Cosa farei senza la mia parrucchiera italo-congolese?

«Sto bene a Bruxelles, ma per sentirmi a casa avrò ancora bisogno di varcare la soglia del salone di Miranda, sedermi sulla sua poltrona e, mentre con pazienza districa i nodi nei miei capelli, ascoltare avidamente l’ultimo episodio della saga del quartiere. In francese, esiste una parola per questa sensazione: repère»

Radici (foto di Mark Vihtelic, via Unsplash)
Radici (foto di Mark Vihtelic, via Unsplash)
Amalia Verzola
Amalia Verzola

Ha un dottorato di ricerca in Estetica e Politica e ha vissuto in nove città europee. Lavora a Bruxelles, dove si occupa di trasformare concetti complicati in storie accessibili. Nel tempo libero pratica derive psicogeografiche.

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Trovare qualcuno che sapesse tagliare i miei capelli ricci, all’estero, è sempre stata una considerevole impresa. E prima di incontrare una persona davvero capace, i tentativi sono stati molteplici. Asimmetrie, colorazioni discutibili, ricci tramutatisi improvvisamente in onde sbilenche. Da quando sono sbarcata a Bruxelles, però, le cose sono cambiate. Ed è tutto merito della mia parrucchiera italo-congolese.

Quando quattro anni fa ho varcato per la prima volta la soglia del salone di Miranda, non sapevo cosa aspettarmi. Una ragazza giovanissima, poco più che ventenne, senza alcun collaboratore che la aiutasse a gestire i clienti. Col tempo siamo diventate amiche e ogni volta che arriva il momento di dovermi tagliare i capelli e coprire i segni del tempo, passiamo il tempo a raccontarci tutto quello che nel frattempo è successo nelle nostre vite. Miranda mi ha raccontato di suo padre, italiano, e di sua madre, congolese, ed è per via delle sue origini che ogni tanto scambiamo anche qualche parola nella mia lingua d’origine. Le nostre conversazioni spaziano dalla politica estera ai preparativi per le vacanze, dai ripetuti tentativi di iscriversi in palestra per restare in forma, ai nostri passati complessi e che ci hanno forse reso più spigolose del necessario, passando per la ricetta del poulet mafé tramandatale da sua madre.

Il salone di Miranda (foto di Amalia Verzola)

Ogni volta che entro nel suo salone, mi rendo conto di quanto sia diventato per me un punto di riferimento della mia vita a Bruxelles. Un luogo confortante, rassicurante, tranquillizzante. Mentre Miranda mi sorride non appena mi intravede sul marciapiede di fronte al suo salone, so già che dopo aver spinto la porta a vetri troverò sulla sinistra quella poltroncina bianca con qualche rivista da sfogliare durante l’attesa, e sulla destra, invece, un barattolo di vetro pieno di caramelle gommose, alcune sculture di legno africane, qualche pianta e alcuni biglietti da visita di commercianti del quartiere. Il salone di Miranda è ormai un luogo dove mi sento a casa.

In francese, esiste una parola che spiega molto bene questa sensazione: repère. Ovvero, punto di riferimento, segno, indicatore. E quando si vive all’estero, si finisce forse un po’ per cercare questi repères laddove possibile, probabilmente per non perdere del tutto l’equilibrio. Un ristorante, la sala d’attesa del proprio medico curante, un supermercato. Mi pare sia quasi un’esigenza fisica data dallo sradicamento, questa. Anche se non è ancora possibile stabilirsi, vuoi per un contratto precario, vuoi per quel desiderio incontrollabile di spostarsi altrove di nuovo, per non perdersi del tutto hai bisogno di trovare luoghi che diano una parvenza di stabilità alle vite più traballanti.

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Miranda non è il mio unico punto di riferimento qui a Bruxelles. Ne ho molti altri che col tempo sono entrati a far parte della mia costellazione di luoghi preziosi che compongono la mia stabilità transitoria. Per esempio, la parafarmacia dove perdo molto tempo a individuare la crema viso con la protezione solare più adatta alla mia pelle diafana, e dove spesso finisco per percorrere sempre gli stessi reparti, specialmente quando la noia prende il sopravvento e la pioggia non permette di stare all’aria aperta. Oppure, la foresta in periferia di Bruxelles dove mi ritrovo ogni weekend per respirare. Di quella foresta mi sembra ormai di conoscere ogni angolo, ogni albero, ogni corso d’acqua. A volte mi sembra quasi di poterla percorrere a occhi chiusi, senza aver paura di perdermi o di trovarmi improvvisamente fuori percorso. Conosco ormai perfettamente quelle porzioni di sentiero dove il terreno diventa fangoso dopo piogge persistenti, e quel segmento più o meno nascosto dove in primavera fioriscono i giacinti blu.

Il bosco con i giacinti blu (foto di Amalia Verzola)

Ad avere diritto di cittadinanza nella mia mappa mentale di sopravvivenza all’estero, ci sono poi tante persone che in realtà neanche conosco, ma intorno alle quali mi rendo conto di aver costruito una trama di presenze familiari, proprio perché mi capita di averci a che fare spesso, o perché sono entrate a far parte della mia quotidianità: la cassiera silenziosa del piccolo commercio che vende cibo giapponese oppure il postino che mi saluta in italiano soltanto perché il mio cognome in qualche modo lascia trapelare le mie origini. E ancora, il vicino di casa che osservo con curiosità dal mio terrazzo, e che impiega molto del suo tempo a posizionare trappole per i calabroni asiatici, visto che da almeno un anno ha deciso di darsi all’apicoltura. Nonostante io non lo conosca, la sua presenza costante è diventata casa, e le sue battaglie sono diventate in qualche modo le mie, poiché per solidarietà qualche ricerca su come liberarsi di quelle bestiole l’ho fatta anche io.

Tra i miei repères ne figurano poi alcuni che non sono propriamente umani. Anzi, in effetti molti non lo sono affatto. Tra questi ci sono i cani dei vicini del piano terra, che sono ben cinque. Per distinguerli l’uno dall’altro, ho dato a ognuno di loro un nome, e ormai riesco addirittura a riconoscerne l’abbaio. Conosco perfettamente le loro abitudini, e so che quando il vicino aspirante apicoltore è nei paraggi, inizieranno ad abbaiare in maniera piuttosto vigorosa. E così, anche questi cani e il baccano che producono fanno parte della mia quotidianità in questa città, così come quel fischio che i vicini dell’edificio accanto usano per richiamare il loro gatto. Questi suoni mi fanno sentire provvisoriamente a casa, e mi permettono di tracciare un reticolo sensoriale che mi fa abitare Bruxelles, sottraendomi per un attimo al nomadismo.

I cani dei vicini (foto di Amalia Verzola)

Persone, volti, suoni, luoghi, traiettorie, oggetti. Tutti questi punti di riferimento compongono la trama spaziale ed emotiva con cui cerco di tramutare il mio passaggio transitorio in un abitare. Un tentativo più o meno inconsapevole di appropriarmi di uno spazio in cui so di non potermi ancora stabilire.

Prima di approdare a Bruxelles ho vissuto anche altrove. A causa del precariato e della necessità di rincorrere contratti di breve durata, mi è capitato spesso di ritrovarmi in luoghi completamente estranei, in cui non avevo neanche il tempo materiale per trovare punti di ancoraggio, farli miei, e inserirli nella mia traccia mentale. La sensazione che provavo in questi casi era un misto tra ebbrezza e stordimento. Col passare degli anni poi, i miei contratti di lavoro si sono allungati, il che mi ha dato la possibilità di stabilirmi, seppur temporaneamente. Con il tempo, la mia precarietà geografica mi ha spesso portata a chiedermi se l’essere umano non sia destinato piuttosto ad avere delle identità liquide, oblique, e delle radici orizzontali che si espandono in molteplici direzioni, in maniera decentralizzata e plurale, senza un tronco principale o una gerarchia definita.

In fine dei conti però, per quanto questa immagine risuoni sicuramente con la mia vita fatta di numerosi spostamenti, ho pur sempre l’impressione che il mio corpo che lentamente invecchia abbia bisogno di una qualche radice verticale. E forse è proprio l’ibridazione di culture che caratterizza questa città, dove non mi sono mai sentita straniera o ospite, a suggerirmi che possa essere proprio il luogo in cui fermarsi. Eppure, mentre la prospettiva di un radicamento si insinua sempre più nelle mie ossa, i miei pensieri si misurano ancora con l’idea di un nuovo trasferimento.

Pur stando bene a Bruxelles, non è ancora tempo. Per sentirmi a casa, avrò ancora bisogno di varcare la soglia del salone di Miranda, sedermi sulla sua poltrona massaggiante mentre con pazienza districa i nodi nei miei capelli, e ascoltare avidamente l’ultimo episodio della saga dei parrucchieri del quartiere. Dovrò continuare a cercare i miei punti di riferimento, siano essi luoghi o persone. Per potermi muovere con più sicurezza nello spazio che attraverso, avere la percezione di abitare questa città, seppur transitoriamente, e sentire che alla fine dei conti qualche radice, per quanto fragile, l’ho messa anch’io.

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