Come la destra vorrebbe cambiare il voto dall’estero

Modificando il modo in cui vengono ripartiti i seggi, nella speranza di accaparrarsene qualcuno di più

La commissione Affari costituzionali della Camera dei deputati durante l’esame della legge elettorale, il 31 marzo 2026 (Roberto Monaldo/LaPresse)
La commissione Affari costituzionali della Camera dei deputati durante l’esame della legge elettorale, il 31 marzo 2026 (Roberto Monaldo/LaPresse)
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Lunedì la maggioranza ha presentato un emendamento alla riforma sulla legge elettorale che, se approvato, modificherebbe le modalità con cui vengono eletti i parlamentari nella circoscrizione Estero, con un possibile vantaggio dei partiti di centrodestra.

Attualmente la circoscrizione Estero è suddivisa in quattro sezioni sia per la Camera che per il Senato: Europa, America meridionale, America settentrionale e centrale, più un’altra che comprende Africa, Asia, Oceania e Antartide. In totale vengono eletti nella circoscrizione Estero 12 parlamentari, otto deputati e quattro senatori. A ciascuna ripartizione viene assegnato almeno un deputato e un senatore, per un totale di otto. I quattro seggi restanti alla Camera vengono assegnati in modo proporzionale al numero di cittadini italiani residenti nelle diverse suddivisioni territoriali.

L’Europa è quella dove risiede la percentuale più alta di cittadini italiani residenti all’estero (circa il 55 per cento). Seguono l’America meridionale (31 per cento), l’America settentrionale e centrale (8,7 per cento) e poi Africa-Asia-Oceania-Antartide (5,3 per cento). Dei quattro deputati da assegnare in modo proporzionale, quindi, due vanno all’Europa, uno all’America meridionale e uno all’America settentrionale e centrale. Il collegio Africa-Asia-Oceania-Antartide in questa legislatura non ne ha nessuno.

Sommandoli al resto dei senatori e deputati, la situazione è questa:

Questo bilanciamento ha l’obiettivo di rispecchiare l’ampiezza delle varie comunità, garantendo però anche la rappresentanza di quelle più piccole. L’emendamento della maggioranza ridurrebbe il numero delle suddivisioni territoriali e cambierebbe i criteri con cui sono assegnati i seggi, alterando questo equilibrio.

Prima di tutto i quattro senatori sarebbero eletti senza più suddivisioni, ma all’interno di un unico collegio mondiale, e assegnati in modo proporzionale rispetto ai voti presi dai candidati dei partiti o delle coalizioni. Significa che i voti finirebbero tutti nello stesso calcolo: in una situazione analoga a quella delle politiche del 2022, questo metodo avvantaggerebbe i partiti di centrodestra.

All’epoca la maggioranza dei voti per il Senato andò al Partito Democratico in tre delle quattro sezioni, e in una (quella dell’America meridionale) al Movimento Associativo Italiani all’Estero (MAIE), un partito centrista alleato con Noi Moderati e che poi sostenne il governo di Giorgia Meloni.

Se però i voti arrivati nel 2022 dall’estero per il Senato venissero valutati complessivamente, il risultato cambierebbe. Il PD risulterebbe il primo partito con il 34 per cento, seguito dalla coalizione di Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia con il 27 per cento, dal MAIE con il 13 per cento e dal Movimento 5 Stelle con il 9,4 per cento. Con l’emendamento proposto la destra avrebbe ottenuto almeno un seggio al Senato.

Con un unico collegio mondiale verrebbe meno la rappresentatività territoriale che viene garantita dal sistema attuale. I voti dell’Europa, dove risiedono più cittadini italiani che in tutto il resto del mondo, potrebbero avere un peso di gran lunga maggiore, e così verrebbero favoriti i candidati europei a discapito di quelli degli altri territori.

Per quanto riguarda la Camera, l’emendamento propone di ridurre il numero di sezioni a due: rimarrebbe solo quella dell’Europa, mentre le altre verrebbero accorpate in un unico altro collegio che comprende tutto il resto del mondo. A ciascuna spetterebbero quattro seggi, da assegnare sempre con un metodo proporzionale. Questo però rischia di creare uno squilibrio nella ripartizione extra europea a vantaggio del Sudamerica che da solo ha un milione e 800mila elettori, molti di più di quelli dell’America settentrionale e di Africa-Asia-Oceania-Antartide messi insieme (sono rispettivamente circa 500mila e 300mila).

Il risultato è che gli elettori del Sudamerica potrebbero esprimere almeno tre dei quattro deputati, mentre i cittadini italiani nel resto del mondo si troverebbero molto probabilmente senza nessuna rappresentanza alla Camera.

Nel 2022 per la circoscrizione Estero furono eletti quattro deputati del PD, due della coalizione di destra, uno del MAIE e uno del Movimento 5 Stelle. Con gli stessi voti, se l’emendamento fosse stato in vigore, sarebbero stati eletti due deputati per il PD, due per la coalizione di destra, uno per il M5S, uno per Alleanza Verdi e Sinistra, uno per il MAIE e uno per l’Unione Sudamericana Emigrati Italiani (USEI), un partito di italo-argentini di centrodestra. Un candidato di USEI, Adriano Cairo, fu eletto al Senato nel 2018 ma nel corso della legislatura decadde per via di presunti brogli elettorali.

Il testo della riforma sulla legge elettorale era stato discusso e poi approvato dalla commissione Affari costituzionali della Camera a fine giugno in modo molto sbrigativo, visto che la maggioranza aveva eliminato molti degli emendamenti senza farli discutere, con una prassi che serve ad accelerare il percorso di approvazione della legge.

Di solito gli emendamenti respinti possono essere ripresentati, entro un certo limite di tempo, quando la legge passa in aula per la discussione. Lunedì era l’ultimo giorno per presentare quelli sulla legge elettorale. Le opposizioni hanno criticato il fatto che la maggioranza abbia presentato l’emendamento sul voto all’estero all’ultimo, senza averlo nemmeno proposto in commissione, dove avrebbe potuto essere discusso e modificato.

Nel testo della riforma approvato dalla commissione c’è già un articolo dedicato al voto all’estero, che però riguarda solo l’introduzione di alcune novità nelle modalità di votazione allo scopo di assicurare una maggiore trasparenza ed evitare brogli.

Nel sistema elettorale italiano la circoscrizione Estero fu istituita nel 2000, ma i cittadini italiani all’estero votarono per la prima volta per corrispondenza in occasione dei referendum abrogativi del 2003. I primi parlamentari della circoscrizione furono eletti invece con le politiche del 2006. Possono votare per corrispondenza tutti i cittadini italiani residenti all’estero e iscritti all’AIRE (Anagrafe italiani residenti all’estero), ma anche quelli che, per motivi di lavoro, studio o per cure mediche, si trovano ad abitare temporaneamente fuori dall’Italia per un periodo di almeno tre mesi.