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  • Domenica 19 luglio 2026

L’altro Lionel dell’Argentina

Non Messi, Scaloni: l’allenatore che gli ha costruito una squadra intorno

Lionel Scaloni e Lionel Messi ai Mondiali del 2022 (AP Photo/Natacha Pisarenko)
Lionel Scaloni e Lionel Messi ai Mondiali del 2022 (AP Photo/Natacha Pisarenko)
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Nel 2018 Lionel Scaloni divenne allenatore della nazionale argentina maschile di calcio. Aveva da poco compiuto 40 anni: da tre non era più un calciatore, ma ancora non era mai stato primo allenatore, nemmeno di una squadra giovanile o di club. Fu scelto per prendere, giusto per un paio di partite, il posto che era stato di Jorge Sampaoli, di cui era uno degli assistenti. Sampaoli era stato esonerato dopo che ai Mondiali l’Argentina era stata eliminata agli ottavi di finale, e come si fa in questi casi Scaloni fu nominato ad interim, come cosiddetto traghettatore, per gestire l’ordinaria amministrazione della squadra in attesa della nomina di un nuovo allenatore più esperto e affermato.

Scaloni invece è ancora lì, ormai con oltre 100 partite da allenatore dell’Argentina. Con lui la nazionale argentina – ormai nota anche come Scaloneta per quanto è associata al suo allenatore – ha vinto e rivinto la Copa América, che prima di Scaloni l’Argentina non vinceva da 28 anni; e soprattutto ha vinto e potrebbe rivincere i Mondiali di calcio, che prima del 2022 l’Argentina non vinceva dal 1986. E che solo un allenatore, l’italiano Vittorio Pozzo, vinse due volte di fila: negli anni Trenta, decisamente altri tempi.

In questi anni Scaloni si è dimostrato eccellente nel peculiare ruolo di allenatore di una nazionale, che sarebbe più corretto definire commissario tecnico o selezionatore. È infatti un ruolo in cui si alternano molti mesi con poche partite (spesso poco importanti) a pochi momenti, in genere un mese circa ogni due anni, con molte partite sempre più decisive. In nazionale si allena poco; soprattutto si sceglie chi convocare e far giocare, e più che sulla tattica spesso è determinante lavorare sul gruppo e sul morale dei calciatori.

È quel che Scaloni ha fatto con efficacia non comune, senza mai presentarsi come innovatore tattico, come ideologo intransigente, come geniale portatore di specifici dogmi calcistici. E senza mai nemmeno attirare troppo l’attenzione: addirittura prima di Argentina-Inghilterra aveva detto che era «solo una partita di calcio», niente di più.

Presentato come allenatore molto emotivo, che ha più volte pianto in pubblico, oltre che sul concetto di gruppo Scaloni ha puntato molto sulla totale centralità di Lionel Messi, oggi 39enne, nelle gerarchie tattiche e nelle dinamiche relazionali dell’Argentina. Tra l’altro, da calciatore Scaloni fu il primo a passare un pallone a Messi in una partita della nazionale.

Nato a Pujato, nel nord dell’Argentina, da una famiglia di origini marchigiane, da calciatore Scaloni è stato un esterno di difesa e centrocampo, versatile e tenace, seppur non di particolare tecnica. Giocò soprattutto in Spagna, nel Deportivo La Coruña, ma fece anche una stagione in Inghilterra, nel West Ham. Di quell’esperienza ci si ricorda – soprattutto tra i tifosi del West Ham – per un erroraccio nell’ultimo minuto di una finale di FA Cup, che permise al Liverpool di pareggiare e poi di vincere la coppa ai rigori.

Alan Pardew, che allenò Scaloni al West Ham, ha ricordato di recente che quando la squadra lo ingaggiò l’agente di Scaloni gli disse «gli vorrai molto bene» e non «giocherà molto bene», come dicevano di solito gli agenti. «Aveva ragione», ha ricordato Pardew.

Scaloni ha giocato diversi anni anche in Italia, tra Lazio e Atalanta, dove nel 2015 concluse la sua carriera: «Non se ne accorse nessuno» ha ricordato parlando della sua ultima partita. Più in generale dei suoi anni in Italia disse: «Arrivai a trent’anni pensando di sapere tutto, e invece avevo ancora così tanto da imparare». In Italia fu allenato da Delio Rossi, Davide Ballardini, Edoardo Reja, Stefano Colantuono e Vladimir Petković.

Con l’Argentina giocò sette partite, quasi tutte amichevoli. La prima nel 2003 e l’ultima nel 2006, negli unici Mondiali a cui fu convocato da calciatore e nei quali giocò una sola partita. Era però in campo a Budapest nel 2005 quando Messi giocò la sua prima partita con l’Argentina. Non un grande debutto, perché Messi fu espulso meno di un minuto dopo l’ingresso in campo, e Scaloni fu l’unico che ebbe modo di passargli la palla.

Soprattutto, però, ai Mondiali del 2006 i due furono compagni di squadra. Già prima che Scaloni diventasse allenatore dell’Argentina, Messi – di nove anni più giovane – ne aveva parlato come uno dei compagni che meglio lo accolsero e lo consigliarono durante quei Mondiali, a cui era arrivato come promettente diciottenne. Molti altri ex compagni di Scaloni lo raccontano come uno di quei calciatori di cui era facile prevedere sarebbero diventati allenatori, per l’attitudine e per la passione totalizzante per il calcio.

Scaloni fu prima osservatore per l’Atalanta, poi dalla fine del 2016 assistente del connazionale Sampaoli al Siviglia. Meno di un anno dopo però Sampaoli fu scelto per allenare l’Argentina, e Scaloni andò con lui. Quando Sampaoli fu esonerato la scelta di Scaloni fu vista da molti come temporanea ma comunque strana, vista la sua assenza di esperienza da primo allenatore, sia in un club che in nazionale. Molti auspicavano l’arrivo di allenatori ben più affermati, come Mauricio Pochettino o Diego Simeone. Maradona, che l’Argentina l’aveva allenata alcuni anni prima, disse che secondo lui Scaloni non avrebbe saputo dirigere «nemmeno il traffico».

L’Argentina di Scaloni vinse alcune amichevoli e nonostante una sconfitta con il Brasile il suo ruolo inizialmente ad interim venne confermato. In parte perché convinse la federazione e piacque ai giocatori, ma in parte anche perché la federazione aveva gravi problemi economici e non poteva permettersi alternative più care.

L’inizio di Scaloni nemmeno fu fenomenale. Nella Copa América del 2019 l’Argentina uscì in semifinale con il Brasile: si parlò di una squadra «già a fine ciclo» e di un allenatore «tatticamente inetto e apparentemente incapace di tenere il polso della situazione». Ma poi le cose cambiarono: nel 2021 l’Argentina vinse quel torneo, nel 2022 i Mondiali e nel 2024 di nuovo la Copa América. Sempre con lo stesso staff – fin dall’inizio Scaloni chiamò come assistenti gli ex calciatori Pablo Aimar, Walter Samuel e Roberto Ayala – e sempre con Messi.

Pablo Aimar, Lionel Scaloni, Walter Samuel e Roberto Ayala il 22 giugno a Arlington, Texas (MB Media/Getty Images)

Nel 2016, prima dell’arrivo di Scaloni, Messi era lì lì per dire addio alla nazionale. Scaloni lo convinse a restare anche dopo il 2018, quando Messi già aveva passato i trent’anni: contribuì alla decisione il fatto che Aimar fosse stato l’idolo calcistico anche di Messi.

Mettere Messi al centro di una squadra, soprattutto un Messi che dai trenta va verso i quarant’anni, vuol dire ascoltarlo molto, farlo sentire importante ma protetto (in campo e non solo), far sì che con lui giochino calciatori che lui apprezza e che lo capiscono; lasciargli piena libertà nel decidere quanto, come e dove muoversi in campo.

«La gente pensa che passiamo il tempo a parlare di tattica» ha detto Scaloni. «Lo facciamo, ma soprattutto passiamo molto tempo a capire Leo [come è più noto Messi, dal nome Lionel]. Dove gli piace ricevere il pallone, quando lo vuole e quando no». Scaloni ha aggiunto: «A volte scherzo con i giocatori e dico loro che prima di entrare in nazionale devi imparare una lingua, la lingua di Messi. Dopo che lo capisci, il calcio diventa più facile».

Sembra facile, persino banale, ma non lo è. Spesso, da Cristiano Ronaldo nel Portogallo a Francesco Totti nella Roma, è stato invece difficile e controproducente gestire grandi calciatori a fine carriera, capire come mettere il loro talento al servizio della squadra. Certo, Messi è diverso, e ha aiutato il fatto che ormai tutti i suoi compagni lo considerino un idolo: sono cresciuti vedendolo giocare, e oggi tutti sembrano entusiasti di giocare per lui (e di cantare i cori su di lui a fine partita).

Lionel Messi dopo la vittoria in semifinale contro l’Inghilterra (Patrick Smith – FIFA/FIFA via Getty Images)

Scaloni non è un allenatore identificato con un modulo imprescindibile, con un principio di gioco unico e immutabile. È considerato un allenatore pragmatico, che sa adattarsi e adattare le sue squadre in base alle necessità del momento. Per molti versi a metà strada tra le due scuole principali del calcio argentino: il bilardismo (uno stile asciutto e razionale, associato all’allenatore Carlos Bilardo) e il menottismo (da César Luis Menotti, allenatore molto più interessato al bel gioco).

Nel 2023 disse che tra gli allenatori a cui si ispirava c’erano «Pep Guardiola, Roberto De Zerbi, Simone Inzaghi, Luciano Spalletti e Diego Simeone» (quindi allenatori tra loro ben diversi), aggiungendo: «Ma Carlo Ancelotti è il punto di riferimento di ciò che vorrei essere come allenatore». «Scaloni tratta i suoi giocatori come persone, non come pezzi su una scacchiera», ha scritto The Athletic in un’analisi forse un po’ banale ma che ha il merito di farsi capire.

Molti aneddoti sul suo approccio da allenatore passano per l’importanza che dà ai momenti conviviali tra giocatori e membri dello staff, in particolare quelli in cui si fa l’asado, la grigliata argentina, che per gli argentini è un rito, non solo una pietanza.

Oltre a Messi, le sue squadre hanno alcuni giocatori quasi sempre presenti, ma spesso sono cambiate nel corso del torneo, e soprattutto – visto che ormai è lì da sei anni – sono cambiate da un torneo all’altro. Dal 2022 al 2026 ha cambiato 8 calciatori su 23, mantenendo però gran parte della squadra titolare.

Più che per la tattica, dicevamo, Scaloni si fa notare per il carisma in campo dell’Argentina, capace di rimontare partite che sembrano perse, e di farlo giocando con apparente tranquillità, come se avesse la certezza di essere destinata a vincerle. Come si è visto soprattutto nel primo tempo contro l’Inghilterra, l’Argentina sa giocare anche in modo rude e aggressivo, quasi scorretto.

Ma Scaloni è anche raccontato – a volte celebrato, altre un po’ deriso – per l’emotività con cui, da bordocampo, segue l’Argentina. Scaloni non si vergogna di piangere durante le partite, o di farlo dopo durante le interviste: non una cosa scontata nel calcio, dove c’è tutta un’idea stereotipica e antica legata al dover essere dei “duri”; e in particolare per il calcio argentino, che spesso ha luogo in un contesto particolarmente machista. Il suo soprannome, tra staff e giocatori, è llorón, piagnone.

El metodo Scaloni, un recente documentario sulla vittoria del 2022, ha raccontato nel dettaglio di come nell’intervallo della finale Scaloni si mise a piangere senza riuscire a finire il discorso. Ci provò Aimar, ma nemmeno lui ci riuscì. Alla fine ne fece uno – a suo dire «il più brutto discorso di spogliatoio di tutti i tempi» – Samuel, che da difensore era noto per i suoi modi non proprio delicati.