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  • Mercoledì 22 luglio 2026

Trump ha fatto un accordo molto generoso sul nucleare saudita

Secondo i media prevede che l'Arabia inizi a costruire centrali nucleari con tecnologie statunitensi, ma mancano molte garanzie di sicurezza

Donald Trump e il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, novembre 2025 (AP Photo/Evan Vucci)
Donald Trump e il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, novembre 2025 (AP Photo/Evan Vucci)
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L’amministrazione statunitense del presidente Donald Trump ha concluso un accordo con l’Arabia Saudita per fornire al paese centrali nucleari per uso civile. Il segretario statunitense all’Energia, Chris Wright, ha detto che l’accordo principale è accompagnato da un accordo bilaterale di salvaguardia, che tali accordi rispettano «i più elevati standard di sicurezza nucleare e non proliferazione» e riflettono «il comune impegno» dei due paesi a rafforzare le relazioni commerciali». Il dipartimento dell’Energia ha anche fatto sapere che «l’accordo di cooperazione nucleare pacifica» appena sottoscritto fornirà alle aziende statunitensi «ampio accesso» al programma nucleare saudita.

L’accordo dovrebbe essere reso pubblico mercoledì, ma è stato descritto nel dettaglio da molti media statunitensi.

È un accordo controverso soprattutto per le grosse concessioni fatte dagli Stati Uniti. L’amministrazione Trump ha rinunciato sia a misure di sicurezza per evitare che i sauditi sviluppino un’arma atomica, sia a ottenere alcuni vantaggi politici che erano stati richiesti dalle amministrazioni precedenti, e che Trump ha tralasciato.

L’accordo avrà una durata di trent’anni e prevede che siano aziende statunitensi (con ogni probabilità Westinghouse Electric) a sviluppare e costruire centrali nucleari in Arabia Saudita. Queste centrali saranno per uso civile: serviranno cioè soprattutto per la produzione di energia elettrica, come avviene in moltissimi paesi del mondo. Formalmente il governo saudita sostiene che sviluppare un programma nucleare servirà a rispondere al fabbisogno energetico interno, consentendo così di vendere più petrolio all’estero e di aumentare le entrate dello stato.

La costruzione di centrali nucleari in una regione delicata e instabile come il Medio Oriente è però un argomento complesso. Sappiamo che una delle ragioni delle lunghissime ostilità tra Stati Uniti e Iran è proprio il programma nucleare iraniano, che viene presentato come civile ma si ritiene abbia degli scopi militari, cioè di costruzione di un’arma atomica. Anche il programma nucleare israeliano è controverso, visto che fu sviluppato in segreto.

Per i paesi mediorientali che non vogliono mettersi contro gli Stati Uniti (come ha fatto l’Iran), oppure che non hanno un rapporto di stretta alleanza con loro (come quello che ha Israele), la soluzione migliore è cercare l’approvazione americana al loro programma nucleare civile, tramite un accordo che garantisca il sostegno al loro progetto e l’esportazione di tecnologia nucleare statunitense.

Questi accordi sono chiamati “123 Agreements”, perché si basano sulla sezione 123 dell’Atomic Energy Act, che regola appunto la collaborazione nucleare con altri paesi. Nel 2009, per esempio, gli Emirati Arabi Uniti firmarono con gli Stati Uniti un accordo che è ancora definito lo «standard aureo» della non proliferazione nucleare. Gli Emirati si impegnavano a garantire l’accesso ai propri siti nucleari degli ispettori dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA) e soprattutto rinunciavano al diritto di arricchire uranio sul proprio territorio e di riprocessare il combustibile nucleare esaurito per separare il plutonio. Questo accordo fu giudicato eccellente perché garantiva agli Emirati l’uso del nucleare civile ma rendeva praticamente impossibile lo sviluppo di un’arma atomica (che si fa con l’uranio arricchito o con il plutonio).

Non è chiaro se tutte queste garanzie e clausole di sicurezza siano presenti nell’accordo tra l’amministrazione Trump e l’Arabia Saudita.

La centrale nucleare di Barakah negli Emirati Arabi Uniti (Arun Girija/Emirates Nuclear Energy Corporation/WAM via AP)

La centrale nucleare di Barakah negli Emirati Arabi Uniti (Arun Girija/Emirates Nuclear Energy Corporation/WAM via AP)

L’accordo non vieta all’Arabia Saudita di arricchire l’uranio e anzi apre alla possibilità che, dopo uno studio congiunto, i sauditi sviluppino impianti di arricchimento. Non è chiaro invece se ci siano divieti sul riprocessare il combustibile nucleare esaurito. I sauditi inoltre si sono rifiutati di firmare un protocollo aggiuntivo per garantire all’AIEA le stesse ispezioni che vengono fatte negli Emirati. Di fatto l’amministrazione Trump avrebbe rinunciato a molte delle garanzie di non proliferazione che i suoi predecessori avevano ritenuto fondamentali.

Vari funzionari statunitensi sentiti dai media sostengono che l’accordo leghi molto strettamente il programma nucleare saudita ad aziende americane, che dovrebbero occuparsi di ogni parte del processo di sviluppo: questo dovrebbe garantire gli standard di sicurezza e sorveglianza e la non proliferazione anche senza garanzie formali.

C’è poi un altro punto in cui l’amministrazione Trump ha fatto grosse concessioni.

Gli Stati Uniti negoziano con l’Arabia Saudita la possibilità di sviluppare il nucleare civile da anni, e probabilmente da decenni. Se finora l’accordo non era stato raggiunto è perché le amministrazioni precedenti a quella di Trump avevano sempre cercato di inserirlo in un progetto più ampio di stabilizzazione della regione. Per esempio, l’amministrazione di Joe Biden aveva promesso sostegno con il nucleare soltanto se l’Arabia Saudita avesse riconosciuto lo stato di Israele, un passo potenzialmente storico di pacificazione regionale (tutti i progetti sono poi saltati con l’inizio della guerra nella Striscia di Gaza).

Ancora una volta, l’accordo approvato dall’amministrazione Trump non fa nessuna richiesta politica di questo tipo. Il principale risultato è sicuramente quello di rinsaldare l’alleanza storica tra i due paesi, ma i predecessori di Trump avevano cercato di ottenere molto di più.

L’accordo, una volta reso pubblico, deve essere sottoposto per revisione al Congresso degli Stati Uniti. Molti deputati e senatori, anche Repubblicani, sono scettici, ma probabilmente passerà ugualmente: per bloccarlo Camera e Senato dovrebbero approvare una risoluzione contraria ma sarà molto difficile raggiungere la maggioranza dei due terzi necessaria per superare un eventuale veto di Trump.

Storicamente molti esponenti del Partito Repubblicano hanno espresso preoccupazione per un eventuale accordo con i sauditi. Tra questi c’era il segretario di Stato Marco Rubio, che quando era senatore chiedeva fortissime garanzie per evitare che un eventuale sviluppo del nucleare da parte dei sauditi destabilizzasse la regione. Ora invece è il governo di cui fa parte ad aver raggiunto un accordo quasi senza garanzie.