Le basi americane stanno diventando un problema per la Giordania
La loro presenza è sempre più impopolare, soprattutto ora che sono state attaccate dall’Iran
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In Giordania cominciano a esserci alcuni segnali di malcontento per la presenza nel paese di basi militari gestite dagli Stati Uniti, che negli ultimi giorni sono diventate obiettivo di bombardamenti iraniani. La settimana scorsa centinaia di attivisti politici, esperti legali e altri hanno firmato una lettera aperta in cui chiedevano il ritiro dei soldati statunitensi dalla Giordania: è un segnale di forte dissenso e anche una mossa coraggiosa, perché in Giordania la libertà d’espressione è strettamente limitata e criticare il governo e le sue scelte strategiche potrebbe comportare rischi personali e condanne detentive.
Nella lettera si legge: «Sosteniamo che la loro presenza [dei soldati statunitensi] esponga la Giordania a rischi di sicurezza, politici ed economici e aumenti la possibilità che il nostro paese sia trascinato in un conflitto regionale di cui non è parte in causa».
In Giordania non è possibile organizzare dei sondaggi liberi, per cui non è chiaro quanto il sentimento dei firmatari della lettera sia condiviso tra l’opinione pubblica. L’unico sondaggio che potrebbe dare qualche vaga indicazione è uno fatto in vari paesi arabi da Arab Barometer, secondo cui soltanto il 12 per cento della popolazione giordana approva la politica estera del presidente americano Donald Trump. Non ci sono invece sondaggi sull’operato del governo locale.
La Giordania è storicamente uno dei maggiori alleati degli Stati Uniti in Medio Oriente. Attualmente ospita circa 4.000 soldati americani sul proprio territorio, ed è stata fondamentale in molte operazioni militari statunitensi nella regione: dai bombardamenti contro lo Stato Islamico in Iraq e Siria, dal 2014 al 2019, alla più recente guerra contro l’Iran. La Giordania è inoltre uno dei pochi paesi della regione a riconoscere Israele (fin dal 1994) e ad avere un rapporto di relativa collaborazione con il governo israeliano (anche se ci sono spesso anche scontri e differenze).
L’alleanza con gli Stati Uniti è ritenuta strategica dalla leadership giordana, perché fornisce protezione militare e aiuti economici a un paese circondato da vicini più potenti e privo di grosse risorse naturali: nel 2025 gli Stati Uniti hanno fornito alla Giordania 1,65 miliardi di dollari in aiuti economici e militari.
Ma negli scorsi giorni la Giordania è definitivamente finita in mezzo alla guerra fra Stati Uniti e Iran. Nelle prime fasi della guerra, all’inizio di marzo, l’Iran aveva brevemente bombardato alcune postazioni militari nel paese, ma nei mesi successivi si era concentrato altrove, soprattutto sui paesi arabi del golfo Persico. Di recente però è tornato a bombardare le basi che ospitano soldati statunitensi in Giordania, e in uno degli attacchi sono stati uccisi due militari statunitensi.

Donald Trump e re Abdullah II di Giordania alla Casa Bianca, febbraio 2025 (AP Photo/Evan Vucci)
La guerra ha già avuto conseguenze serie sull’economia giordana: per esempio sul settore del turismo, che da solo vale il 18 per cento delle entrate dello stato. Ora il dibattito politico e pubblico si sta facendo più animato proprio per il rischio che la Giordania venga trascinata nei bombardamenti.
Lo si è visto lunedì al parlamento giordano: quando un deputato, Ali al Khalayleh, ha proposto che l’assemblea offrisse le proprie condoglianze agli Stati Uniti per la morte dei due soldati, molti altri parlamentari hanno cominciato a protestare urlando e contestando l’operato degli Stati Uniti.
Anche il governo sta adottando un atteggiamento più prudente verso la presenza dei militari statunitensi. Negli ultimi mesi il ministro degli Esteri, Ayman Safadi, ha detto più volte che in Giordania non ci sono basi militari statunitensi. È un tecnicismo: le basi sono effettivamente giordane, ma gestite nei fatti dagli Stati Uniti. È però anche un modo per cercare per quanto possibile di placare un’opinione pubblica che non vede di buon occhio la presenza degli Stati Uniti.
Anche l’Iran sta cercando di approfittare di questa situazione: dopo l’attacco in cui sono stati uccisi i soldati americani, i Guardiani della rivoluzione, cioè il principale corpo militare iraniano, hanno diffuso un comunicato in cui hanno ringraziato il popolo giordano per la sua «sincera cooperazione e le precise informazioni» servite alla realizzazione dell’attacco. I Guardiani hanno detto in pratica di aver ricevuto il sostegno della popolazione giordana nell’attacco.
Non è possibile confermare se sia vero o meno, ma è sicuramente un tentativo di fomentare il malcontento. Nel comunicato i Guardiani hanno scritto anche: «Approfittate dell’opportunità per smantellare le istituzioni americane e cacciare l’esercito di occupazione americano dalla Giordania».



