Una dettagliata stroncatura dell’Odissea di Nolan

L'ha scritta senza giri di parole Emily Wilson, autrice di una delle più apprezzate traduzioni in inglese del poema

Emily Wilson a una conferenza sull'Odissea (dal canale YouTube The 92nd Street Y, New York)
Emily Wilson a una conferenza sull'Odissea (dal canale YouTube The 92nd Street Y, New York)
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Lunedì la grecista inglese Emily Wilson ha pubblicato una lunga e impietosa stroncatura di Odissea, il nuovo e commentatissimo film del regista e connazionale Christopher Nolan, basato sull’omonimo poema omerico.

La recensione di Wilson è stata ampiamente ripresa: un po’ perché le recensioni uscite finora erano state perlopiù positive, ma soprattutto perché Wilson è l’autrice di una delle più recenti traduzioni dell’Odissea in inglese, molto celebrata perché più accessibile e contemporanea rispetto a quelle in voga nei contesti anglofoni. Lo stesso Nolan ha in più occasioni elogiato il lavoro di Wilson, citandolo come uno dei riferimenti più importanti per la scrittura del film. Nolan non ha ancora risposto alla stroncatura di Wilson, e non sappiamo se lo farà.

Wilson ha descritto il film come un adattamento superficiale, arido, poco rispettoso del testo originale e viziato da tutte quelle criticità che diversi addetti ai lavori associano spesso alla regia di Nolan: gli eccessi di messa in scena, l’assenza di tensione emotiva, una specie di repulsione per il sesso e la tendenza a scrivere personaggi femminili inconsistenti rispetto alle loro controparti maschili. Le sue osservazioni sono riassunte nel paragrafo che trovate qui sotto, il più severo e spietato della recensione:

L’Odissea di Nolan è priva di molti degli elementi che rendono grande il poema. Non ha nulla di convincente da dire sul tempo, sulla memoria, sulla storia, sulla guerra o sul rapporto tra il glorioso ritorno di un guerriero e le vite della sua famiglia, dei suoi avversari, dei suoi compagni, amici e vicini. Manca di profondità psicologica, emotiva, politica ed etica. La sua struttura narrativa è artificiosa. La scrittura è pessima. Nessuno dei personaggi ha una motivazione convincente per le proprie azioni o prese di posizione. Non ci sono scene di sesso e tutto il cibo sembra orrendo.

Wilson ha scritto che Odissea non può essere considerato un film «noioso», perché ha un gran ritmo, una durata tutto sommato non così eccessiva per un grande blockbuster (meno di tre ore) e soprattutto prende spunto da un materiale che «è difficile rovinare completamente». Lo ha paragonato a «un elaborato spettacolo di fuochi d’artificio del 4 luglio [il giorno dell’indipendenza negli Stati Uniti], con lo stesso livello di coinvolgimento». «I miei figli adolescenti si sono divertiti», scrive a un certo punto.

Secondo Wilson il problema non sono tanto le molte libertà che Nolan si è preso nel ri-raccontare l’Odissea – che comunque sottolinea in diversi punti – ma il fatto che abbia appiattito la stragrande maggioranza dei protagonisti del poema, rendendoli monodimensionali e prevedibili.

È una critica condivisa anche da altri classicisti e persone che si occupano dei poemi omerici. Il grecista Massimo Giuseppetti ha scritto di aver trovato «problematico» il fatto che «Nolan non faccia di Ulisse un seduttore». Lo scrittore e a sua volta traduttore di Omero Daniel Mendelsohn ha notato che l’Ulisse di Nolan non fa battute, non piange, non ha alcuna conversazione conflittuale con la dea Atena, come succede nel poema.

Wilson dice di non essere riuscita a empatizzare con nessun personaggio. Le sono apparsi tutti profondamente distanti dagli originali, e con una caratterizzazione molto scialba. «I miei occhi sono rimasti asciutti persino per Argo, la cui adorabilità da cucciolo è stata enfatizzata per adattarsi ai nostri tempi», ha aggiunto.

Wilson ha riservato critiche molto dure all’Ulisse interpretato da Matt Damon, che a suo dire ha molto poco da raccontare. Nell’Odissea di Omero, Ulisse è un noto bugiardo, un astuto manipolatore, una persona dall’intelligenza fuori dal comune che solo alcune volte sceglie di mettere a disposizione degli altri. Nel film Ulisse non possiede nemmeno uno dei suoi tratti più noti, ossia una grande abilità inventiva (polymēchania).

Per esempio, la zattera con cui fugge dall’isola di Calipso è assemblata con pochi pezzi di legno trasportati dalla corrente, «in contrasto con l’elaborata costruzione navale e il taglio della legna presenti nell’opera di Omero»; e Nolan ha scelto di non mostrare agli spettatori la progettazione del Cavallo di Troia, il massimo prodotto del suo ingegno, preferendo mostrare direttamente «un cavallo kitsch e mal progettato (non ha le ruote) che appare sulla spiaggia battuto dal vento, come se fosse stato scaricato lì da un drone».

Wilson ha apprezzato invece Robert Pattinson (che interpreta Antinoo, il capo dei Proci): «È l’unico sul set che sembra divertirsi. Merita senza dubbio di essere pugnalato a morte con il pugnale di Sinone, ma merita anche uno degli Oscar che pioveranno su questo film come la pioggia d’oro di Zeus».

Wilson ha dedicato molto spazio alle scelte di casting di Nolan, definendole furbe e fintamente progressiste. «La maggior parte degli attori non bianchi – Zendaya, Lupita Nyong’o, Himesh Patel, Corey Antonio Hawkins, Travis Scott – interpreta versioni del “migliore amico nero”, il cui unico ruolo nella storia è quello di fornire aiuto al protagonista bianco», ha scritto.

La maggior parte delle contestazioni è però riservata alla trascuratezza dei personaggi femminili, un aspetto che torna ciclicamente al centro del dibattito dopo l’uscita di ogni nuovo film di Nolan e a cui Wilson ha dedicato buona parte dei suoi studi sul poema. «Grazie al materiale di partenza, ci sono più personaggi femminili rispetto alla maggior parte dei film di Nolan», ha scritto Wilson. «Nessuna di loro però ha molto da dire, a differenza delle caratterizzazioni presenti nel poema».

Ha citato in particolare gli esempi di Calipso (interpretata da Charlize Theron), che nel film «è sempre splendida ma mai arrabbiata o divertente, non è abile nell’arte oratoria e non è consumata dalla lussuria per la sua vittima mortale e malconcia». L’ha definita «una terapista non retribuita», incaricata del solo compito di «lenire l’anima di Ulisse». Anche la Penelope di Nolan è molto lontana da quella omerica, secondo Wilson: «la sceneggiatura non le dà nulla da fare che non sia desiderare Matt Damon, per ragioni sconosciute».

Ma per Wilson Odissea è un film annacquato e poco originale anche visivamente, lontano dalle atmosfere pienamente mediterranee del poema. Le ha ricordato anzi altri kolossal degli anni Duemila: soprattutto la trilogia del Signore degli Anelli di Peter Jackson, al punto che verso la fine si aspettava che «tutti cominciassero a parlare in elfico».

Wilson ha definito poco felice anche la scelta di Nolan di girare parte del film nel Sahara occidentale, zona la cui sovranità è da decenni contesa tra il Marocco e il Fronte Polisario, un gruppo armato locale che combatte per l’indipendenza del territorio. «È particolarmente irritante che Nolan abbia utilizzato questa terra semplicemente come sfondo di grande impatto visivo per un film che pone al centro, esalta e riabilita l’eroe di una guerra territoriale in virtù del suo tardivo e parziale riconoscimento della propria colpa».

Solo alla fine della recensione le sue parole si addolciscono un po’: ringrazia Nolan per aver riportato la gente al cinema e descrive Odissea come un «evento da celebrare», al netto di tutte le sue criticità.

«Forse il film convincerà qualche dirigente universitario a non tagliare i dipartimenti di letteratura, lingue e storia. Nolan, che ha studiato inglese all’University College di Londra, sta facendo del suo meglio per riavvicinare il grande pubblico alla lettura, e gliene sono grata».