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  • Mercoledì 15 luglio 2026

Trump le sta tentando tutte con l’Iran, ma nessuna funziona

Fa minacce e cambia idea continuamente, creando enorme caos e senza ottenere risultati con un avversario così massimalista

Donald Trump, il 13 luglio
Donald Trump, il 13 luglio (AP Photo/Julia Demaree Nikhinson)
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Nel giro di un giorno, il presidente statunitense Donald Trump si è rimangiato che anche gli Stati Uniti avrebbero chiesto un pedaggio alle navi che vogliono passare dallo stretto di Hormuz, come fa l’Iran, e ha annunciato l’inizio di un nuovo blocco navale ai porti iraniani. Nel frattempo ha minacciato di aumentare gli attacchi contro l’Iran, che in questi giorni si sono concentrati su obiettivi militari nei dintorni dello stretto, per colpire anche le infrastrutture energetiche, riesumando così la retorica di minacce e ultimatum mantenuta a lungo durante la guerra.

Mercoledì pomeriggio il dipartimento del Tesoro ha anche annunciato nuove sanzioni contro alcune persone di nazionalità iraniana e aziende con sede in Iran, Russia e Nigeria che starebbero aiutando il regime iraniano a procurarsi armi.

È una raffica di annunci notevole persino per gli standard di Trump, e segnala che sta esaurendo le opzioni. Trump le sta provando tutte per superare lo stallo nello stretto di Hormuz, che sia lui che l’Iran dicono di controllare sulla base di interpretazioni diverse dell’accordo preliminare per la fine della guerra, firmato a giugno. Nessuna tattica però sta funzionando. L’Iran è inamovibile, anche perché le fazioni più estremiste del regime vogliono mantenere il controllo dello stretto e stanno sabotando ogni compromesso.

La mossa sul pedaggio è significativa. Martedì Trump ne aveva annunciato uno del 20 per cento sul valore del carico delle navi: questo contraddice palesemente la linea che la sua amministrazione ha sempre mantenuto nei negoziati con l’Iran, secondo cui è inaccettabile chiederne uno perché lo stretto è uno snodo commerciale internazionale che non può essere sottoposto a limitazioni dei singoli paesi.

Così Trump ha dato un’imbeccata propagandistica al regime iraniano, che ha potuto sostenere che la propria richiesta fosse legittima. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha detto che Trump «ha assolutamente ragione: chi fornisce un passaggio sicuro alle navi commerciali dovrebbe essere ricompensato per il suo servizio». Araghchi ha poi preso in giro Trump, dicendo che però il 20 per cento è una richiesta troppo esosa e che l’Iran avrebbe garantito condizioni migliori.

Trump ha dovuto cambiare idea dopo le proteste dei leader dei paesi del Golfo Persico, che non sono disposti a pagare pedaggi, e che evidentemente lui non aveva consultato prima di fare l’annuncio. A quel punto ha tirato fuori il nuovo blocco navale e anche un’altra proposta, ossia che le forze statunitensi offriranno protezione alle navi dei paesi che in cambio accettano di fare investimenti negli Stati Uniti.

Un cartello contro Trump durante i funerali di Ali Khamenei, il 5 luglio a Teheran

Un cartello contro Trump durante i funerali di Ali Khamenei, il 5 luglio a Teheran (Majid Saeedi/Getty Images)

Trump sostiene che l’obiettivo sia la riapertura dello stretto, da cui prima della guerra passava un quinto del petrolio e del gas naturale liquefatto esportati in tutto il mondo. L’imprevedibilità dei suoi annunci però sta portando alla conseguenza opposta.

L’industria del trasporto marittimo ha tempi di pianificazione piuttosto lunghi, anche perché ci vogliono settimane o mesi prima che un carico arrivi a destinazione. In un contesto così precario molte aziende tendono a non fidarsi di Trump, che un giorno sostiene che Hormuz sia completamente aperto, quello dopo minaccia di imporre un pedaggio, e quello dopo ancora di ricominciare gli attacchi contro l’Iran.

Quello che non cambia è l’approccio dell’Iran: attaccare le navi che cercano di passare senza il permesso del regime.

– Leggi anche: In Iran le parti più estremiste del regime stanno sabotando ogni accordo

La politica estera del secondo mandato di Trump, tutta basata sulla forza per costringere gli altri paesi a cedere alle condizioni degli Stati Uniti, si è rivelata inefficace con l’Iran. Il regime tra l’altro non ha alcuna fretta di accontentare Trump, al contrario per esempio dei leader europei, anche perché la sua sopravvivenza non dipende da un consenso popolare ottenuto democraticamente.

Già durante la guerra, Trump non aveva capito quanto il regime fosse costruito per resistere a oltranza. Peraltro i bombardamenti, che hanno ucciso la precedente classe dirigente del regime, ne hanno portata al potere una ancora più oltranzista e indottrinata dal punto di vista religioso.

Una delle principali opzioni che restano a Trump, che si mostra pessimista sui negoziati, sarebbe riprendere gli attacchi in modo intenso e frequente come nel pieno della guerra. Al momento non sembra intenzionato a farlo, anche perché la guerra in Medio Oriente è un tema impopolare negli Stati Uniti e Trump deve fare i conti con le elezioni di metà mandato, il prossimo 3 novembre, che secondo i sondaggi indeboliranno i Repubblicani.