Un incendio così grave che ha causato un temporale

Sopra le foreste francesi sono stati osservati i pirocumulonembi, fenomeni insoliti che rendono i soccorsi più difficili

Un gigantesco incendio sopra il comune di Saumos ha provocato la formazione di un pirocumulonembo (EPA/SDIS33).
Un gigantesco incendio sopra il comune di Saumos ha provocato la formazione di un pirocumulonembo (EPA/SDIS33).
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Di solito è il meteo che determina le condizioni che alimentano gli incendi. Ci sono casi però, quando gli incendi sono estremi come quelli divampati in Francia nell’ultima settimana, in cui può accadere il contrario. È successo sabato sopra Saumos, un comune vicino a Bordeaux, nel sudovest della Francia, dove la colonna di fumo che era salita dagli incendi si è trasformata in un temporale.

La foto del fenomeno fatta da un elicottero è stata pubblicata da molti giornali. La prefetta Sophie Brocas lo ha descritto come un «fenomeno incredibile, inedito, sconosciuto». Se sia davvero il primo mai formatosi in Francia è dibattuto, visto che alcuni ricercatori ricordano di averne visti di più deboli nel 2022 sopra gli incendi della Gironda, la stessa regione che ora è attraversata dagli incendi. Quello di sabato è comunque il primo a essere durato abbastanza e a essere stato abbastanza intenso da cambiare il lavoro dei soccorsi.

«Fino alle 17:45 le condizioni erano molto severe e sfavorevoli, ma restavamo in uno schema di incendio classico, come lo conoscevamo», ha raccontato Marc Vermeulen, che dirige il servizio dipartimentale di soccorso della Gironda, cioè il corpo dei vigili del fuoco locali. «Alle 18:20 abbiamo osservato che il pirocumulo si stava trasformando in pirocumulonembo.»

I pirocumuli sono le nuvole fatte di vapore, fumo e cenere che si formano normalmente sopra un fuoco. Un pirocumulonembo, invece, è un temporale vero e proprio, con fulmini, che possono appiccare nuovi incendi, e raffiche di vento, che attizzano il fuoco e che possono far cadere i fulmini anche a chilometri di distanza, accendendo incendi dove nessuno se li aspetta.

Che da un incendio possa nascere un temporale potrebbe sembrare una contraddizione, perché i temporali si formano nelle giornate di caldo umido e i grandi incendi in quelle di caldo secco. Le cose che servono a un temporale però sono tre, e un incendio le fornisce tutte.

La prima è il calore: l’aria calda è meno densa di quella fredda, e quindi sale. La seconda è il vapore acqueo, cioè l’acqua allo stato gassoso, che serve per formare le nuvole e che nell’aria secca di quei giorni non c’era. La vegetazione però è piena d’acqua, e quando brucia quell’acqua viene rilasciata nell’aria sotto forma di vapore, insieme alle fiamme che lo scaldano spingendolo così verso l’alto. La terza sono le particelle solide sospese in aria, perché al vapore per condensarsi serve una superficie su cui posarsi. Nell’aria queste particelle ci sono sempre – il pulviscolo formato per esempio da polline o polveri sottili – e sopra un incendio ce ne sono moltissime, sotto forma di fuliggine.

Salendo di quota, la temperatura dell’aria si abbassa, e il vapore condensa in goccioline microscopiche attorno alle particelle di fuliggine. Miliardi di goccioline insieme sono la nuvola che si vede in cima alla colonna di fumo, il pirocumulo. Di solito la nuvola cresce un po’, resta lì e si dissolve la sera, quando l’aria si raffredda e l’incendio rallenta. Se ci sono ancora fiamme che scaldano l’aria, però, la nuvola continua a crescere.

Quando il vapore condensa cede calore, che scalda la nuvola dall’interno e la rende più calda dell’aria che ha intorno, facendola salire di quota. Più sale, più l’aria intorno è fredda e più vapore condensa; più vapore condensa, più la nuvola si scalda; più si scalda, più sale. Può così arrivare a quote dove la temperatura va sotto zero e le goccioline gelano.

Il ghiaccio prende due forme. Ci sono cristalli leggeri, che la corrente ascendente spinge verso l’alto, e chicchi più grandi e pesanti, che si formano quando le goccioline congelano sopra un cristallo già formato. Muovendosi in direzioni opposte i due tipi di ghiaccio si urtano di continuo e a ogni urto si scambiano cariche elettriche: di solito quelli pesanti si caricano negativamente e restano in basso, i leggeri positivamente e salgono in cima alla nuvola.

Quando la differenza tra le due parti della nuvola diventa abbastanza grande, si crea un fulmine, che però può rimanere dentro la nuvola o andare da una nuvola all’altra. Quando però la base carica negativamente si trova sopra un terreno carico positivamente, il fulmine scende fino a toccare il suolo.

Lo stesso succede sopra i vulcani in eruzione, ed è per questo che nelle fotografie dell’Eyjafjallajökull islandese del 2010 o dell’Anak Krakatoa si vedono fulmini uscire dalla colonna di cenere.

Tempesta durante l’eruzione del vulcano islandese Eyjafjallajökull(David Jon/NordicPhotos/Getty Images).

A questo punto in un normale temporale dovrebbe anche piovere, ma in un pirocumulonembo non succede quasi mai. La ragione è la fuliggine: un incendio ne immette in aria una quantità enorme e di conseguenza l’acqua si divide in goccioline troppo piccole e troppo numerose, che non sono abbastanza pesanti da cadere.

La poca pioggia che riesce a formarsi, poi, evapora prima di arrivare al suolo, per le temperature altissime dell’aria. È quello che i meteorologi chiamano temporale secco. L’assenza di pioggia ha anche un secondo effetto. In un temporale normale l’acqua che cade rallenta la corrente d’aria che sale, trascinando verso il basso aria fredda, raffreddando il suolo e di conseguenza rallentando anche le correnti calde che alimentano la formazione delle nuvole: è così che un temporale finisce da solo, di solito in meno di un’ora.

In un pirocumulonembo questo non succede, anzi. L’aria calda che se ne va verso l’alto lascia dietro di sé una zona a pressione più bassa, che “risucchia” l’aria intorno. Alla base e sui fianchi della colonna di fumo viene richiamata allora altra aria, da ogni direzione, innescando un vento che soffia verso l’incendio da tutti i lati e lo attizza. Il fuoco brucia più forte, manda su più fumi caldi e più vapore; più vapore condensa in quota, più calore si libera dentro la nuvola; più la nuvola si scalda, più aspira aria.

Da quel momento il fuoco e la nuvola si alimentano a vicenda. «Il fuoco crea il proprio vento, con dei vortici, diventa erratico e ingestibile», ha detto Nicolas Braz, capitano dei vigili del fuoco della Gironda.

(AP Photo/Emma Da Silva)

La stessa fuliggine che non fa cadere la pioggia, impedisce anche alla luce di attraversare le nuvole. È soprattutto per questo che sotto una nuvola del genere le evacuazioni riescono male. Il fumo riduce la visibilità a livello del suolo e la nuvola toglie la luce dall’alto, quindi chi si trova lì sotto non capisce più dove sia il fronte delle fiamme né in che direzione si stia muovendo.

Questo cambia molto il modo in cui lavorano i soccorsi. Éric Brocardi, portavoce della federazione dei pompieri francesi, ha parlato di «impossibilità operativa» e di «ritirata strategica». Invece di provare a spegnere il fuoco, i pompieri si concentrano sul proteggere case, strade e infrastrutture e sull’aprire fasce tagliafuoco, aspettando che il fronte perda forza o incontri una barriera naturale o la pioggia. È anche per questo che, davanti a incendi di questa intensità, la priorità dichiarata dalle autorità diventa mettere in salvo le persone, più che salvare i boschi.

Già nel 2022 il ricercatore del CNRS Jonathan Lenoir aveva definito Landes de Gascogne, una di queste foreste, «una scatola di fiammiferi che aspettava solo la scintilla del riscaldamento climatico». È infatti la più grande foresta artificiale dell’Europa occidentale, in cui manca la varietà di piante che in un bosco naturale può rallentare il fuoco. L’incendio ha già bruciato circa 420 chilometri quadrati e ha costretto più di 220mila persone a lasciare le proprie case. Secondo un responsabile dei soccorsi continuerà a bruciare per settimane, e spegnerlo del tutto potrebbe richiedere mesi.