudini nel 2023 venne dichiarato il fallimento della Marebello (formalmente la sua liquidazione giudiziaria), e dei locali che possedeva: oltre al Grand Hotel anche il Deja Vu, il Paco Beach e la piadineria Oasi. Da quel momento in poi in teoria Andreatta avrebbe dovuto consegnare la struttura al curatore fallimentare nominato dal tribunale, ma non lo fece.

Secondo le indagini della procura la Marebello accumulò i suoi debiti anche attraverso un sistema in cui affittava spazi e attività a società prestanome che non pagavano l’affitto; sempre secondo le indagini la Marebello avrebbe dato false comunicazioni ai suoi creditori rispetto alla situazione economica e finanziaria della società e avrebbe utilizzato lo stesso sistema di società prestanome per evitare di consegnare la struttura dopo la dichiarazione di fallimento, continuando a gestirla illecitamente.