Nel corpo umano c’è un organo più utile di quanto si pensasse

Sapete cos'è e dov'è il timo? Un secolo fa veniva persino asportato, oggi si pensa che potrebbe aiutarci a vivere più a lungo

(SEBASTIAN KAULITZKI/SCIENCE PHOTO LIBRARY/Getty Images)
(SEBASTIAN KAULITZKI/SCIENCE PHOTO LIBRARY/Getty Images)
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Nel petto, subito dietro l’osso dello sterno e appena sopra il cuore, c’è il timo, un organo che per lungo tempo è stato considerato inutile e per un certo periodo perfino dannoso. Poi, negli anni Sessanta, un dottorando scoprì quasi per caso che ha un ruolo fondamentale nel sistema immunitario, e negli anni Novanta un biologo cominciò a iniettarsi degli ormoni per ingrossarlo, convinto che gli avrebbe allungato la vita.

L’interesse per quest’organo è cresciuto negli ultimi anni. Alcuni studi, per esempio, hanno osservato che le persone in cui si conserva meglio vivono più a lungo e si ammalano meno, soprattutto di tumori. Sono ricerche ancora agli inizi, ma intanto diverse aziende stanno investendo in nuove terapie che intervengano sul timo per rendere più efficace il sistema immunitario, rallentare l’invecchiamento e prevenire i tumori.

Il timo sembra un rigonfiamento di tessuto appoggiato sugli altri organi, e forse è per questo che gli antichi greci lo chiamarono thymos, la parola con cui nei loro testi medici indicavano le escrescenze della pelle. Erano chiamate così perché ricordavano i germogli dell’erba aromatica che porta lo stesso nome. Un’altra ipotesi sull’origine del nome ha a che fare con l’idea di evaporazione o di scomparsa. Galeno, medico greco del Secondo secolo, aveva infatti osservato che negli animali appena nati è più grande e che si rimpicciolisce progressivamente mentre crescono. E Rufo di Efeso, suo contemporaneo, notò che in molti uomini adulti non c’era affatto.

Proprio perché sembrava sparire negli adulti, si è pensato a lungo che fosse un organo vestigiale, cioè un residuo dell’evoluzione rimasto senza funzione, come l’appendice. Nel 1925 un articolo ipotizzò che servisse a formare il guscio delle uova negli uccelli, rafforzando l’idea che nei mammiferi fosse inutile.

A far pensare che potesse essere addirittura dannoso fu una scoperta fatta negli anni Quaranta. Si osservò che asportarlo migliorava le condizioni dei malati di miastenia gravis, una malattia autoimmune in cui il sistema immunitario attacca la connessione tra nervi e muscoli, provocando debolezza. La timectomia, cioè l’asportazione chirurgica del timo, entrò così stabilmente nella pratica clinica per curare quella malattia, e capitava che l’organo venisse rimosso preventivamente anche nel corso di altre operazioni, come quelle al cuore.

All’inizio degli anni Sessanta un dottorando dell’Università di Londra, Jacques Miller, contribuì a un grosso passo avanti nella comprensione della funzione del timo. Nel suo lavoro si occupava di asportare il timo ai topi appena nati per capire se i virus avessero bisogno di quell’organo per moltiplicarsi. I topi senza timo non solo si ammalavano comunque, ma morivano di infezioni banali.

Miller capì che il timo è l’organo in cui matura un tipo particolare di globuli bianchi, i linfociti T, dove la «T» sta proprio per timo. Sono una parte fondamentale del sistema immunitario: riconoscono e attaccano le cellule infettate dai virus e quelle tumorali, e imparano a distinguere le cellule dell’organismo da quelle estranee.

L’attenzione dei ricercatori verso il timo iniziò ad aumentare. Si scoprì che negli esseri umani, dopo la pubertà, gran parte delle sue cellule si trasforma in tessuto adiposo, cioè grasso, che a quarant’anni genera circa un quarto dei linfociti T che fabbricava a otto, e a sessantacinque appena il dieci per cento. Da qui l’idea di trovare un modo per rallentarne la decrescita o farlo ricrescere. Non è ancora chiaro perché il timo si riduca così tanto con l’età. Una possibilità è che sia il risultato di un compromesso evolutivo: mantenerlo molto attivo potrebbe essere utile, ma anche costoso per l’organismo, e potrebbe far aumentare il rischio che il sistema immunitario finisca per attaccare il corpo stesso.

Nel 1996 il criobiologo statunitense Gregory Fahy si convinse di poter rigenerare il proprio timo auto-somministrandosi l’ormone della crescita, quello che stimola lo sviluppo dell’organismo in tutti i vertebrati. In un adulto, però, questo ormone fa salire l’insulina e la glicemia. Fahy allora aggiunse il DHEA, un altro ormone abbondante nei giovani che cala con l’età, e la metformina, un farmaco per il diabete che abbassa la glicemia.

Secondo le immagini diagnostiche il suo timo divenne più grande e Fahy decise di continuare con la sperimentazione; così fondò Intervene Immune, un’azienda californiana che ancora oggi conduce piccoli esperimenti clinici usando il “cocktail” di Fahy: l’ormone della crescita, la DHEA e la metformina.

La sperimentazione più citata dell’azienda, chiamata TRIIM, ha coinvolto nove uomini sani tra i 51 e i 65 anni, trattati per un anno tra il 2015 e il 2017. Il risultato, pubblicato su Aging Cell nel 2019, ha attirato molta attenzione da chi si occupa di longevità. In sette casi su nove le immagini hanno mostrato che il tessuto adiposo era stato in parte rimpiazzato da tessuto timico funzionante. E secondo i metodi più usati per stimare l’età biologica di una persona (che si basano sull’accumulo di modifiche sul DNA), quella dei partecipanti era tornata indietro in media di due anni e mezzo.

Lo studio, però, riguardava nove persone, tutte di sesso maschile, e non aveva un gruppo di controllo, cioè un gruppo di persone simili che non riceve il trattamento e con cui confrontare i risultati. Non era nemmeno in cieco, cioè sia partecipanti sia ricercatori sapevano chi stava prendendo cosa, condizioni in cui le aspettative degli uni e degli altri influenzano quello che viene misurato.

L’azienda di Fahy non è la sola a cercare terapie che stimolino la rigenerazione del timo, anche perché sempre più studi stanno analizzando come sia coinvolto in molti processi e quanti siano i fattori che possono danneggiarlo. Una revisione pubblicata nel 2025, per esempio, ha mostrato che il suo volume può diminuire in caso di infezioni, stress, gravidanza, uso di droghe e chemioterapia.

C’è anche una relazione importante tra il timo e l’insorgere di alcune malattie. Uno studio pubblicato nel 2023 sul New England Journal of Medicine ha confrontato circa 1.400 persone a cui l’organo era stato asportato con poco più di 6.000 persone simili per età e condizioni di salute. A cinque anni dall’operazione era morto l’8,1 per cento dei primi contro il 2,8 per cento dei secondi, quasi tre volte tanto, e la quota di chi si era ammalato di tumore era il doppio, 7,4 per cento contro 3,7.

E nel marzo del 2026 un gruppo del Mass General Brigham, negli Stati Uniti, ha addestrato un sistema di intelligenza artificiale a misurare dimensione, forma e composizione dell’organo nelle TAC del torace fatte di routine, ricavandone un punteggio di «salute timica», e lo ha applicato ai dati di quasi 28.000 persone seguite per anni. Per chi aveva il punteggio più alto c’era un rischio di morte dimezzato.

Questi studi però hanno ancora un grosso limite: osservano che chi ha un timo in buone condizioni tende a stare meglio, ma non permettono di concludere che un timo in buone condizioni sia la ragione per cui sta bene. Anche perché i fattori che danneggiano il timo sono anche quelli che tendono a far insorgere nuove malattie.

C’è ancora molta ricerca da fare. Per esempio non ci sono ancora studi che esaminino come o se le cellule prodotte da un timo rigenerato migliorino la salute; e anche rigenerarlo o stimolarlo è una sfida tecnologica ancora in corso. Oltre al “cocktail” di Fahy, alcune ricerche hanno osservato un aumento nella produzione di cellule T nel timo con una terapia che blocca l’azione degli androgeni, ormoni come il testosterone, e mangiando meno.

Tutti questi risultati, anche se vanno presi con molta cautela, stanno portando a grandi finanziamenti nella ricerca sul timo. A gennaio in Svizzera una società biotecnologica chiamata TECregen ha raccolto 12 milioni di dollari per lo sviluppo di terapie che rigenerino il timo; e con promesse analoghe, lo scorso ottobre la statunitense Zag Bio ne aveva ottenuti 80.